La decisione di andare via di casa era stata presa.
Non volevo far finta di essere impavida o coraggiosa.
Non mi sentivo grande.
Pronta abbastanza per affrontare il mondo esterno.
La mia non era una scelta.
È stata una necessità che mi si era stata imposta.
Mi tremavano le gambe al pensiero che quando sarei uscita di casa sarei stata completamente sola.
Sola contro tutto il resto.
Mi sentivo già girare la testa…dovevo reprimere le mie paure, restare sempre saldamente attaccata alla realtà.
Qualunque incognita o difficoltà avrei incontrato la fuori la mia vita sarebbe stata senza dubbio meglio di quello che stavo vivendo.
Tremavo al pensiero di dover lasciare quella casa, ma là dentro mi deprimevo. Era una non vita.
Appena varcata la porta, basato sotto il cancello, mi rallegravo.
Iniziavo a respirare di nuovo.
Mi alleggerivo di mille pesi.
Non mi sentivo oppressa: le forze sembravano ritornarmi.
A casa mi si spegneva il sorriso.
Quando uscivo mi ritornava.
“Il problema è che sta rovinando pure il fratello”.
Era la novità: ero diventata colpevole anche degli errori di mio fratello. Ennesima pugnalata.
In ultima analisi, più che offendere me, avevano offeso Javier.
Io avevo il potere di plagiarlo ma a lui avevano attribuito una posizione di passività che non aveva nulla di lodevole.
Ho fatto finta di non aver sentito le loro parole.
Parlavano a tavola, seduti a cenare.
Le ho ignorate.
Fuori una roccia, ma dentro solitudine, rabbia, senso di impotenza.
Poi le lacrime hanno avuto la meglio.
Piangevo al riparo delle mura della mia camera.
Cercando di non dare loro la soddisfazione di sentirmi.
Non sussisteva altra soluzione: ogni tentativo di dialogo e di compromesso costituiva l’ennesima utopia.
Ero semplicemente di troppo.
Quello non era il mio posto.
Difficile dire quale fosse il mio posto.
Sapevo solo qual era il posto dal quale dovevo stare lontana.
Mettevo da parte i soldi che guadagnavo.
Accumulavo per poter aver il mezzo attraverso il mezzo quale andarmene.
Avevo cominciato a cercare una stanza. Mi informavo sui prezzi.
Tra affitto, bollette, spese primarie mi sarebbe partito quasi tutto lo stipendio: sapevo che qualunque lavoro avessi ottenuto non avrei superato i 900 euro.
Dovevo lasciare gli studi per garantire la mia sanità mentale.
Avevo raggiunto il limite.
Non riuscivo a sopportare oltre.
Mi dispiaceva abbandonare lo studio perché avevo una buona media, mi piaceva seguire le lezioni e i docenti si rallegravano dei miei esami. Peccato.
Inutile star a combattere con persone che da me non si aspettavano altro che il passo sbagliato, l’errore fatale. Da me si aspettavano solo il peggio.
Questo gli diceva la testa e questo si sforzavano di farmi fare.
Avevano, tuttavia, fatto un grosso errore: non ero quella che credevano.
Uscita da là lo avrei dimostrato.
Avrei avuto cura della mia vita.
Loro volevano buttarla via, allontanarla.
Io me ne sarei fatta garante.
Io sarei stata la mia stessa famiglia.
Pensavo di aver ricominciato a scrivere perché mi ero innamorata di Gianni.
Non era la vera ragione.
Gianni e soprattutto quanto avevo provato per lui erano stati la barriera che avevo tessuto per non dover affrontare la verità.
Erano stati il muro che mi aveva celato il più grande dei tradimenti.
Avevo ripreso a scrivere, come facevo da bambina, quando lei mi aveva accusata di manifestare fin troppo chiaramente le mie mire su mio padre.
Quanto mi era difficile dire le parole “madre”, “padre”.
Non erano figure che avrei avuto.
Non erano figure che la vita mi aveva destinato.
Il mio scrivere era stato il disperato bisogno di far capire che era un’altra persona che io volevo: io volevo Gianni non mio padre!
Il mio scrivere era la mia maniera inconsapevole attraverso la quale volevo dimostrare a mia madre quanto fosse in errore.
Già allora sapevo che le parole dette non sarebbero bastate.
Avevo sperato che le parole scritte sarebbero bastare ad aiutarmi.
Grandissimo errore.
In maniera completamente folle lei aveva interpretato il lungo silenzio del marito, il suo non-intervento, come un consenso alle sue pazze fantasie.
E io sono finita marchiata per sempre.
Io ci soffrivo.
Io ci sono andata di mezzo.
Io sono stata lasciata in balia di una tempesta creata da loro.
“Cosa stai diventando Clara? So che scriverò quanto sono disposta ad ammettere di me stessa…Quanto sei sincera allora?…Ammetto quanto ho accettato e ho potuto cogliere di me stessa. Lo scrivere di getto mi spinge a credere che ci sia una buonissima dose di sincerità nelle mie parole.
Il dolore, poi, tende a renderci sinceri.
Il non pormi freni quando scrivo è un’altra garanzia di sincerità.
Di certo sono una persona che deve vivere ed operare per qualcun altro: non riesco a vivere esclusivamente per me stessa.
