140-campanelli di allarme

Stavo iniziando a somatizzare tutto il mio disagio e le mie problematiche famigliari.
Ero troppo giovane per capire il triste vero significato per quei segnali che il corpo mi mandava.
Due due mesi che il mio ciclo non si era presentato.
Non mi ero allarmata di questa scomparsa. “Un pensiero di meno”, avevo pensato con leggerezza.
Non mi ero accorta di quanto peso avessi perso.
La fame non la sentivo. Mangiavo il minimo indispensabile. Il che poteva essere un mandarino. Un panino. Un unico pasto per tutto il giorno.
Non sapevo che l’interruzione del mio ciclo era il primo segnale di allarme.
Un allarme bello rumoroso che per tutti è stato atono.
Il mio corpo aveva attivato il processo di autoconservazione. Mangiavo davvero troppo poco, talmente poco che per sostenersi aveva sospeso i processi “secondari” per poter andare avanti. Che mi si iniziassero a vedere le costole non aveva alcuna importanza per me: i miei occhi non lo vedevano. Non trovare vestiti che mi andassero bene era stato un fastidio da poco; che indossassi la taglia 38 perché la 36 era introvabile non mi aveva allarmata.
Il mio corpo mi parlava e io non lo ascoltavo.
Ero troppo triste.
Mi sembrava che essitesse solo un eterno senso di inquietudine.
Mi sentivo inadatta al mondo intero.
Avevo provato a lavorare in un Call-center. Era di tipo autbound.
Ho così scoperto che lo schiavismo esisteva tutt’oggi. La paga era così misera che me ne sono andata via io di mia spontanea volontà dopo una settimana. Vendere contratti telefonici chiamando privati, disturbando le loro vite non mi piaceva proprio.
“Che andassero a cagare. La mia vita fuori casa non più reggersi sugli stecchini che mi erano stati offerti”.
Avevo formulato il pensiero con rabbia e delusione.
Mi aspettava poi l’ultima notte di lavoro al pub.
Me ne andavo con la tristezza nel cuore.
Quel lavoro mi piaceva: trottavo dall’inizio alla fine e la mia testa era libera da pensieri. Mi ero trovata molto bene con tutti: cameriere, cuochi, responsabili, buttafuori. Era stato un posto dove mi era stato dato il diritto di sentirmi bene. Dove ero stata protetta laddove un cliente si era dimostrato sgarbato. Con gran dispiacere me ne sono allontanata.
La grande novità, tuttavia, era un’altra.
Il settembre successivo sarei uscita per sempre dalla vita dei Roselli.
Sarei andata fare la baby-sitter. La ragazza alla pari. Per un bimbo di quattro anni, che guarda un po’ il caso, si chiamava Luca.
Avevo fatto tre colloqui con il padre. Il primo da soli. Poi lui e la vecchia tata. Poi lui insieme al bambino. Il mio futuro datore di lavoro non mi piaceva per niente: capellone, ciccione, unto come un maiale. Suonò l’ennesima campanella di allarme ma come sempre io la ignorai. Ho voluto ignorarla. La vecchia giovane tata andava via dopo alcuni anni di lavoro per tornare in Polonia e sposarsi. Perché a me sarebbe dovuta andar male? Speravo in una svolta positiva. Il piccolo aveva mostrato simpatia per me. Non poteva andare storta.

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