Si stavano comprando una casa in montagna. Non sapevo neppure dove.
Il fine settimana li vedevo partire la mattina e tornare la sera.
Le loro tecniche erano due: o uscivano senza neppure salutare con me e mio fratello in casa o ci ordinavano di stare fuori per quel giorno.
Il silenzio è stato delle prime volte: nella loro testa io non sapevo dove andassero e quando tornassero perciò non avevo alcun criterio per organizzare mega feste od orge in casa.
Il “Devi uscire” arrivò quando si è venuto a sapere della nuova casetta in montagna.
“Ma sono le nove del mattino!”
“Vai a trovare qualche amichetto. Di tanti conoscenti nessuno che ti ospita? Noi dobbiamo stare tutto il giorno fuori”.
Inutile ricordarle che fosse dicembre.
A lei non importava. Semplice.
Passavo allora le giornate fuori casa perché in casa mia non potevo stare. Perché così i miei genitori si sentivano più tranquilli. Capitava che ritornassero quando era già calato il buio.
Io e mio fratello ce ne stavamo rannicchiati dentro i giubbotti invernali davanti al cancellato aspettandoli.
Una sera ci passò davanti Diana, una nostra coetanea che abitava poco distante da noi.
“Che fate qua fuori al freddo?”
“Ci siamo dimenticati le chiavi e non c’è nessuno in casa”. Bugia riparatrice. Meglio sembrare deficiente che dover ammettere che a vent’anni non avevo il privilegio di avere le chiavi per aprire.
“Venite con me allora! Almeno state al caldo e da lì potete vedere quando ritornano i vostri genitori”.
Diverse volte Diana vide che ci eravamo dimenticati le chiavi e senza che lo ripetesse due volte casa sua diventò il nostro rifugio.
Fu una di quelle sere che mia madre ritornò che si era fatta male alla caviglia.
Si decise di portarla all’ospedale.
Avevano stabilito il ricovero per lei.
Le ho preparato la borsa e sono andata a trovarla.
Aveva il gesso dal ginocchio in giù.
L’ho aiutata tanto in bagno quanto con la doccia dell’ospedale.
Ho lavato la sua biancheria sporca.
Dimostrazione che le potevo essere di aiuto.
Non mi era pesato. Era stato naturale.
Lei sembrava ammorbidita nei miei confronti.
Era quasi irreale vederla trattarmi come avrebbe dovuto fare ogni giorno, nulla di pretenzioso: la banale normalità.
Non ero tanto sciocca da pensare che questo avrebbe cambiato il nostro burrascoso rapporto: la storia insegnava.
Entrambe avevamo superato un punto di rottura che nulla avrebbe potuto riparare.
Almeno così pensavo allora.
Nella tranquillità, tra di noi regnava un solo freddo sentimento: la diffidenza.
Chi avrebbe fatto il passo falso?
Sapevo che era solo la sua momentanea debolezza fisica, un piccolo handicap, a renderla positivamente recettiva alla mia presenza. Poi stavamo in ospedali. Lì c’erano occhi e orecchie ad esaminarla.
In casa regnava tutt’altro clima con lei costretta lontano.
La sua assenza aveva portato un po’ di tranquillità. Era tornato l’ossigeno.
Era sempre così.
Quando lei non c’era regnava la pace assoluta.
Io e Fabrizio ci eravamo potuti permettere lunghe chiacchierate al telefono senza che le nostre parole fossero intercettate da orecchie indiscrete. Finalmente.
Il suo ritorno ma riportò il solito inferno.
Era stato un limbo di breve durata.
Peggio di prima.
Ora la strega pretendeva che Fabrizio non mi chiamasse più sul fisso. Rispondeva sempre lei al telefono, se era lui, lo staccava proprio.
Il fatto che lui mi cercasse sembrava infastidirla.
Per i suoi canoni era troppo tempo che sto Fabrizio si faceva sentire.
A me stupiva lui, alle pazzie di lei ero abituata, la novità era che il mio Panda continuava a cercarmi come prima. Dal fisso mi chiamava sul cellulare. Lo sgridavo perché sapevo che il suo gesto gravava sulla bolletta dei suoi.
