129- tormento e pioggia di frecce

“Luca se devi fare qualche passo indietro, ti prego, fallo ora. Non aspettare che io mi innamori di te. Il mio desiderio di mettere radici nel cuore di qualcuno ha una forza maggiore rispetto ai miei tormenti. Io amo doppiamente. Più di qualsiasi altro essere umano. Le mie carenze mi danno il diritto di poterlo dire e di pretenderlo. Non voglio l’ennesima sconfitta. L’ennesimo rifiuto. Se dovrà accadere giuro che sarà l’ultima. Ti prego resta con me Luca. A te chiedo di non rifiutarmi. Non voglio dover fare a meno di te…Non ti ho ancora stretto più di tre volte che già temo di perderti”.
Scrivevo questo.
Impavida sui miei fogli con la penna in mano e coniglio nella vita.
Avevo un brutto presentimento.
Era come se lui fosse un uomo con le ali e io una donna incatenata ad un masso. A differenza di Prometeo, la mia aquila personale mi consumava dall’interno. Stavamo bene insieme. Così come non lo ero stata con chiunque.
Il mio paradiso. Un Eden dal quale la forza dei miei fantasmi mi metteva in guardia.
Quanto era davvero qualificabile la nostra compatibilità?
Lui avrebbe volato; perché amava volare e poteva volare.
Io avrei voluto poterlo fare. Avevo il terrore folle di farlo.
Inutile farsi illusioni mi conoscevo troppo bene: io ero destinata a rimanere relegata a terra.
Mi costava sangue fare queste ammissioni.
Erano frustate alla mia anima.
Razionalizzavo per difendermi da un abbandono che sapevo sarebbe arrivato.
Non davo alcuna attenzione per scontata, per gratuita.
la mia giovane storia mi aveva impartito una grande lezione: non credere ciecamente nelle attenzioni altrui.
L’amore è un’arma troppo pericolosa per poter essere sottovalutata.
Non ero disposta a ripetere gli stessi errori.
La sofferenza mi aveva donato occhi più acuti.
Avrei fatto il possibile per tutelarmi; per evitare l’ennesimo tradimento di cui avevo trascurato i segnali. Non volevo illusioni. Godevo di ogni momento con Luca sapendo che non si sarebbe mai più ripetuto. Erano, per me, piccoli assaggi di un banchetto a cui non sarei mai stata invitata.
Davo il giusto valore al mio rapporto con Luca, imponendo a me stessa di non concedere una magia che non era destinata a me.
Non possedevo la freddezza che poteva trasparire dalle mie parole.
Dover dire addio a Luca sarebbe dolorosissimo.
Brutta cosa la disillusione.
Era come se il mondo avesse perso la sua bellezza genuina.
Come lo scoprire che i colori non siano altro che fantasia e che le uniche tinte esistenti siano il nero e il grigio.
Mi godevo il mio grigio.
Amandolo come se fosse bianco, pur essendo consapevole della sua vera natura.

Paradosso questa mia effimera felicità dava fastidio dentro casa.
Era tornata la tensione.
L’abitudine di mia madre a spiare il prossimo aveva prodotto i suoi frutti.
Aveva visto Luca mentre mi riaccompagnava a casa.
Ha avuto da ridire su di lui.
Chissà perché non era una sorpresa.
Mio padre ha reagito con il suo solito totale disinteresse.
Mio fratello mi ha guardata stupito, incredulo.
È entrato nella mia camera. Senza bussare.
Un’abitudine che gli hanno trasmesso i massimi insensibili giudici della mia vita.
“Hanno detto la verità? Davvero stai uscendo con lui?”
“Si, Javier”
“Dopo averti messa in guardia?”
“È la mia vita. Sono i miei errori”
“Fai come ti pare. Ti avviso: non venire a piangere da me”.
È uscito dalla mia camera. Pieno di delusione. Mi aveva fatto rabbia questo suo intervento. Gli ero grata del fatto che non l’avesse detto davanti ai miei, a tavola. Un vantaggio che era derivato dalla mia decisione di non cenare mai più insieme a loro.
Dalla mia camera sentivo il sarcasmo di lei.
Non avrebbe dovuto essere contenta del fatto che mi stavo frequentando con qualcuno? Mannaggia la pazzia! Lei temeva che lo studio fosse compromesso.
Mi sembrava di vivere nel Medioevo.
Loro la Sacra Rota e io l’eretica da processare e condannare.
Per il mio bene mi hanno vietato di uscire durante la settimana.
Dopo avermi fatto un male indescrivibile, avermi detto quanto di più brutto potessero dirmi, avermi fatto crollare il mondo addosso, ora pretendevano di rovinarmi il mio piccolo angolo di breve felicità?
Mamma e papà.
Bello vedere con quale perfezione sapessero farmi cadere colpendo i miei punti deboli.
Solo l’amore sa essere un boia che uccide pur lasciando in vita.
Estenuante dover combattere contro i propri complessi e contro due genitori: uno, lei, che mi odiava e l’altro, lui, che mi ignorava del tutto.
Volevano la guerra e guerra fosse.
Primo passo: se non potevo uscire con Luca lo avrei chiamato al cellulare. Con il telefono di casa. Ormai sapevano di lui. Inutile nasconderlo.
Mi costringevano loro a comportarmi a questa maniera.
Non sarebbe stato meglio e naturale darmi il mio giusto spazio?
La giusta libertà di movimento per la mia età?
La decisione era presa: avevo smesso di perdere le mie battaglie.
I litigi sono ritornati ad essere furiosi come una volta.
Le cattiverie volavano da una parte all’altra come una pioggia di frecce.
Ci ferivamo attraverso ogni singola parola.
Pugnalate continue per entrambe.
Aprivo la bocca traboccando una rabbia furiosa dentro. Mi sentivo fremere, pronta a scoppiare come un vulcano sotto eccessiva pressione.
Mi sono uscite le parole quasi senza che me ne rendessi conto:
“Perché i brutti mali accadono a chi meno li merita!? Il giorno che creperai altro che lacrime: farò tre giorni di festa continua!”.
L’avevo lasciata di sasso. Talmente stupita che non aveva avuto il coraggio di ribattere.
Mi aveva fatto terribilmente piacere vedere la sua espressione ferita.
Aveva provato sulla sua stessa pelle come riusciva a farmi sentire lei.
Ben le stava.
Non mi ero sentita in colpa per averlo detto.
Non mi sentivo cattiva per averle augurato la morte.
Lei aveva il potere di tirare fuori la parte più brutta di me.
Se l’avevo fatto era in gran parte colpa sua.
Non passava giorno senza che lei non cercasse di stuzzicarmi.
Doveva accettare le conseguenze delle sue azioni.
Belle o brutte che fossero.
Non ero più disposta a subire passiva: ai suoi attacchi io avrei risposto.
La mia dignità meritava di essere tutelata.