Fino a che punto può arrivare il disagio?
Fino a che punto può arrivare la disperazione?
Quando si smette di ragionare e si lascia da parte la propria integrità?
In Fabrizio avevo trovato un rifugio sicuro.
Lui era la mia oasi di pace.
Era la mia unica certezza.
Lui era molto.
Lui era diventato
qualcosa di molto significativo
ma non sembrava bastarmi.
Mi sentivo una pianta senza radici. Come se fossi sfornita di qualcosa di essenziale.
Di basico.
Mi sembrava di impazzire. Intollerabile accettare la mia merdosa situazione famigliare.
Ricordare i baci,le coccole, la gioia del nostro primo incontro, la bellezza dei primi tempi..Era quasi doloroso.
Diventava una vera e propria tortura la consapevolezza di dove fossimo arrivati.
Una famiglia spezzata.
Era inaccettabile.
Il lavoro era salvifico perché mi distraeva.
Il tempo con Fabrizio sembrava spegnere la parte malata del mio cervello.
Era come se avessi una strana influenza. Una malattia che mi stava togliendo la voglia di vivere.
Se Fabrizio era la spinta a fare battere il mio cuore, i miei genitori sembravano essere la spinta fare in modo di spegnerlo.
Già solo il ripercorrere la strada per tornare a casa era una vera e propria via crucis.
Mia madre era alla ricerca della scusa perfetta per potermi sbattere fuori di casa.
Ero l’ospite sgradito.
Mi voleva lontana da lei. Dal suo regno.
Non le importava del mio destino. Importante era non avere più a che fare con me.
Mio padre?
Che ne pensava lui?
Chi poteva saperlo?
Come al solito era chiuso in se stesso. Pura presenza fisica e null’altro.
Un cucciolo fedele del suo padrone, un sottoposto indifferente ai propri sentimenti perché ciò che è davvero significativo è il suo alfa.
“Stai tranquilla a casa. Non ti ammazzare”.
Questo è stato il saluto telefonico mi ha separata da Fabrizio.
Una frase detta a caso e che mi ha scossa dentro.
Parole che mi sono entrate come sparate dentro al cervello.
Veri e propri proiettili perché quel giorno all’ora di pranzo pensavo a quale fosse l’oggetto più tagliente a mia disposizione per recidermi le vene.
Poi la prospettiva che avrei fatto del male al mio unico affetto mi ha fatta esitare. Molto. Per questo la mia decisione era stata di correre da lui. E diavolo se mi aveva fatto bene.
Peccato poi mi fosse toccato ritornare nel mio inferno e la mia malattia ha preso di nuovo il sopravvento sui miei pensieri.
Avevo forse la giusta soluzione.
Mi sembrava che il mondo volesse il mio sangue.
Un gesto forte.
Avrei cercato di non ammazzarmi durante il tentativo, era necessario tuttavia provarci.
Non esistevano alternative.
O vivere o morire.
Quell’incrocio intermedio nel quale mi trovavo era diventato insopportabile.
Mi sarei tagliata le vene perché attraverso quel gesto mi miei genitori avrebbero dovuto dare spiegazioni al mondo intero.
Non uccidermi ma ferirmi abbastanza perché solo così facendo avrei potuto mettere i miei genitori al muro.
Perché così facendo li avrei costretti al loro ruolo.
Un ruolo che loro stessi avevano scelto molti anni prima.