142-studentessa universitaria

Chiusa la mia disastrosa avventura come ragazza alla pari ero ritornata ad essere una studentessa universitaria.
Ero sollevata di ritornare a seguire le lezioni.
Psicologia, sociologia, filosofia, letteratura, tutte le materie umanistiche solleticavano la mia curiosità…Quanto le seguivo con piacere…Amavo nello specifico seguire una docente: Carmela Morabito. Lei svelava la psicologia collocandola perfettamente nel contesto storico, sociale, artistico; aveva un eclettismo e un sapere così vasto che ascoltarla era puro piacere, come ascoltare buona musica.
Non tutto, tuttavia, era piacevole; mi ero iscritta anche ad un corso di informatica: volevo imparare dato che il computer, allora, sapevo a malapena accenderlo. Non lo avessi mai fatto: era come seguire una lezione in cinese, del tutto fuori dalla mia portata.
Altra questione era che mi sentivo un po’ sola tra le grandi mura della sezione di lettere di Tor Vergata.
Valentina era andata via, aveva preso un’altra strada ed io mi pentivo di non averla seguita.
Tra una lezione e l’altra mi ritrovavo sola a guardare i mille gruppetti che sedevano su panchine, prati , al bar. Anche con i compagni di corso era solo buongiorno e buona sera. Chiacchiere educate e nulla di più.
Prima avevo Valentina e lei mi bastava.
Ora dovevo andare necessariamente alla ricerca di qualche compagno di studio. Di qualcuno con cui poter fare due chiacchiere leggere, mangiare un panino al volo. Semplicemente qualcuno che si sedesse vicino a me e non mi toccasse ritrovarmi sempre sola con me stessa.
Mi guardavo intorno a vedere se ci fosse qualcuno che attirasse la mia attenzione.
Era strano: ecco là il tavolo dei metallari, poi quello dei tamarri, quello dei pariolini, quello dei darchettoni…Una vera e propria giungla.
Ognuno con la propria razza di appartenenza.
Io mi sentivo esclusa da qualunque gruppo.
Non mi sentivo superiore. Non avevo motivazione di farlo.
Mi incuriosivano tutti perché erano dei mondi sconosciuti per me.
Avendo Valentina con me poco badavo al microcosmo nel quale passavo le mie giornate. Poi, essendomi trovata sola, mi sono trovata ad osservare.
Avrei voluto poter avere la loro stessa spensieratezza, la loro leggerezza. Probabilmente ognuno di loro aveva una sua considerevole croce personale, eppure, almeno loro riuscivano a mascherarlo molto bene.
Forse era la lontananza della mia amica che mi rendeva così spenta.
Dovevo cercare di fare nuove conoscenze. Avere i miei compagni di tempo.
Non potevo campare di solo studio.
Due chiacchiere con qualcuno avrei dovuto pur farle.

Avevo preso la decisione di riprendere la mia lingua madre: lo spagnolo.
Quel giorno avrei avuto la mia prima lezione.
Tra la folla che occupava l’aula magna avevo notato due ragazzi, meglio dire che avevo notato che loro mi avevano notata.
La voce della docente me li aveva tolti istantaneamente dalla testa.
Primo compito: descrivere per scritto il proprio vicino di casa.
Il classico brusio del chiacchierare sottovoce aveva preso vita ed è stato tra questo che una voce ha bruscamente chiesto:
“Aò, ma in spagnolo come se dice cassamortaro?”.
Lo scoppio di risa è stato simultaneo.
Sedevo tra i primi banchi.
La voce era arrivata da dietro.
Mi era sfuggita la comicità della frase.
Non ci avevo trovato nulla da ridere.
Dovevo necessariamente vedere il viso del borone che aveva appena aperto bocca. Due capelloni sedevano a gambe aperte sulle sedie dell’aula magna.
Entrambi avevano i capelli lunghi quanto i miei. Jeans slavati, maglia nera e braccia incrociate sul petto.
La loro espressione era opposta.
Uno con il viso leggero e spensierato di un bimbo felice, l’altro con le spesse sopracciglia aggrottate, viso serio e grandi occhi verdi concentrati che dicevano:”Ti odio. Sono molto arrabbiato. Fai attenzione”.
Sembrava incazzato con il mondo intero.
Nel caso ti rivolgesse il suo sguardo veniva spontaneo chiederti: “O mio Dio, e mò che gli ho fatto a questo?”.
Ti dava la spiacevole sensazione che fosse causa tua la forte ostilità del suo sguardo e del suo atteggiamento.
Lui mi ha attratta come una calamita.
Avevo trovato i compagni che cercavo.
Era il 27 ottobre 2005.
Il giorno in cui ho conosciuto Stefano e il proprietario di quegli ostili occhi verdi: Fabrizio.

