137-sbagli

Una continua aspettativa.
Quale fosse era il grande mistero.
Era proprio per questo che continuavo a tenere duro.
Per questo resistevo agli schiaffi psicologici; belle, pesanti sberle dolorose. Mi dicevo che mai più mi sarei fidata di un altro essere umano.
Mai più avrei amato ciecamente.
Mai più avrei dato fiducia ai più belli dei sentimenti.
Non avrei permesso a nessun’ altro di illudermi.
Come un Ave Maria facevo questi giuramenti, nascondendo anche a me stessa che una piccola scintilla di speranza in fondo al mio cuore ancora sopravviveva.
Odiavo questa condizione: mi faceva sentire come una foglia al vento in balia dell’irrazionalità della correnti. Senza alcuna conoscenza dell’albero dal quale ero nata, ma con la consapevolezza di essere cresciuta in quello sbagliato.
Era così difficile vivere senza alcun punto di riferimento.
Soprattutto quando dentro di me non sentivo niente di concreto che mi desse la volontà di aggrapparmi con rabbia alla vita.
Mi chiedevo perché ancora non fossi uscita di senno.
Talvolta gli attacchi delle parole rivolte contro di me mi sembravano così crudeli da apparire irreali.
La mia piccola flebile speranza l’avevo nascosta profondamente dentro la più profonda delle Clara che ero.
Inacessibbile persino a me stessa perché vedo proteggerlo dall’inferno in cui ero capitata. Lo tenevo caparbiamente celato perché sapevo che quel tesoro sarebbe stato usato contro di me da chi mi violentava l’anima ogni giorno.
Sapevo che se quella fiammella si fosse spenta io mi sarei perduta.
Ero arrivata ad odiartli.
Si. Li odiavo.
Ero arrivata ad odiare le persone che avevo amato con tutta me stessa.
Mi sembrava così lontano quell’amore.
Quasi falso quel nostro primo incontro.
Una moneta falsa quel nostro legame.
Quanto li avevo sognati, voluti, amati…Ora la loro vicinanza mi scombussolava il sistema nervoso.
Non li potevo vedere.
Non li sopportavo più.
Non avevo vergogna alcuna a dire che sarebbe stato molto meglio se fossi fuggita dall’orfanotrofio.
Non avrei di certo avuto una vita facile.
Ogni giorno, ogni ora sarebbe stata un rischio; Ma almeno non avrei subito questo ingrato, terribile, incredibile tradimento.
Mi parlavano di predestinazione a male, che dalle mele marce da cui ero nata non ne poteva derivare nulla di buono, che seducevo e ingannavo per i miei loschi fini…Con che coraggio mi veniva detto tutto questo?
Per primi avrebbero dovuto sputarsi addosso loro: si permettevano di puntare le dita contro di me?
L’errore non l’avevo commesso io: lo avevano commesso loro.
Facile scaricare la colpa su di me.
Come era stato possibile che a due celebro lesi come questi due fosse stato accordato il diritto all’adozione?
Qualcosa davvero non quadrava.
Avevo sentito di file di attesa lunghe anche dieci anni, di continui incontri con psicologi e assistenti sociali…una strada lunga e tortuosa…ma perchè poi continuavo a rimuginarci sopra!?
Dado tractum est.
Che importava.
Questi Roselli avevano avuto i loro bambolotti. Se poi se ne erano stancati. Vorrei tanto chiedere aiuto ma non sapevo proprio a chi rivolgermi!
Fanculo!
Per quanto ancora avrei dovuto essere presa per il culo dalla vita!
Mi sentivo come un cane abbandonato.
Talvolta ho pensato di rivolgermi ai carabinieri.
Un pensiero passeggero, perché mi sembrava che avrei fatto una violenza contro questi due bambini che mi erano capitati come genitori!
Già, questa era la cosa più ridicola: non volevo fare nulla che potesse nuocerli, che potesse far crollare quella falsa apparenza dietro alla quale volevano vivere.
Avevo provato a parlare loro di psicologo.
Avevo detto di andarci tutti insieme.
“Sei tu la malata. Devi andarci tu”. Ecco la risposta.
“Io infatti ci vado. È un servizio offerto dall’università. Vorrebbe incontrarvi”. Era una bugia. Una bugia che avevo sperato fosse la chiave per spingerli a fare questo passo.
“Scordatelo. Noi dallo strizzacervelli non ci andiamo. Chissà quante bugie gli hai già raccontato e come te lo sei rigirato”.
Parlava solo lei, cattiva come solo le matrigne delle favole sanno essere.
Lui stava zitto. Passivo. Burattino di lei. Il capofamiglia più infelice di questo mondo. No. Mi ero sbagliata: la più infelice ero io. Io che nonostante tutto cercavo ancora una soluzione al disastro che eravamo.

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