153- continua scoperta e voglia di crescere

La decisione di uscire dal mio guscio non aveva fatto diventare i miei mostri meno piccoli, semmai il contrario.
Mi sentivo come un bimbo terrorizzato dal buio al quale fosse stata spenta la sua unica lampadina.
Avrei acceso io la luce.
Era ora di vivere.
Avrei dovuto solo affrontare quel buio.
Avere il coraggio di guidare la mia mano in quell’oscurità e trovare l’interruttore.
Volevo farlo, eppure le mie mani non facevano cenno di alcun movimento.
Ero davvero troppo impaurita.
Sapendo di non avere dentro di me il coraggio che mi occorreva mi sono immersa dentro Fabrizio.
Ho tratto forza da lui.
Erano davvero toccanti i tentativi quotidiani che applicava per farmi capire che si sarebbe preso cura di me.
Era pienamente consapevole che ero un cerbiatto impaurito con i nervi pronti a scattare nell’atto della fuga.
Procedeva a piccoli e brevi passi, aspettando di vedere un cenno di consenso da parte mia prima di muoversi ulteriormente nella mia direzione, cementando così ogni piccolo progresso.
Aveva capito di non dover forzare la mano, ma procedere per calmi e ragionati tentativi.
Quanto faceva sembrava partire da un unico pensiero:
“Devo tranquillizzarla, darle sicurezza”.
La luce io l’ho accesa perché Fabrizio mi ha guidata.
Mi stava facendo venire voglia di sciogliermi come ghiaccio al sole.
Di buttarmi dalla scogliera sotto la quale avrei trovato solo morbidezza.
La voglia di farlo era incommensurabile, la paura di farlo altrettanto.
Per giorni e giorni fu lui quello a parlare.
Mi stupiva quanto fosse capace di capirmi.Era come se fosse fornito di un lente speciale attraverso la quale poteva vedere dentro di me.
Prima di lui io ero abituata più a scrivere che a parlare.Ero avvezza più ad ascoltare che ad essere ascoltata. Analizzavo bene ciò che mi circondava senza aver mai incontrato una forma di interesse simile a quella che Fabrizio manifestava per me.
Poi lui ha smesso di parlare. Non che si fosse stufato di farlo.
“E tu?Cosa mi racconti oggi di te? Cosa ti passa per la testa? ora è tempo di ascoltare la tua di voce”.
Un sorriso dolce mi ha incoraggiata.
Ho aperto la bocca. Le parole però non si sono fatte sentire. Non avevo proprio idea di cosa dire. Quel silenzio mi ha stordita. Infastidita. la mia incapacità di comunicazione mi ha fatta sentire una ebete. Confusa l’ho guardato con timore aspettandomi di vederlo andare via.
“Clara non posso sempre parlare solo io. Aspetto che sia tu a partire di tua iniziativa ma il momento non sembra arrivare mai. Non posso credere che tu non abbia nulla da dirmi…Forse non ti fidi ancora di me?”.
Non sarebbe scappato. Mi sono imposta la calma. Dovevo dargli delle spiegazioni.
Il bizzarro mutismo che mi era preso, era una novità anche per me. Vicino a lui sembravo regredire. In parte ciò era dovuto alla mia inconscia attitudine all’autoconservazione: il tradimento viene proprio da chi ami, perciò si, io mi difendevo da lui. Mi proteggevo chiudendomi nel silenzio proprio perché lo amavo e avevo paura di lui. Il silenzio era protezione. Sapevo di ferirlo nel fare quell’ammissione perciò ho preferito rivelargli un’altra motivazione.
“Io non parlo perché non so farlo. Nessuno mi ha insegnato a farlo ed io non ho mai avuto necessità di impararlo. Erroneamente mi sono affidata esclusivamente alla scrittura. La mia mano è più brava e veloce della mia bocca. Sono abituata al monologo. Nessuno fino ad ora ha dimostrato tanto interesse per quello che ho da dire. Non sono abituata…con te io sto scoprendo i miei limiti ma ho voglia di crescere”.

Proprio per fargli capire che stavamo facendo progressi gli ho proposto di vederci fuori dall’università. In principio ci vedevamo soltanto a Tor Vergata perché così io mi sentivo più al sicuro. Da lui e da me stessa.
Il centro di Roma è stato il testimone di quelle prime uscite.
Lui poi mi ha portata a conoscere il suo mondo. Amici. Gruppi coi quali suonava ed era una continua scoperta in positivo.
Ero felice ma la mia voce ancora non trovava la forza di uscire dalla bocca.
Guardavo ammirata con occhi lucidi e labbra tremanti i suoi dolci tentativi…E mi sentivo ingiusta: un baro che bleffa nonostante la miseria delle sue carte.
Gli aspettavano le giuste spiegazioni.
Si sei guadagnato le spiegazioni che gli avrebbero svelato il perchè del mio complicato e lunatico carattere.
I segreti più intimi. Le mie paure. I miei terrori. Le mie vergogne.
Mi capitava di piangere durante le prime uscite.
“Clara, che hai?”
“Niente, è che sono felice”
“E per questo piangi?”
“Si”.
Lo stringevo.
Lo abbracciavo con tutte le mie forze e gli regalavo baci bagnati pregandolo solo di una cosa:
“Ti prego non abbandonarmi”.

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