Quella notte non ho chiuso occhio.
Avevo una paura fottuta.
Sapevo che Fabrizio non mi avrebbe mai potuta trovare bella dopo aver visto le mie ustioni.
Le pensavo tutte per poter trovare una soluzione. Quella più logica era esclusa: non avrei mai ammesso di averle, non lo avrei avvisato prima.
Non avevo la forza di farlo. Non riuscivo proprio e lo sapevo bene.
Dire che avevo un vero e proprio giramento di testa non era esagerato.
Era una giostra che aveva preso a girare veloce dentro la mia testa ed ero stata io ad accenderla.
Avevo il cellulare in mano con un messaggio già scritto, ma non inviato, nel quale avvisavo Fabrizio di non poter andare da lui.
Come recintando un padrenostro mi dicevo di non inoltrare quell’sms.
L’unica illuminazione che mi portò quella veglia era indossare biancheria tutta nera con autoreggenti dello stesso colore. Erano un paio molto carino con dei fiori in rilievo. Le avrei portate addosso come se fossero state la mia pelle e avrei fatto in modo che non fossero tolte.
Questa soluzione mi diede un po’ di pace.
Un briciolo.
La mia giostra girava ancora troppo veloce.
Era il mio terrore a continuare a muoverla.
Una paura profonda che aveva mille sfumature di scuro. Molte delle quali erano allora nascoste alla mia coscienza.
Quel terrore si nutriva del disprezzo per il mio corpo, della impossibilità che senza vestiti potesse essere considerato bello.
La nudità mi atterriva.
Poi c’era il sesso.
Pensavo di desiderarlo.
A vent’anni era naturale.
La realtà era che io non lo volevo.
Convincevo me stessa che così fosse quando in realtà io senza sesso sarei vissuta tranquilla.
Più serena.
Credevo di desiderarlo perché per una ventenne era normale farlo.
Era la mia maniera di omologarmi alle altre perché ciò mi permetteva di rimuovere i nodi della mia personalità e di un passato pesante che mi faceva sentire sporca di macchie che non potevano essere lavate via.
Il sesso per me era stato precoce, sbagliato, sporco.
Nell’orfanotrofio era stato un tabù sussurrato solo tra noi bambine.
In famiglia il tabù era rimasto e si era consolidato.
La masturbazione per me non era concepita. Non era nemmeno un pensiero.
Non lo sapevo ma il sesso mi spaventava come e quanto le mie gambe bruciate.
Era collocato tra tutto ciò che aveva valenza negativa.
Amavo Fabrizio ed ora lui desiderava fare l’amore con me.
Credevo fosse anche il mio desiderio.
Ne ero certa. E’ stato poi il mio stesso corpo a rivelarmi che per la mia testa non era lo stesso e le mie illusioni sono cadute una ad una.
Ecco cosa muoveva la maledetta giostra che non mi faceva prendere sonno.
Nuotavo in quel mare conosciuto e sconosciuto per me, sentendomi impreparata ed inadatta a ciò che sarebbe accaduto il giorno seguente.
Per amore del mio ragazzo ho abbandonato il mio cellulare sul pavimento vicino al letto senza mandare alcun messaggio.
Avrei combattuto la mia battaglia.
Avrei voluto spegnere il mio cervello ma non avevo protezione contro me stessa.
Ho aspettato che arrivasse il giorno domandandomi perché nella mia vita tutto dovesse dimostrarsi così carico di difficoltà e preoccupazioni.
Ero davvero una ragazza impossibile da amare?