Dicotomia.
Questa parola rappresentava la mia quotidianità.
Era come vivere in due mondi paralleli ed opposti.
Era come vivere nell’ assurdo.
Al di fuori del contesto famigliare ero considerata una brava ragazza, intelligente, altruista, gentile, sempre sorridente ed una buona lavoratrice.
La mia compagnia risultava essere piacevole ed era facile che le persone avessero una buona opinione di me. Camminavo a testa alta. Dotata di una buona dose di autostima e sicurezza. Apparentemente.
Mi sentivo semplicemente pari ad ogni altra persona. Pulita. Capace. Rispettata.
Da “Clara” diventavo sempre “Claretta” perché mi si imparava a voler bene in un lasso di tempo abbastanza breve.
In definitiva mi sentivo felice, soddisfatta e realizzata.
Una ventenne come qualunque altra.
Avevo però imparato che dietro un’apparenza serena e felice poteva nascondersi una tempesta.
Mi trovavo spesso a pensare quale fosse il buio che si celava dietro ogni sorriso.
Mi domandavo quale storia si celasse dietro ogni viso.
Mi chiedevo se la serenità che si palesava davanti ai miei occhi fosse reale o solo mera apparenza.
Chi come me passasse da Paradiso ad Inferno.
In casa non sembravano soddisfatti che uscissi la mattina e tornassi la sera.
Non si nascondeva ormai il fatto che il problema fosse il mio ritorno.
Poi da un giorno all’altro mia madre mi svelò il suo piano.
Come mia abitudine mi spogliavo di giacca in borsa in camera mia per poi andare in bagno a lavare le mani. Chiudevo sempre ogni porta dietro di me. Farlo era un’inutile forma di protezione, un placebo che mi regalava un breve piccolo rifugio.
Nel chiudere la porta del bagno ho sentito che la porta della mia camera veniva aperta. Stupita contai fino a cinque e poi entrai nella mia camera di botto.
Mia madre mi guardò come un ladro colto a rubate mentre le sue mani erano ancora immerse dentro la mia borsa.
Quella sua espressione di ammissione di colpa durò pochi secondi perché poi li suo viso si ricoprì della solita freddezza.
Mi guardò quasi a sfidarmi, come si guarda un antagonista che non si sopporta.
“Come posso essere di aiuto? Hai trovato quello che cercavi?”, le ho domandato con altrettanta freddezza.
“No, ma le sigarette nel tuo cassetto giá le ho viste…che bel tipo che ti sei scelta: già hai preso a fumare; chissà che altro inizierai a fare”,
“Le ho tolte a Fabrizio perché evitasse di fumare, ma so che è inutile dirlo: tanto non mi credi”.
Mi stavo domandando perché mai non le avessi buttate invece di conservarle dentro ad un cassetto quando la mia mamma mi bloccò il flusso dei miei pensieri con la sua dichiarazione di intenti un attimo prima di abbandonare la camera:
“Si, oggi non ho trovato niente ma io lo so che prima o poi troverò qualcosa che mi permetterà di buttarti fuori casa”.