Dopo un continuo sfiorare ed essere sfiorata, un continuo sfruttare ed essere sfruttata, potevo dire di aver perso definitivamente ogni speranza.
La decisione presa molti anni prima di chiudermi ermeticamente dentro me stessa era stata in parte la mia salvezza.
Avevo creduto ciecamente nell’amore per molto tempo.
Lo avevo dato per scontato.
Pur convivendo in un’ aria perpetuamente tesa, non avevo mai dato il giusto valore alla tensione che regnava in casa.
Da bambina avevo pensato che fosse l’eccessiva rigidità materna la causa delle nostre incomprensioni continue.
Avevo pensato che il problema fossero le troppe pretese della mia genitrice. Solo adesso vedevo con chiarezza il significato dei continui duri litigi del passato: erano manifestazioni chiare di un rifiuto persistente.
Forse i primi due anni erano stati genuini; perché si sa, i cuccioli fanno sempre effetto.
Quando quest’ultimi cominciano ad essere più grandicelli si scopre che il curarsi di loro non è facile come lo si era creduto. Cominciano ad essere un peso, poi un fastidio, poi un ostacolo alla libertà.
Allora si pensa di abbandonarlo.
L’abbandono, però è tipico dei cattivi, perciò bisogna giustificare le motivazioni che spingono al continuo tentativo di liberarsi della palla al piede.
Per questo io ero diventata una svelta, una svergognata, una puttana, una drogata.
Non ha importanza se il miglior amico dell’uomo ama il suo padrone alla follia. Peggio per la povera bestia, ma pazienza.
Io credevo ciecamente nell’amore.
Ho poi scoperto che l’amore per me non era mai esistito.
Per me c’era stata solo una simpatia che era scomparsa con il mio primo ciclo. Quando mia madre si è trovata inaspettatamente di fronte non una bambina me una piccola donnina, lei ha scoperto che il gioco era finito.
Lei non voleva una figlia.
Aveva già avuto la sua.
E se non una figlia, cosa potevo essere?
Solo una cosa: una rivale.
Un’altra donna dentro casa.
Il dubbio ha così preso piede.
Lei aveva rimuginato e tessuto per anni le motivazioni per dare una giustificazione plausibile al suo rifiuto per me.
Un rifiuto che poi si è trasformato in odio.
Peccato che, nonostante il chiaro disaccordo tra me e lei, io la amassi come si ama solo una madre.
Come si ama un sogno, anche quando è lontano dalle proprie aspettative.
La rivelazione del suo netto rifiuto, prima, e del suo odio, poi, hanno significato il crollo del mio mondo.
Il mio mondo interno. Quelle colonne portanti che ti rendono forte, sicuro.
Avevo scoperto che l’amore è traditore.
Avevo scoperto che il mio mondo era stato costruito sulla sabbia; di non avere fondamenta.
L’essere maturata chiusa come una cozza mi aveva impedito di andare alla deriva. Come se dentro al castello nel quale mi ero rifugiata da giovane adolescente si fosse nascosta, al sicuro, la mia essenza.
Lì avevo custodito i miei segreti, le mie speranze, la mia luce e la mia ombra.
Il rifiuto dei miei genitori aveva corroso come acido la totalità del mio castello.
Si era salvato, solo perché ben protetto, il mio nucleo.
Da allora mi ero fatta una promessa: “Ama solo te stessa”.
È misero vivere solo per se stessi.
L’uomo è un animale sociale; non potevo andare contro la mia stessa natura.
Avevo fatto qualche misero tentativo: dopo aver riparato grossolanamente la devastazione provocata dal più doloroso dei tradimenti, avevo permesso a qualcuno di avvicinarsi al mio castello.
Valentina, gli amici del sabato, chiamati così per moda, giacché l’amicizia per me è tutt’altro che passare del tempo insieme.
Per il resto avevo avuto solo ospiti. Attacchi mascherati da incontri diplomatici; individui disposti a mangiare una parte di me, ma non per cibarsene: per sputarla una volta saziata la curiosità o l’appetito.
Non potevo negare l’esistenza di incontri positivi, ma ero restia nel credere nella genuinità della bontà di chi mi circondava: dietro qualunque gioia si nascondeva un prezzo da pagare.
Nonostante la disillusione avevo capito che per me era impossibile vivere solo per me stessa.
Mi sforzavo a tessere relazioni sociali che avrebbero portato visitatori nel mio castello.
Offrivo sorrisi superficiali, attenzioni leggere, anonima simpatia facendoli credere importanti quando per me tutti erano vento.
Soddisfacevo così le mie necessità di stare nel branco, ma allo stesso tempo proteggevo la parte che era tanto il mio meglio quanto il mio peggio: la più reale delle me; donando a tutti solo la superficialità che ero disposta a condividere.
Non avrei più permesso a nessuno di ferirmi come avevano saputo fare i miei genitori adottivi.
Nessun essere umano si era mai guadagnato il diritto di conoscere la mia essenza.
Avevo una briciola di speranza nel terrore che questa persona non sarebbe mai esistita.