141-il porco e gli squali

“Il bambino starà qualche giorno con la madre. Mi ha dato poco preavviso; ho pensato di non avvisarti prima al telefono, così avremo un po’ di tempo per conoscerci meglio. Per queste due sere staremo da mia madre”.
Sono stata con lui tutto il giorno.
L’ho accompagnato a fare tutti i giri della giornata.
Mi era sembrato strano che non mi avesse portata a casa a posare le valigie che per tutto il tempo erano rimaste in macchina.
Mi era sembrato strano che non mi avesse presentata alla madre di suo figlio.
Mi aveva portato a pranzo ad un ristorante sardo.
L’unica nota positiva della giornata.
Quell’uomo più passava il tempo, più mi piaceva meno.
Siamo rientrati dopo cena presso una bella villa sulla Cassia.
“Cerchiamo di non fare rumore. Non vorrei svegliare mia madre: qui abita anche lei. Ti mostro la stanza. Lì potrai metterti comoda”.
Neppure sua madre mi era stata presentata.
Eravamo entrati in casa come due ladri.
Mi sono ritrovata in un’immensa camera da letto.
Non ho disfatto le valigie, mi sono messa il mio pigiamone, mi sono fatta una bella doccia e sono scappata al letto dopo aver chiuso la porta a chiave.
Resa tranquilla da quel doppio giro di chiave mi sono finalmente addormentata.

“Perchè hai chiuso a chiave ieri sera? Sono stato costretto a dormire sul divano”,
“O mio Dio! Mi dispiace così tanto! È solo che a casa sono abituata a fare così e poi ero convinta che la stanza fosse destinata a me”, sorriso ingenuo da abile bugiarda.
Tutti i campanelli di allarme che avevano suonato dentro la mia testa trovavano riscontro nella realtà: lui si era aspettato che io dormissi insieme a lui!
Col cavolo che avrei fatto da bambolina gonfiabile in carne e ossa per questo porco!
“Senti, probabilmente dovrai accompagnarmi a qualche festa con grosso nomi, perciò dovrai essere impeccabile. Lunedì andrai al centro estetico della mia famiglia per farti una depilazione…la preferisci parziale a totale? Ti capiterà di indossare degli abiti di stilisti rinomati: dovrai essere perfetta. Non te l’ho ancora chiesto, per cosa hai un ragazzo?…”.
Il sudore freddo ha cominciato a scendere dalle mie tempie.
Ora avevo capito perché la tata precedente mi era sembrata tanto strana: la loro distanza personale era inesistente, stavano praticamente appiccicati. la frase: “Se ne torna in Polonia perché questa pazza si è innamorata di me”, che in principio avevo interpretato come una battuta, ora aveva trovato chiarimento.
Dove mi ero cacciata?
Che ragione avevano tutte quelle frasi?
Perché non parlare del bambino, delle sue abitudini, delle sue paure?
Con quale intenzione quest’uomo mi aveva presa con se?
In maniera del tutto irrazionale mi sono detta che era meglio affrontare questa terribile situazione che dover tornare a casa.
Meglio dover lottare contro un porco, tenerlo a bada e trovare alla svelta un nuovo posto di lavoro che dover affrontare altre discussioni con i miei exgenitori.
Meglio dover lottare contro le paure che in quel momento mi stavano togliendo l’aria, che dover subire le cattiverie di lei.
Abbiamo consumato i pasti in dei locali.
Siamo tornati a casa solo in tarda serata.
Mi sono rinchiusa in camera.
Mi sono coperta completamente con le coperte.
Il tepore mi ha fatto sciogliere il nodo che avevo allo stomaco.
Parte del gelo della mia anima si è dissolto.
L’indomani mi sarei dovuta finalmente occupare del bambino. Finalmente.
Il richiamo del mio cellulare mi ha fatto saltare fuori dal mio rifugio.
“Ciao zia”. Zia Teresa.
“Come hai fatto a riconoscermi?”
“Avevo il tuo numero in memoria”
“Ah…Senti come va?”
“Bene”
“Sicura?”
Le lacrime hanno preso a scendere senza freno.
“Clara fammi un favore, torna a casa! Domani mattina mi devi chiamare per dirmi che sei tornata indietro”
“Non ci riesco zia! Ho pensato di farlo, ma al solo pensiero mi piange il cuore! Non ci riesco! Non mi ci vogliono dentro casa. È una violenza continua. Un litigio al giorno!”
“Tua madre dice che il problema è che non studi”
“È una bugiarda. La mia buona media e i complimenti che mi fanno i professori lo negano. Non mi stai dicendo nulla di nuovo”
“Lei dice che sono voti che tu ti scrivi da sola. Dice che stai falsificando il tuo libretto universitario”.
Ecco la novità. Non potevo crederci. Metteva in dubbio la vericità di quello che era un documento propriamente detto. Come poteva credermi così imbecille? un atto illegale, tra le altre cose.
“E dopo tutto questo io dovrei tornare a casa? Come posso farlo se ogni ora che passa vengo a sapere novità sempre più brutte? Mi stanno rendendo la vita un inferno!…”
“Clara. Ho una brutta sensazione. Fallo per me. Torna a casa. Torna all’università continua gli studi. Cerca di stare in facoltà durante il giorno, studia in bibiloteca. Quando torni a casa chiuditi in camera tua. Evita qualunque contatto con lei”
“È qualche mese che cerco di farlo…è lei che mi cerca, che mi stuzzica; è come se lo facesse apposta…”
“Resisti, resisti finchè non avrai finito l’università”
“Non so se lei me lo permetterà e se io sarò abbastanza forte da farlo”
“Se non per te fallo per me”.
Una frase che mi è piaciuta.
Ho deciso di accontentare zia Teresa.
L’indomani sarei tornata indietro.

