Tutto sembrava perfetto. Per i miei canoni.
Mi rendevo bene conto di quanto fosse stata difficile la scelta di amare me.
A passi lenti tentavo di smettere di rifugiarmi nel mia corazza come se fossi una tartaruga.
Ero euforica.
Ogni giorno in più passato insieme a lui rappresentava una vittoria personale.
Finalmente nuotavo anche io in quelle acque tanto desiderate.
Sentivo finalmente di avere valore. Di essere importante per la vita di qualcun altro. Ero finalmente un albero con radici.
Ero felice.
Dovevo tuttavia far i conti contro uno dei miei demoni peggiori.
Un terrore che avrebbe potuto rompere il mio idillio.
Mi faceva tremare il fatto che ci stavamo lentamente avvicinando al limite che non mi ero mai permessa di valicare.
Lo avrei voluto anche io, negarlo avrebbe voluto dire essere bugiarda, eppure il mio terrore e la mia codardia erano montagne invalicabili al suo confronto.
Fabrizio aveva abbattuto con saggezza i mille ostacoli di fronte ai quali chi era venuto prima di lui aveva rinunciato.
Questi muri avevano costituito il mio rifugio, la mia protezione, ma anche la mia prigione.
Coperta dai vestiti mi sentivo meno fragile. Avevo l’illusione di essere bella. Completa. Il più vicino possibile alla normalità.
Non osavo immaginare come lui avrebbe reagito di fronte alle mie cicatrici.
Come potevo apparire bella agli occhi di chiunque altro se neppure io sopportavo la mia immagine riflessa allo specchio?
Mille volte mi trovavo a dirmi: “Ti prego, diglielo, preparalo, dagli possibilità di scelta. E’ giusto che sappia cosa si troverà di fronte”.
Aprivo la bocca. Cercavo di parlare. Non emettevo suono.
Ero una codarda egoista.
Se lui avesse deciso di abbandonarmi a seguito delle mie cicatrici io avrei dovuto rinunciare a ciò che Fabrizio mi aveva finalmente donato.
Il silenzio mi dava il futile conforto di far durare le sue dolci attenzioni più a lungo…Quale ragazzo avrebbe deciso di restare con me una volta viste le mie cicatrici?
Mi ero immaginata mille e mille volte nell’atto di fare l’amore con qualcuno ma il risultato era sempre lo stesso: disgusto e totale calo del desiderio.
I miei incubi non facevano che farmi vivere questa atroce situazione.
Per quanto tu fosse maturo, culturalmente dotato, con una sensibilità fuori dal comune, come poteva Fabrizio discordarsi da questo dato di fatto?
Per quanto l’amore ci nobilitasse eravamo animali: maschio e femmina scelgono reciprocamente il partner che gli sembra migliore; con gli occhi, con la chimica degli ormoni.
In quanto donna avevo dalla mia due cose: make-up e vestiti giusti. La materia prima non era male…A parte un particolare…Qualcosa che non poteva essere nascosto in eterno…Non volevo denigrare i sentimenti che ci legavano, solo eravamo prima di tutto animali animali, giovani animali.
In principio hanno avuto la meglio gli occhi, lui mi aveva scelta non per la mia personalità ma per il mio corpo. Un corpo corrotto.
Pensava che Fabrizio fosse troppo giovane per accettarlo.
Neppure donne e uomini nella piena maturità riescono a ignorare le mie cicatrici.
I loro sguardi traboccanti pietà erano lame che mi avevano trafitto per anni. Solo i conoscenti più intimi mi avevano concesso il piacere di ignorarle e anche quando era così ero io a non dimenticare mai che loro c’erano. Che erano come bandiere incollate alle mie cosce.
Avevo la convinzione che per un giovane innamorato fosse diverso.
Ci si aspetta un fiore perfetto.
Io non lo ero.
Per la prima volta dopo tanto tempo ho davvero sentito quanto fosse pesante l’assenza di una madre. Avrei voluto le sue mani, le sue braccia, la sua bocca e trovare in lei la forza per combattere questo mio demone. Desideravo quell’amore materno che sapevo mi avrebbe senza dubbio resa più forte e non sola nella mia battaglia decisiva.
Avrei voluto consiglio. incoraggiamento. Rassicurazione.
Era paradossale.
Assurdo.
Se le capitava di vedermi mi lanciava occhiate cariche di pregiudizio, e se non erano i suoi occhi a colpevolizzarmi era la sua lingua a giudicarmi. Mi dava insensibilmente della troia.
Il mio esatto contrario.
Che pena.
La crudeltà con cui lanciava le sua accuse stordiva.
Dove trovava la convinzione per per sue certezze?
Quanto avrei voluto che avesse fatto un viaggio dentro la mia testa…Di nuovo mi illudevo…Non sarebbe servito a nulla: semplicemente sarebbe stata cieca rispetto a ciò che avrebbe avuto davanti.
Nel concreto la donna che aveva scelto di adottarmi era un continuo tsunami che si abbatteva contro di me. Aveva il potere di rendermi piccola rispetto ai miei terrori. Sbagliata. Inadatta. Sporca. Priva di coraggio.
Da codarda rimandavo continuamente quello che sarebbe dovuto essere il mio dovere. Ho cercato di attingere forza nei consigli di chi mi è più caro: mia cugina Stefania, Valentina, mio fratello. Tutti con diverse parole mi avevano detto lo stesso:
“Devi dirglielo. Non arrivare a fargli fare da sola la scoperta. Questo potrebbe non essere bello: non quello che nascondi ma l’aver taciuto su un particolare che per correttezza lui avrebbe dovuto conoscere”.
Condividevo ogni singolo particolare di ogni discorso fatto da loro. Il mio coraggio, tuttavia, non sembrava arrivare.
“Domani i miei non sono in casa. Vieni a trovarmi?”.
Infarto. Collasso. Encefalogramma piatto.
La vecchia Clara avrebbe semplicemente trovato una scusa per poter negarsi all’invito.
Ho ingoiato il mio terrore.
Era arrivato il momento delle rivelazioni.
“Ok”.
E’ uscito solo questo monosillabo. Null’altro. Odiando me stessa con tutto il cuore non ho aggiunto altro.
Tornata in casa me ne stavo seduta davanti alla mia scrivania a sbattere la testa su di essa. Avevo l cellulare davanti.
Dovevo chiamarlo e sputare fuori la verità rifugiando nella distanza creata dalla rete telefonica? Non ci riuscivo! Stavo impazzendo dal senso di colpa e e dal mio essere impreparata a ciò che stava per succedere. Una camomilla fu il mio placebo.
Avevo qualcosa di brutto da nascondere ma non sarei stata tanto verme da non andare da lui il giorno dopo.
Dovevo affrontare la mia fobia. Rivelarmi a chi amo. Far vedere tutto il mio corpo a chi lo aveva meritato.
Con la mia determinazione ai minimi storici sono andata al letto.
Avevo paura.
Mi sentivo come chi deve affrontare un’operazione difficile sapendo che le possibilità di sopravvivenza sono scarse.
Rivelare a Fabrizio delle mie ustioni non era solo un particolare.
Le mie ustioni avevano molti altri significati per me.
Dietro di esse si nascondevano discorsi lunghi. Più difficili da ammette che rivelare il semplice fatto che avevo le gambe ustionate.