139-Tornerò ad essere luce

La decisione di andare via di casa era stata presa.
Non volevo far finta di essere impavida o coraggiosa.
Non mi sentivo grande.
Pronta abbastanza per affrontare il mondo esterno.
La mia non era una scelta.
È stata una necessità che mi si era stata imposta.
Mi tremavano le gambe al pensiero che quando sarei uscita di casa sarei stata completamente sola.
Sola contro tutto il resto.
Mi sentivo già girare la testa…dovevo reprimere le mie paure, restare sempre saldamente attaccata alla realtà.
Qualunque incognita o difficoltà avrei incontrato la fuori la mia vita sarebbe stata senza dubbio meglio di quello che stavo vivendo.
Tremavo al pensiero di dover lasciare quella casa, ma là dentro mi deprimevo. Era una non vita.
Appena varcata la porta, basato sotto il cancello, mi rallegravo.
Iniziavo a respirare di nuovo.
Mi alleggerivo di mille pesi.
Non mi sentivo oppressa: le forze sembravano ritornarmi.
A casa mi si spegneva il sorriso.
Quando uscivo mi ritornava.
“Il problema è che sta rovinando pure il fratello”.
Era la novità: ero diventata colpevole anche degli errori di mio fratello. Ennesima pugnalata.
In ultima analisi, più che offendere me, avevano offeso Javier.
Io avevo il potere di plagiarlo ma a lui avevano attribuito una posizione di passività che non aveva nulla di lodevole.
Ho fatto finta di non aver sentito le loro parole.
Parlavano a tavola, seduti a cenare.
Le ho ignorate.
Fuori una roccia, ma dentro solitudine, rabbia, senso di impotenza.
Poi le lacrime hanno avuto la meglio.
Piangevo al riparo delle mura della mia camera.
Cercando di non dare loro la soddisfazione di sentirmi.
Non sussisteva altra soluzione: ogni tentativo di dialogo e di compromesso costituiva l’ennesima utopia.
Ero semplicemente di troppo.
Quello non era il mio posto.
Difficile dire quale fosse il mio posto.
Sapevo solo qual era il posto dal quale dovevo stare lontana.
Mettevo da parte i soldi che guadagnavo.
Accumulavo per poter aver il mezzo attraverso il mezzo quale andarmene.
Avevo cominciato a cercare una stanza. Mi informavo sui prezzi.
Tra affitto, bollette, spese primarie mi sarebbe partito quasi tutto lo stipendio: sapevo che qualunque lavoro avessi ottenuto non avrei superato i 900 euro.
Dovevo lasciare gli studi per garantire la mia sanità mentale.
Avevo raggiunto il limite.
Non riuscivo a sopportare oltre.
Mi dispiaceva abbandonare lo studio perché avevo una buona media, mi piaceva seguire le lezioni e i docenti si rallegravano dei miei esami. Peccato.
Inutile star a combattere con persone che da me non si aspettavano altro che il passo sbagliato, l’errore fatale. Da me si aspettavano solo il peggio.
Questo gli diceva la testa e questo si sforzavano di farmi fare.
Avevano, tuttavia, fatto un grosso errore: non ero quella che credevano.
Uscita da là lo avrei dimostrato.
Avrei avuto cura della mia vita.
Loro volevano buttarla via, allontanarla.
Io me ne sarei fatta garante.
Io sarei stata la mia stessa famiglia.
Pensavo di aver ricominciato a scrivere perché mi ero innamorata di Gianni.
Non era la vera ragione.
Gianni e soprattutto quanto avevo provato per lui erano stati la barriera che avevo tessuto per non dover affrontare la verità.
Erano stati il muro che mi aveva celato il più grande dei tradimenti.
Avevo ripreso a scrivere, come facevo da bambina, quando lei mi aveva accusata di manifestare fin troppo chiaramente le mie mire su mio padre.
Quanto mi era difficile dire le parole “madre”, “padre”.
Non erano figure che avrei avuto.
Non erano figure che la vita mi aveva destinato.
Il mio scrivere era stato il disperato bisogno di far capire che era un’altra persona che io volevo: io volevo Gianni non mio padre!
Il mio scrivere era la mia maniera inconsapevole attraverso la quale volevo dimostrare a mia madre quanto fosse in errore.
Già allora sapevo che le parole dette non sarebbero bastate.
Avevo sperato che le parole scritte sarebbero bastare ad aiutarmi.
Grandissimo errore.
In maniera completamente folle lei aveva interpretato il lungo silenzio del marito, il suo non-intervento, come un consenso alle sue pazze fantasie.
E io sono finita marchiata per sempre.
Io ci soffrivo.
Io ci sono andata di mezzo.
Io sono stata lasciata in balia di una tempesta creata da loro.
“Cosa stai diventando Clara? So che scriverò quanto sono disposta ad ammettere di me stessa…Quanto sei sincera allora?…Ammetto quanto ho accettato e ho potuto cogliere di me stessa. Lo scrivere di getto mi spinge a credere che ci sia una buonissima dose di sincerità nelle mie parole.
Il dolore, poi, tende a renderci sinceri.
Il non pormi freni quando scrivo è un’altra garanzia di sincerità.
Di certo sono una persona che deve vivere ed operare per qualcun altro: non riesco a vivere esclusivamente per me stessa.
Sono una che ha bisogno di stimoli.
Sono una persona che odia a morte certi aspetti del suo lontano passato. Eventi che hanno una portata tale che ancora oggi influenzano le mie scelte quotidiane. Sono una persona che odia il suo carattere introverso. Una chiusura forzata.
Chi non si chiuderebbe a riccio dopo tutto quello che sto passando?
Odio il mio ridicolo orgoglio che mi impedisce di dimostrare quanto io soffra profondamente.
Mi odio perché preferisco piangere in solitudine e mi vergogno che qualcuno possa vedermi.
Mi odio perché non mi scarico, non do voce alla mia rabbia quando dovrei e poi passo un infinità di tempo a rimuginarci sopra.
Perché mi è così difficile chiedere aiuto?
È vero. Che scema. Non ho nessuno a cui chiedere aiuto.
Sono, tuttavia, una persona che ama troppo ridere per rinunciarci.
Ho preso mille bastonate, ma amo la vita.
C’è qualcosa che è destinato ad esistere per far parte dei mie giorni.
Sono un miscuglio di luce ed ombra. Ora regna l’oscurità ma mio nucleo è luminoso.
La più profonda delle me ha ancora fiducia.
Il resto è ombra. Una tenebra compatta.
Io so che uscita da questa casa l’oscurità inizierà a diradarsi.
Tornerò a essere luce. Completamente.
Brillerò come non sono mai stata libera di fare.
Questo è il mio destino”.

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