143- la Banda Tor Vergata

Tutti lo chiamano Panda.
In realtà Fabrizio.
In realtà io lo avrei soprannominato orso bruno. chi lo conosce sa perfettamente cosa dico.
Da quel primissimo incontro non passava giorno senza che non si passasse del tempo insieme.
Mi trovavo benissimo con lui.
Come trovarmi di fronte ad un’altra me stessa.
Mi dava fiducia. Una fiducia che significava:”in sua compagnia io posso stare bene”.
Mi sentivo protetta.
Poi c’era Stefano.
Stare con lui era come subire una iniezione di felicità allo stato puro.
Portava sempre con se un vento caldo di simpatia.
Aveva la capacità di farti dimenticare qualunque problema.
Era un ciclone dentro al quale era piacevole farsi strapazzare.
Mi faceva morire dalle risate la facilità con cui perdeva la testa per le ragazze: ogni giorno era innamorato di una diversa ed ognuna di loro a suo dire poteva essere la donna della sua vita e la madre dei suoi figli. Poco importava che avesse per la testa tre o quattro donne diverse.
Dopo aver incontrato loro ho iniziato a sentirmi di nuovo viva.
Abbiamo fondato la Banda Tor Vergata.
Noi tre.
Ad ogni pausa di studio noi tre.
Hanno dato sapore alla mia vita insipida.
Poi si è aggiunto Pepette e il mio cuore finalmente ha ritrovato calore.
Noi quattro insieme: la mia oasi di pace.

Poi è arrivata una nuova cotta per un tizio di nome Gianluca.
Panda diceva che ero pazza ad essermi accorta di un tipo tanto mediocre.
Banale o no, e me faceva battere il cuore ogni volta che lo incontravo tra i corridoi dell’università.
C’era un ma.
Era fidanzato.
Io io ne ne sono accorta quando già le nostre occhiate erano più che esplicite e ci eravamo persino scambiati i numeri di cellulare.
Era una sensazione stupenda essere corteggiati…Peccato che una persona che ha taciuto su un particolare così significativo non poteva portare a niente di positivo.
Ogni suo messaggio mi riempiva di gioia e di rabbia.
Come poteva avere il coraggio di scrivere frasi tanto belle destinate a me quando si era preso l’impegno di amare d’altra?
Il mio entusiasmo per lui aveva lo stesso vigore di un fiammifero. Di una scatola di fiammiferi. Uno acceso alla volta.
Per fortuna avevo una coscienza di nome Panda a riportarmi sempre sulla retta via.
Con Gianluca infatti non c’è mai stato nulla se non l’essere stati seduti in macchina a parlare e dirci addio. Senza il minimo contatto.

In casa stavo portando avanti il consiglio di zia Teresa.
Ritornavo solo per dormire.
Evitavo qualunque contatto con loro.
Stare in casa da quando mio padre era andato in pensione mi dava un senso di claustrofobia.
Ero più contenta di dover ritornare tra le mura domestiche solo quand’era buio. Preferibilmente quando li trovavo seduti in salotto a vedersi i quattro telegiornali della sera e il mio rientro passava praticamente inosservato.
Neppure il saluto ci scambiavamo più.
Qualche volta, tuttavia, pur non volendolo, ci si incontrava per i corridoi o per le scale. Se lei non aveva parole da destinare a me, lo avevano i suoi occhi. Sguardi che non erano per nulla retorici. Carichi di puro disprezzo.
Mio padre invece mi ignorava completamente.
Il fine settimana non lo dedicavo come avevo sempre fatto alla pulizia di casa.
“Finché non mi porterete il giusto rispetto: il rispetto che merito, io non pulirò nemmeno un bicchiere qua dentro”.
Le mie parole hanno avuto solo il potere di farla ridere crudelmente. Quella risata finta e disprezzante, come unghiate sulle guance. Di quelle che fanno male sul momento e poi continuano a pizzicare per un tempo che sembra eterno.
Sono corsa in camera mia ribollente di rabbia e ferita per l’ennesima volta.
Fischiettava contenta per casa.
Quando si comportava così e diventava un uccellino, stava a significare che non sapeva proprio cosa dire e che allo stesso tempo era molto infastidita.
La risata mi aveva ferita.
Quel cinguettare mi era del tutto indifferente.
Lui ha avuto la sua solita abitudinaria reazione: il nulla.
Poi loro sono spariti dalla mia testa: io avevo la mia Banda Tor Vergata.

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