Avevo mantenuto il mio proposito.
Ero di nuovo a casa.
Nella mia camera.
Avevo finito di sistemare di nuovo le mie valigie.
Mio fratello mi guardava sorridente.
Era contento che fossi di nuovo con lui.
Il porco stava seduto nella loro camera da pranzo.
Gli orchi stavano discutendo tra loro.
Io ero troppo schifata per partecipare al loro finto colloquio.
Il porco stava dicendo che era stato costretto a riportarmi a casa perché non era scattata alcuna simpatia tra me e il piccolo Luca. Non era stata per colpa mia. I miei tentativi per guadagnarmi il suo affetto erano stati lodevoli; era stato il bambino ad aver rifiutato categoricamente la mia presenza…Che schifo! Gli avrei sputato in mezzo agli occhi.
Lei gli ha risposto dicendo che ero una ragazza difficile, complicata da capire. Una che aveva abbandonato gli studi perché con troppi grilli in testa, in poche parole che ero un’imbecille.
Non sapevo se ridere o piangere.
Avevo tre squali in salotto a parlare di me. d
Dovevo ascoltare mentre facevano a brandelli coi loro dentro aguzzi quella che loro credevano che fossi.
Non sapevo chi tra di loro mi facesse più schifo: il maiale, la vipera che era mia madre o il padre taciturno che ascoltava senza emettere suoni o giudizi.

