Non potevo comportarmi così!
Un giorno mi dicevo: “Si”, il seguente: “No”.
Un giorno mi dicevo: “Apriti! Che aspetti!?”, il seguente: “Chiuditi! Scappa! Sei impazzita!?”
Che il mio destino fosse la solitudine?
Che fosse quello di rimanere un’estranea per tutti e lasciarmi soltanto sfiorare?
Questa speranza di nome Fabrizio era un tormento.
Era una gara che mi vedeva davanti al traguardo ma alla quale non volevo partecipare. Avevo il terrore di toccare la meta. Sarebbe potuta essere la svolta della mia vita o il mio nuovo dolore.
La prospettiva di soffrire di nuovo soffocava la mia fiducia.
La verità era che non volevo sentire di appartenere a qualcuno.
Legame era sinonimo di abbandono per me.
Amore significava tradimento.
Non volevo intrusi nella profondità del castello sicuro che mi ero costruita.
In mezzo a questa nuova confusione, in maniera del tutto folle, la solitudine mi sembrava la soluzione migliore.
Che brutta persona ero diventata?
Cosa ero divenuta?
Ma non era tutta colpa mia!
Il colpo più grande lo avevano inferto i miei, il colpo di grazia me lo aveva dato Luca.
Dopo di lui ero diventata la tartaruga che non vuole cacciare fuori la testa dal guscio.
Non credevo esistesse una persona degna di fiducia.
Sentivo che volevo scappare da Fabrizio per la necessità di tutelarmi.
Io, invece, quanto male stavo facendo a lui?
Questi passi avanti e dietro quanto facevano male a lui?
Ero prigioniera del mio cervello: lui non voleva amare più nessuno. Era un divieto categorico.
Il cuore mi diceva altro. Mi sussurrava di crescere. Di uscire dalla caverna.
Non potevo promettere niente. Neppure io ero in grado di prevedere come mi sarei comportata il giorno successivo.
Vicino a me ogni giorno trascorreva nell’incertezza che sarei potuta scappare da un momento all’altro. Come faceva a sopportarlo il mio panda?
Mi ubriacavo di pensieri: se pure ci fosse stata la possibilità di riuscire ad aprirmi quanto avresti impiegato a stancarti di tutto questo?
Quando ti saresti stancato di questa nonvolontà?
Quando ti saresti stancato di parlare solo tu?
Lo avevo notato.
Sapevo bene che quando stavamo insieme parlavi solo tu.
Sentire la tua voce mi confortava perché se eri tu a farlo sapevo che non avrei dovuto farlo io.
La sua voce faceva tacere i miei pazzi, vorticosi pensieri.
Quanto spesso mi facevi delle domande e io rimanevo nel totale silenzio?
Come se avessi smarrito da qualche parte la lingua.
Non mi sforzavo nemmeno di aprire bocca.
Era una capacità che sapevo di aver perso.
Era paura Fabrizio mio.
Era terrore.
Ti guardavo spaventata e mi tranquillizzavo di nuovo solo quando sentivo che era la tua voce a rompere il silenzio.
Svelarmi. Accettarmi. Aprirmi.
Altro che le fatiche di Ercole.
Mi chiedevo anche: insistevo a comportarmi così nella speranza fossi tu il primo a stancarsi?
Davvero potevi essere diverso da tutti gli altri abitanti di questo pianeta?
Che fare della Clara che ero diventata?
Avrei voluto poter far compiere un bel viaggio dentro alla mia testa ai miei cari genitori in modo da far capire loro con quanta profondità mi avevano fatto perdere la fiducia in me stessa e nel prossimo.
Avrei voluto poter farli perdere nella stessa caotica confusione che mi avevano regalato.
Avrei voluto che capissero quali danni hanno causato al mio cuore e alla mia anima.
Luca era stato solo l’ultima goccia.
L’ultima porta che avevo lasciato aperta.
Il mia ultima fetta della torta chiamata fiducia.
“Dimmi cosa posso fare per te. Dimmelo e io lo farò”, ti avevo in pratica offerto la mia vita stessa.
“Continua a ridere” mi ha risposto lui.
Parole di un altruista egocentrico.
Luca stesso mi aveva reso impossibile ciò che lui stesso mi aveva chiesto.
Si era allontanato senza guardare indietro.
La mia poca fiducia rimasta, buttata via con noncuranza.
Non mi erano rimaste che minuscole briciole. Troppo piccole per il mio freddo comandante: la razionalità.
Dopo quella ennesima rottura, dopo che il mio primo difficile tentativo di aprirmi era caduto senza che il destinatario se ne curasse, era morta ogni mia illusione di poter amare profondamente.
Quel maledetto tentativo fallito non aveva fatto che rinforzare e moltiplicare le catene che mi ero posta.
“Mi dispiace Fabrizio…Ho mentito. Non sto meglio. Non mi ha fatto sentire affatto meglio…La tua voce non mi ha fatto sentire meglio…Mi dispiace…Mi dispiace davvero…Mi sono semplicemente fidata della persona sbagliata ma d’altronde cosa mi può garantire che tu sia diverso da lui?”