158- rabbia e vita

Sapete cosa ha smosso il mio cuore vigliacco?
La rabbia e la vita stessa.
La rabbia perché sapevo di meritare l’amore, perché sapevo di aver tanto da condividere. Da vivere.
Ogni giorno Fabrizio non faceva che confermare la sincerità e la profondità dei suoi sentimenti. Decisi pertanto di soffocare la paura di un ulteriore abbandono con un sentimento altrettanto forte. Dannazione! Io meritavo di lasciarmi andare a questo amore! Meritavo la gioia, il calore, il mondo pieno di mille colori, la mia personale primavera!
Meritavo di vivere l’amore nella sua pienezza come qualunque altro essere umano.
Io meritavo di vivere l’amore.
Era mio pieno diritto.
Mi ero fossilizzata nella solitudine, nel silenzio, nel sentirmi inadatta, brutta, sporca, sfregiata nel corpo e nell’anima…e quando è una madre a farti sentire un tale rottame umano, allora questi sentimenti raggiungono radici talmente profonde da trovare difficile credere tanto in se stessi quanto in qualunque altro essere umano.
Dovevo uscire da questo bozzolo infame e bugiardo; lasciarmi amare perché tutto in Fabrizio gridava sincerità.
Quei bellissimi occhi verdi, la dolcezza con la quale esprimevano il suo legame a me erano un’oasi troppo allettante, il mio piccolo immenso paradiso…e allora con rabbia, per la prima volta, mi gettai nel calore dolce che ricevevo dal mio fidanzato ventenne.
Non che fosse facile. Era come affrontare il proprio It personale. Mi trovavo a combattere contro le mie fobie, i miei terrori…camminavo su vetro tagliente, però sapevo che era una battaglia che avrei potuto vincere, perché combattuto e vinto il mio It avrei potuto vivere ed amare. Pienamente e completamente.
La vita stessa, poi, ha voluto come aiutarmi,mi ha concesso una distrazione concreta con la quale non dovessi rimuginare troppo sui miei complessi e le mie paure.
Quel gennaio del 2006 significò la fine della mia carriera universitaria.
Su ordine dei miei genitori quel semestre invernale avrei dovuto dare sei esami. Saltarne uno avrebbe significato che loro non avrebbero più pagato le tasse universitarie e che io avrei dovuto iniziare a lavorare.
Sostenni solo cinque esami: chissà per quale assurdo motivo avevo deciso di seguire il corso di informatica, io, la scema del villaggio globale! Neppure mi sono presentata davanti al professore.
Era nei patti, perciò mi sono cercata il primo lavoro a portata di mano; non prima, tuttavia, di aver fatto un ultimo disperato tentativo: io volevo continuare a studiare.
Ho chiesto un colloquio ad uno dei miei docenti preferiti al quale ho esposto la mia situazione famigliare.
“Con dispiacere mi trovo costretto nella posizione di semplice ascoltatore e confidente: nè io come persona, nè l’università come istituto può fare nulla per lei”,
“Mi scusi, ma in tutto questo dove va a finire il diritto allo studio?”,
“Mi ricordo di lei, è una studentessa brillante, ma il suo diritto allo studio finisce dal momento che lei è residente a Roma: non può avere accesso alla casa dello studente, perché destinata ai fiori sede, ed inoltre, la sua famiglia, qualunque sia la sua situazione in essa, ha un ceto troppo alto perché lei possa ricevere qualunque tipo di aiuto”
“Quindi devo smettere di studiare?”
“Purtroppo è così. Congeli gli studi, si renda autonoma e poi riprenda la sua carriera universitaria; questo è l’unico consiglio che posso darle”.
Salutata la facoltà di lettere e filosofia mi recai nel centro commerciale più vicino dove fui assunta come commessa in un negozio di scarpe.
Arbeit macht frei.
Il lavoro rende liberi, di non pensare troppo e per me il non pensare troppo ha significato iniziare a vivere.

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