La mia cara mamma mi ha raggiunta in camera.
La sua gioia era davvero grande.
“Non credere di poter fare quello che hai fatto fino adesso. Quando quell’uomo se se sarà andato faremo un bel discorsetto”.
Con voce gelida e occhi in fiamme è uscita sbattendo la porta.
Mi sarebbero mai capitate situazioni normali?
Da un’anomala situazione sono passata ad una strana, sporca, brutta situazione per poi dover fare ritorno alla vecchia cara anomala situazione.
Quali erano stati i vantaggi per me?
“Visto che sei ritornata mettiamo subito le cose in chiaro: in questa casa non si esce la sera durante la settimana; ad eccezione del sabato, a patto che a mezzanotte si stia a casa. Alla prossima sezione dovrai dare esattamente sei esami. Se ne salti anche solo uno, io smetterò di pagarti l’università e tu dovrai cercarti un lavoro”.
A parlare questa volta era stato lui.
Lei era stata davvero brava nell’ammaestrarlo.
Del suo discorso mi era piaciuta solo la parte degli esami da superare.
Per il resto io andavo come i gamberi: se in tutto il mondo ogni movimento tende all’evoluzione, io ero costretta all’involuzione.
Mi vedevo costretta a fare gli stessi orari di un minorenne.
Ma poi che mi importava?
Che cosa avevo mai da perdere?
Avevo talmente poco che non avevo davvero nulla da perdere.
Se prima tornavo tardi, era solo perché facevo la cameriera in un pub.
Non ero mai stata in discoteca con le amiche, e a parte la parentesi con Luca non avevo mai avuto appuntamenti con qualcuno durante la settimana.

Che bello ero di nuovo a casa!

140-campanelli di allarme

Stavo iniziando a somatizzare tutto il mio disagio e le mie problematiche famigliari.
Ero troppo giovane per capire il triste vero significato per quei segnali che il corpo mi mandava.
Due due mesi che il mio ciclo non si era presentato.
Non mi ero allarmata di questa scomparsa. “Un pensiero di meno”, avevo pensato con leggerezza.
Non mi ero accorta di quanto peso avessi perso.
La fame non la sentivo. Mangiavo il minimo indispensabile. Il che poteva essere un mandarino. Un panino. Un unico pasto per tutto il giorno.
Non sapevo che l’interruzione del mio ciclo era il primo segnale di allarme.
Un allarme bello rumoroso che per tutti è stato atono.
Il mio corpo aveva attivato il processo di autoconservazione. Mangiavo davvero troppo poco, talmente poco che per sostenersi aveva sospeso i processi “secondari” per poter andare avanti. Che mi si iniziassero a vedere le costole non aveva alcuna importanza per me: i miei occhi non lo vedevano. Non trovare vestiti che mi andassero bene era stato un fastidio da poco; che indossassi la taglia 38 perché la 36 era introvabile non mi aveva allarmata.
Il mio corpo mi parlava e io non lo ascoltavo.
Ero troppo triste.
Mi sembrava che essitesse solo un eterno senso di inquietudine.
Mi sentivo inadatta al mondo intero.
Avevo provato a lavorare in un Call-center. Era di tipo autbound.
Ho così scoperto che lo schiavismo esisteva tutt’oggi. La paga era così misera che me ne sono andata via io di mia spontanea volontà dopo una settimana. Vendere contratti telefonici chiamando privati, disturbando le loro vite non mi piaceva proprio.
“Che andassero a cagare. La mia vita fuori casa non più reggersi sugli stecchini che mi erano stati offerti”.
Avevo formulato il pensiero con rabbia e delusione.
Mi aspettava poi l’ultima notte di lavoro al pub.
Me ne andavo con la tristezza nel cuore.
Quel lavoro mi piaceva: trottavo dall’inizio alla fine e la mia testa era libera da pensieri. Mi ero trovata molto bene con tutti: cameriere, cuochi, responsabili, buttafuori. Era stato un posto dove mi era stato dato il diritto di sentirmi bene. Dove ero stata protetta laddove un cliente si era dimostrato sgarbato. Con gran dispiacere me ne sono allontanata.
La grande novità, tuttavia, era un’altra.
Il settembre successivo sarei uscita per sempre dalla vita dei Roselli.
Sarei andata fare la baby-sitter. La ragazza alla pari. Per un bimbo di quattro anni, che guarda un po’ il caso, si chiamava Luca.
Avevo fatto tre colloqui con il padre. Il primo da soli. Poi lui e la vecchia tata. Poi lui insieme al bambino. Il mio futuro datore di lavoro non mi piaceva per niente: capellone, ciccione, unto come un maiale. Suonò l’ennesima campanella di allarme ma come sempre io la ignorai. Ho voluto ignorarla. La vecchia giovane tata andava via dopo alcuni anni di lavoro per tornare in Polonia e sposarsi. Perché a me sarebbe dovuta andar male? Speravo in una svolta positiva. Il piccolo aveva mostrato simpatia per me. Non poteva andare storta.