Chiusa la mia disastrosa avventura come ragazza alla pari ero ritornata ad essere una studentessa universitaria.
Ero sollevata di ritornare a seguire le lezioni.
Psicologia, sociologia, filosofia, letteratura, tutte le materie umanistiche solleticavano la mia curiosità…Quanto le seguivo con piacere…Amavo nello specifico seguire una docente: Carmela Morabito. Lei svelava la psicologia collocandola perfettamente nel contesto storico, sociale, artistico; aveva un eclettismo e un sapere così vasto che ascoltarla era puro piacere, come ascoltare buona musica.
Non tutto, tuttavia, era piacevole; mi ero iscritta anche ad un corso di informatica: volevo imparare dato che il computer, allora, sapevo a malapena accenderlo. Non lo avessi mai fatto: era come seguire una lezione in cinese, del tutto fuori dalla mia portata.
Altra questione era che mi sentivo un po’ sola tra le grandi mura della sezione di lettere di Tor Vergata.
Valentina era andata via, aveva preso un’altra strada ed io mi pentivo di non averla seguita.
Tra una lezione e l’altra mi ritrovavo sola a guardare i mille gruppetti che sedevano su panchine, prati , al bar. Anche con i compagni di corso era solo buongiorno e buona sera. Chiacchiere educate e nulla di più.
Prima avevo Valentina e lei mi bastava.
Ora dovevo andare necessariamente alla ricerca di qualche compagno di studio. Di qualcuno con cui poter fare due chiacchiere leggere, mangiare un panino al volo. Semplicemente qualcuno che si sedesse vicino a me e non mi toccasse ritrovarmi sempre sola con me stessa.
Mi guardavo intorno a vedere se ci fosse qualcuno che attirasse la mia attenzione.
Era strano: ecco là il tavolo dei metallari, poi quello dei tamarri, quello dei pariolini, quello dei darchettoni…Una vera e propria giungla.
Ognuno con la propria razza di appartenenza.
Io mi sentivo esclusa da qualunque gruppo.
Non mi sentivo superiore. Non avevo motivazione di farlo.
Mi incuriosivano tutti perché erano dei mondi sconosciuti per me.
Avendo Valentina con me poco badavo al microcosmo nel quale passavo le mie giornate. Poi, essendomi trovata sola, mi sono trovata ad osservare.
Avrei voluto poter avere la loro stessa spensieratezza, la loro leggerezza. Probabilmente ognuno di loro aveva una sua considerevole croce personale, eppure, almeno loro riuscivano a mascherarlo molto bene.
Forse era la lontananza della mia amica che mi rendeva così spenta.
Dovevo cercare di fare nuove conoscenze. Avere i miei compagni di tempo.
Non potevo campare di solo studio.
Due chiacchiere con qualcuno avrei dovuto pur farle.
Avevo preso la decisione di riprendere la mia lingua madre: lo spagnolo.
Quel giorno avrei avuto la mia prima lezione.
Tra la folla che occupava l’aula magna avevo notato due ragazzi, meglio dire che avevo notato che loro mi avevano notata.
La voce della docente me li aveva tolti istantaneamente dalla testa.
Primo compito: descrivere per scritto il proprio vicino di casa.
Il classico brusio del chiacchierare sottovoce aveva preso vita ed è stato tra questo che una voce ha bruscamente chiesto:
“Aò, ma in spagnolo come se dice cassamortaro?”.
Lo scoppio di risa è stato simultaneo.
Sedevo tra i primi banchi.
La voce era arrivata da dietro.
Mi era sfuggita la comicità della frase.
Non ci avevo trovato nulla da ridere.
Dovevo necessariamente vedere il viso del borone che aveva appena aperto bocca. Due capelloni sedevano a gambe aperte sulle sedie dell’aula magna.
Entrambi avevano i capelli lunghi quanto i miei. Jeans slavati, maglia nera e braccia incrociate sul petto.
La loro espressione era opposta.
Uno con il viso leggero e spensierato di un bimbo felice, l’altro con le spesse sopracciglia aggrottate, viso serio e grandi occhi verdi concentrati che dicevano:”Ti odio. Sono molto arrabbiato. Fai attenzione”.
Sembrava incazzato con il mondo intero.
Nel caso ti rivolgesse il suo sguardo veniva spontaneo chiederti: “O mio Dio, e mò che gli ho fatto a questo?”.
Ti dava la spiacevole sensazione che fosse causa tua la forte ostilità del suo sguardo e del suo atteggiamento.
Lui mi ha attratta come una calamita.
Avevo trovato i compagni che cercavo.
Era il 27 ottobre 2005.
Il giorno in cui ho conosciuto Stefano e il proprietario di quegli ostili occhi verdi: Fabrizio.