Andarmene.
Avevo solo questo unico desiderio.
Si.
Andarmene.
Perché quando stavo dentro quell’inferno di casa ogni mia energia sembrava svanire.
Mi pervadeva un terribile senso di vuoto.
E se non era vuoto era rabbia.
Era delusione.
Il fatto che non mi avessero mai compresa mi confondeva.
Il fatto che non provassero a confrontarsi con quello che ero in realtà mi stordiva.
Non volevano nemmeno sentirmi parlare.
Come potevo avere voce in capitolo se contavo meno di zero?
Che avessero ragione?
Possibile che fossi divenuta l’essere mostruoso che affermavano che io fossi?
Mi creavano in testa una tal confusione!
Come mi era potuto passare per la testa qualcosa del genere!?
Come avevo potuto condividere i loro paradossali pensieri?
Avevano reso la mia vita un inferno.
Mi stavano lentamente annientando.
Operavano una violenza psicologica alla quale non sempre riescivo a resistere. Contro chi mi ritrovavo a combattere?
Lui, un uomo senza attributi, ma soprattutto lei…Si puteva combattere contro un pazzo? Mi colpiva a forza di cattiveria.
Ero una totale estranea per lei, però aveva capito quali fossero i miei punti di debolezza. Allora fino a quale punto capiva cosa fossi?…Di nuovi così tanta confusione…Mi stavo spogliando di tutto per impedirle di ricattarmi. Questo la incattiviva maggiormente perché aveva difficoltà a capire come ferirmi.
L’unica arma che le era rimasta era darmi della puttana.
Mi faceva malissimo sentirla parlare così volgarmente.
Mi feriva, era consapevole di farlo ma per ragioni delle quali lei era totalmente inconsapevole.
Cosa mai l’aveva resa così feroce nei miei confronti?…Dannazione!
Era come lottare contro Golia.
Avrei avuto la possibilità di ferirla come lei faceva con me.
Anche la mia lingua avrebbe potuto essere molto velenosa.
Non lo facevo.
Per rispetto.
Quello stesso rispetto che loro avevano smesso di portarmi da molto tempo. Quanto mi sarebbe costato?
Due parole e l’avrei fatta cadere nel suo pozzo di dolore.
Non riuscivo nemmeno a dirle le parolacce che si sarebbe meritata.
Come avrei potuto?
Per me era intollerabile usarle contro un genitore.
Non le pronunciavo. Le immaginavo.
La mandavo a quel paese nella mia mente e sempre allo stesso modo mi dicevo:
“Se ti costringessero a rivivere la morte di Marta come pensi che reagiresti? Se ti costringessero a rivivere più e più volte quel dolore indescrivibile quanto pensi che resisteresti? Quanto immagini che soffriresti? Perché allora costringi me a rivivere in continuazione la morte del mio bisogno basilare? Perché ti sei avvicinata ad un’orfana; ti sei fatta amare se poi mi dovevi rifiutare?…Tu hai perso una figlia. Io ho perso voi. Il dolore, ti assicuro, è il medesimo. Perché allora infierisci sulle mie ferite?”
Solo parole.
Meno consistenti del vento.
Lei avrebbe sentito solo: “Marta”.
Probabilmente sarebbe scoppiata in lacrime e avrebbe pensato che volessi farle prendere un colpo al cuore. Forse sarebbe arrivata a mettermi le mani addosso. Non mi sarei mai abbassata ad usare le sue stesse armi. Sapevo, tuttavia, che se fosse arrivata ad alzare le mani non me ne sarei stata passiva a subire.
Odiavo solo pensare di arrivare a picchiarci, però la situazione era così drammatica che mi aspettavo succedesse da un giorno all’altro.
Eravamo sulla buona strada.
il giorno prima le avevo tirato addosso un bicchiere di vetro.
Per miracolo non l’avevo presa.
Si è messa in guardia.
I suoi attacchi verbali ora avvenivano a debita distanza.
Appena varco la porta di casa dall’università o dal lavoro correvo a rifugiarmi in camera mia.
Cercavo di evitare qualunque tipo di contatto con loro.
Cercavo proprio di non farmi vedere. Neanche casualmente.
Era lei che mi veniva a cercare.
Non certo per dedicarmi il suo amore.
Ormai era fin troppo chiaro che voleva solo una cosa: voleva farmi fare qualche cazzata per poter sbattermi fuori casa.
