Per anni il mio punto di forza era stato uno: non avere nulla che mia madre potesse usare contro di me. Avevo raggiunto un buon traguardo; una sorta di neutralità che mi garantiva di non essere ferita causa terzi.
La mamma, perciò, poteva servirsi dell’unica cosa a me rimasta: me stessa e diavolo se sapeva colpirmi proprio laddove la sua lingua avrebbe fatto più male.
Del tutto paradossalmente si sarebbe potuto credere che mi conoscesse come nessun’altro ma la realtà era il suo opposto: era la sua fortuna balorda: quando apriva bocca toccava tasti di cui lei stessa era inconsapevole o voleva ignorare.
Stranamente accettavo che lei maltrattasse ciò che ero ma non sopportavo che se la prendesse con altri; la mia Valentina, mio fratello ed ora Fabrizio. Quello era un veleno che proprio non sopportavo e a cui ero sensibile il doppio. Questo era un’ulteriore aspetto per cui preferivo la solitudine, benché non mi fosse una compagna gradita.
Ora però c’era Fabrizio nella mia vita e non aveva intenzione di uscirne come io non ne avevo di allontanarmi da lui.
La mia mamma aveva una vittima su cui sfogare i suoi artigli.
Una debolezza da usare contro di me.
Senza ombra di dubbio lei sapeva essere lo psicologo del paradosso: invece di ricostruire una personalità in frantumi, mia madre era abilissima nel frantumare i mille pezzetti che già ero.
Fabrizio era una sorta di vaccino per me: era il mio rifugio, era la mia forza. Ero determinata a tenerlo lontano dal mio personale inverno. A proteggerlo da esso; eppure una volta entrata tra le mura di casa mia, l’effetto benigno del mio legame con lui sembrava svanire. Gli attacchi verbali di mia madre annullavano quella che credevo fosse una protezione: aveva una forza virale che abbatteva ogni mia strategia di difesa.
Era come se smettessi di ragionare costruttivamente.
Avevo una nuova forma di disagio. Avevo necessità che avevo messo da parte.
Il bisogno della “normalità” era diventato forte.
Avrei voluto regalare e condividere piccole cose della quotidianità con Fabrizio; vedere un film, cucinare qualcosa per lui, vederlo dentro la mia cameretta, presentarlo ai miei genitori.
La verità è che non avevo nulla da condividere con lui e questa carenza mi bruciava dentro.
Del tutto irrazionalmente io continuavo a sognare ed agognare una situazione famigliare normale. Non pensavo a tenere quanto avevo di sano e bello lontano da una situazione malata. Al contrario continuavo a desiderare ciò che era in mio diritto.
Non riuscivo a concentrarmi sul futuro da costruire ma restavo bloccata dalle migliaia di ancore che erano le mie carenze.
Mi rodeva.
Non accettavo che fantasie ed errori avessero condotto la mia famiglia in binari tanto contorti.
Ero convinta che la situazione potesse ancora essere risolvibile, che si potesse tornare alla normalità. Una normalità che io avevo bisogno di condividere con Fabrizio.
Del tutto inconsapevolmente ero caduta nell’amo che mia madre mi aveva destinato nel momento in cui aveva voluto conoscere la fidanzata di mio fratello in casa.
Del tutto normale quando a far battaglia sono una donna e una ragazza di vent’anni.
Ero un burattino dentro quella casa. Potevo credermi forte e tanto intelligente da vedere sopra le situazioni ma in realtà ero Davide contro Golia. Un Davide sfornito di fionda e sassi.
Una giovane in lotta con un’adulta.