Lavorare per me significò avere due percezioni del tempo.
Una l’antitesi dell’altra.
Nel negozio dove lavoravo mi ero imposta un divieto: mai guardare l’orologio più di tre volte; lo scorrere delle lancette era esasperante: le ore sembravano giornate e i minuti ore.
Una volta uscita, lontana da quei milioni di scarpe, il tempo sembrava volare via come accelerato. I mesi volavano via senza che io me ne rendessi conto. Quella velocità mi lasciava sbalordita.
Da un punto di vista fisico l’essere diventata commessa era stato pesante: la sera avevo i piedi doloranti e gonfi per le lunghe ore passate obbligatoriamente in piedi. Sembrava non esistessero in commercio delle scarpe comode che venissero incontro alle mie necessità. Fortuna il corpo si abituò presto e poi lo stipendio e il guadagnarmi le mie giornate mi incoraggiavano a sopportare quel fastidio.
La mia vita sembrava essere migliorata di molto.
Inaspettatamente in casa l’aria sembrava più distesa.
I litigi erano sporadici perché rarissimi erano i contatti. In pratica i miei genitori si limitavano ad aprirmi la parta di casa.
Percorrevo quotidianamente il tragitto porta d’ingresso fino alla mia camera e viceversa. Incrociavo solo i mobili. Null’altro. Era raro persino vederli in viso:sembrava non volessero neppure aver a che fare con la mia presenza.
Quella situazione paradossale mi stava pure bene: io avevo Fabrizio. Finalmente e per fortuna.
La loro totale apatia nei miei confronti non mi procurava più dolore: ero come anestetizzata nei loro confronti.
Solo una cosa mi infastidiva: l’essere costretta a percorrere una lunga, buia, deserta stradina di paese per arrivare a casa nel totale disinteresse della mia famiglia. Camminavo guardandomi intorno con una certa preoccupazione, pronta a qualunque eventualità.
Pensare che a loro non importasse nulla di ciò che poteva capitarmi, che non valutassero le eventualità in cui potevo inciampare, bè, quello mi caricava di rabbia ed amarezza…Era, purtroppo, la mia unica alternativa per arrivare a casa, perciò, volente o nolente, ero costretta a farla.
Una passeggiata di una decina di minuti che mi accelerava il battito e che si quietava solo al comparire delle prime luci del paese.
Al solito, e questa era la grande ed importante novità della mia vita, mi venne incontro Fabrizio che diede vita ad un vero e proprio rituale:stavamo al telefono quel tanto che serviva a non farmi fare la strada da sola ed accertarsi che fossi in camera mia al sicuro.
Queste furono molte delle giornate della ventenne che sono stata. Tutto sommato giornate di sole.
Il totale disinteresse dei miei genitori, tuttavia, era fasullo; senza che me ne rendessi conto ero continuamente monitorata. Senza che me ne accorgessi, nuvole nere e cariche di pioggia stavano per cadermi addosso.