Non lo diceva.
Io l’avevo chiaramente capito.
Non è una donna acuta, furba in maniera intelligente.
Era semplicemente una donna con profondi problemi mentali che non sapeva come liberarsi di me.
Il lavoro che avevo ottenuto in un pub procedeva bene. Facevo la cameriera qualche notte a settimana. Se avessi ottenuto il posto fisso in questo posto sarei potuta andare via di casa, pagarmi una camera e continuare a studiare.
Non ero la marionetta di nessuno.
Non avrei permesso a nessuno di giocare con me.
Mi stava esasperando.
Mi stavano portando a commettere errori che non avrei rifatto.
lei mi aveva chiuso a chiave la porta del mio bagno personale.
La sfuriata era stata pazzesca.
Ore e ore di parole oscene uscite a turno dalle nostre bocche.
Senza alcun risultato.
Le chiavi non erano saltate fuori.
Sono stata costretta a usare il bagno di mio fratello.
Non sapevo se erano più abbondanti le mie lacrime o l’acqua della doccia.
Javier aveva la psoriasi oramai sparsa un po’ per tutto il corpo. Sapevo bene che non era contagiosa, però la cosa un po’ mi dava fastidio. Lui stava ore e ore sotto l’acqua a detergere la sua pelle dai suoi sfoghi. Gli volevo bene, ma la mia candida doccia e il mio bagno erano un attimino un po’ più allettanti.
“Sei soddisfatta che lavori la notte? Sei contenta di fare la troia come tua madre? Dove li fai i servizietti, nei bagni? Perché non li fai nei bagni dell’università? Per lo meno posso andare a dormire e poi non essere costretta ad alzarmi per aprirti la porta!”
“Allora dammi le chiavi di casa come fanno le persone normali! Dammele e tutto è risolto!”.
Non si sapeva chi urlasse di più.
“Ti piacerebbe, eh? Col cazzo! Tu la puttana in casa mia non la fai! Le tue orgie fattele lontano da qui!”.
Povera scema lei. E povera disgraziata io.
Ero corsa come una scema per arrivare in fermata e vedere l’autobus passarmi davanti.
Avrei urlato dalla rabbia.
Un quarto d’ora dopo stavo ancora lì ad aspettare.
Disperatamnete mi sono allontanata un pochino dalla fermata ed ho alzato il braccio e il pollice.
Sulla Casilina. Forse la più brutta strada di Roma.
Solo non volevo perdere il lavoro che avrebbe potuto significare andare via di casa.
Solo una disperata come me avrebbe potuto farlo.
Per colpa di quella donna mentalmente instabile.
Finalmente una macchina si è fermata. Con una certa indecisione.
Un uomo sui trent’anni.
Ho deglutito e sono salita.
“Sappi che non sono d’accordo con l’autostop. Mi sono fermato solo perché mi sei sembrata giovane ed indifesa. Ti porterò dove desideri ma ad una condizione: non devi farlo mai più. Ti ho presa solo perché se non lo avessi fatto ti sarebbe potuto capitare qualche individuo furbo e malintenzionato. Ma ti rendi conto che sta scendendo il buio e stai non proprio su una bella strada?”.
Un totale estraneo si era comportato come avrebbe dovuto fare un genitore.
Le lacrime sono scese senza che me ne accorgessi.
L’ho guardato.
Una storia troppo lunga per spiegare durante un tragitto molto breve.
Meglio passare per scema e continuare a godere delle attenzioni di quell’angelo che avevo incrociato.
Non potevo andare avanti così.
Quale altra cazzata sarei stata spinta a fare perché costretta da quella strega? Aveva vinto lei.
Mi ero arresa.
Dico basta.
A fanculo l’università.
Avrei cercato un altro lavoro durante il giorno e me ne sarei andata via di casa.
Basta a deprimermi e rovinarmi la vita per loro.
Sappiate che dare a mia madre della matta, della strega non mi procura alcun tipo di soddisfazione. Dodici anni fa, quando ho scritto queste parole regnavano altri sentimenti. Più di tutti la rabbia. Era il mio modo di punirla. Le parole più terribili che ero disposta a dedicarle. Rileggerle oggi mi procura una bella fitta di rammarico. Sono parole che non si addicono ad una madre. mi scuso per averle usate.
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