“Io devo accertarmi che tu stia bene”
“Sto bene: attacca!”
“No, lo decido io e per farlo devo sentire la tua voce”.
Perché questo ragazzo faceva questo per me?
Avrei dovuto esserne felice invece ero raggelata da improvvisi brividi freddi.
Lei sembrava spiazzata dalla mia felicità (apparente felicità, dato che non conosceva i terrori che mi provocavano le attenzioni di Fabrizio).
Buttava benzina sulla mia confusione mentale senza che ne fosse consapevole.
La sua abituale aggressività e cattiveria non facevano che affondare su cicatrici aperte.
La sua ultima sfuriata fui io a provocarla.
Si cercava un posto dove festeggiare il Capodanno insieme ai compagni di liceo di mio fratello. Tra le varie opzioni avevamo messo in tavola anche casa nostra: un piccolo, minuscolo tentativo perché in cuor mio conoscevo già la risposta.
La risposta. Non la reazione e le sue conseguenze.
Ho svegliato la più furiosa delle sue bestie.
“Devo chiederti un favore”
“Sarebbe?”
“Io e mio fratello possiamo festeggiare il Capodanno qui a casa?”
Silenzio glaciale.
Ho smesso di insaponarle la schiena perchè sapevo che avrebbe sbraitato.
I suoi occhi furiosi hanno fatto capolino. Ha tirato indietro le labbra. Lo faceva sempre quando si incazzava.
Sapevo che avrei rischiato molto a fare quella domanda.
Potevo vantarmi di avere la noncuranza di chi non aveva nulla da perdere.
“Vattene! Esci subito da questo bagno!”, mi ha urlato contro, “E’ pensando a questo che mi hai aiutata per tutto questo tempo? Lo hai fatto solo perché avevi qualcosa da chiedere!? Mi hai schifo! Tieniti alla larga da me! Non voglio più averti davanti agli occhi!”.
L’assuefazione alle sue false condanne mi aveva resa indifferenti a questo tipo di frasi.
“Che ti sei comprata a fare questa super villa? Che ti sei comprata a fare un tavolo da dodici persone se non viene mai nessuno qua dentro!? Perchè prenderlo se non creerai mai la possibilità di usarlo!? Avresti potuto spendere i tuoi soldi in altri modi! Sei contraddittoria persino nell’arredare casa tua!”
“Appunto: è la mia casa! Ci faccio quello che mi pare! Ci metto quello che mi pare! Ma ricordati bene una cosa: i tuoi amici di merda non metteranno mai piede qui dentro!”
“E chi ti dice che non l’abbiano già fatto?”.
Le ho dato le spalle per non farle vedere il sorriso che mi era nato sulle guance. Non prima di aver goduto dell’espressione di puro stupore che mi regalò il suo viso.
Uno a zero per Clara.
Chissà quanto mi sarebbe costata questa falsa ammissione.
Sapevo che me l’avrebbe pagare molto cara.
Che si godesse in solitudine la sua grande villa insieme a quell’ameba che si era scelta come compagno di vita. Quella casa era solo l’ultima fra le tanti azioni sterili dei miei speudogenitori. Apparenza. Era solo apparenza. Un bellissimo abito sopra biancheria sporca.
La vendetta va servita fredda?
Lei non le ha dato nemmeno il tempo di intiepidirsi perchè la scottatura è arrivata subito.
Vestita del solo asciugamano ha spalancato con violenza la porta della mia camera.
“Facciamo una scommessa: io dico che quest’ultimo disgraziato ti lascerà prima che io mi tolgo il gesso! Sparirà non appena ottenuto quello che voleva da te! Ti mollerà come tutti gli altri perchè sei solo una puttana!”.
Colpita e affondata.
Di nuovo porta sbattuta.
Era incredibile quanto nella sua ignoranza avesse una cattiveria in grado di corrodermi dentro come acido.
Vittoria a lei.
Troppo brava, benché cieca sapeva dove colpire.