Sono una che ha bisogno di stimoli.
Sono una persona che odia a morte certi aspetti del suo lontano passato. Eventi che hanno una portata tale che ancora oggi influenzano le mie scelte quotidiane. Sono una persona che odia il suo carattere introverso. Una chiusura forzata.
Chi non si chiuderebbe a riccio dopo tutto quello che sto passando?
Odio il mio ridicolo orgoglio che mi impedisce di dimostrare quanto io soffra profondamente.
Mi odio perché preferisco piangere in solitudine e mi vergogno che qualcuno possa vedermi.
Mi odio perché non mi scarico, non do voce alla mia rabbia quando dovrei e poi passo un infinità di tempo a rimuginarci sopra.
Perché mi è così difficile chiedere aiuto?
È vero. Che scema. Non ho nessuno a cui chiedere aiuto.
Sono, tuttavia, una persona che ama troppo ridere per rinunciarci.
Ho preso mille bastonate, ma amo la vita.
C’è qualcosa che è destinato ad esistere per far parte dei mie giorni.
Sono un miscuglio di luce ed ombra. Ora regna l’oscurità ma mio nucleo è luminoso.
La più profonda delle me ha ancora fiducia.
Il resto è ombra. Una tenebra compatta.
Io so che uscita da questa casa l’oscurità inizierà a diradarsi.
Tornerò a essere luce. Completamente.
Brillerò come non sono mai stata libera di fare.
Questo è il mio destino”.
Mese: marzo 2017
138-sbagli coatti
Andarmene.
Avevo solo questo unico desiderio.
Si.
Andarmene.
Perché quando stavo dentro quell’inferno di casa ogni mia energia sembrava svanire.
Mi pervadeva un terribile senso di vuoto.
E se non era vuoto era rabbia.
Era delusione.
Il fatto che non mi avessero mai compresa mi confondeva.
Il fatto che non provassero a confrontarsi con quello che ero in realtà mi stordiva.
Non volevano nemmeno sentirmi parlare.
Come potevo avere voce in capitolo se contavo meno di zero?
Che avessero ragione?
Possibile che fossi divenuta l’essere mostruoso che affermavano che io fossi?
Mi creavano in testa una tal confusione!
Come mi era potuto passare per la testa qualcosa del genere!?
Come avevo potuto condividere i loro paradossali pensieri?
Avevano reso la mia vita un inferno.
Mi stavano lentamente annientando.
Operavano una violenza psicologica alla quale non sempre riescivo a resistere. Contro chi mi ritrovavo a combattere?
Lui, un uomo senza attributi, ma soprattutto lei…Si puteva combattere contro un pazzo? Mi colpiva a forza di cattiveria.
Ero una totale estranea per lei, però aveva capito quali fossero i miei punti di debolezza. Allora fino a quale punto capiva cosa fossi?…Di nuovi così tanta confusione…Mi stavo spogliando di tutto per impedirle di ricattarmi. Questo la incattiviva maggiormente perché aveva difficoltà a capire come ferirmi.
L’unica arma che le era rimasta era darmi della puttana.
Mi faceva malissimo sentirla parlare così volgarmente.
Mi feriva, era consapevole di farlo ma per ragioni delle quali lei era totalmente inconsapevole.
Cosa mai l’aveva resa così feroce nei miei confronti?…Dannazione!
Era come lottare contro Golia.
Avrei avuto la possibilità di ferirla come lei faceva con me.
Anche la mia lingua avrebbe potuto essere molto velenosa.
Non lo facevo.
Per rispetto.
Quello stesso rispetto che loro avevano smesso di portarmi da molto tempo. Quanto mi sarebbe costato?
Due parole e l’avrei fatta cadere nel suo pozzo di dolore.
Non riuscivo nemmeno a dirle le parolacce che si sarebbe meritata.
Come avrei potuto?
Per me era intollerabile usarle contro un genitore.
Non le pronunciavo. Le immaginavo.
La mandavo a quel paese nella mia mente e sempre allo stesso modo mi dicevo:
“Se ti costringessero a rivivere la morte di Marta come pensi che reagiresti? Se ti costringessero a rivivere più e più volte quel dolore indescrivibile quanto pensi che resisteresti? Quanto immagini che soffriresti? Perché allora costringi me a rivivere in continuazione la morte del mio bisogno basilare? Perché ti sei avvicinata ad un’orfana; ti sei fatta amare se poi mi dovevi rifiutare?…Tu hai perso una figlia. Io ho perso voi. Il dolore, ti assicuro, è il medesimo. Perché allora infierisci sulle mie ferite?”
Solo parole.
Meno consistenti del vento.
Lei avrebbe sentito solo: “Marta”.
Probabilmente sarebbe scoppiata in lacrime e avrebbe pensato che volessi farle prendere un colpo al cuore. Forse sarebbe arrivata a mettermi le mani addosso. Non mi sarei mai abbassata ad usare le sue stesse armi. Sapevo, tuttavia, che se fosse arrivata ad alzare le mani non me ne sarei stata passiva a subire.
Odiavo solo pensare di arrivare a picchiarci, però la situazione era così drammatica che mi aspettavo succedesse da un giorno all’altro.
Eravamo sulla buona strada.
il giorno prima le avevo tirato addosso un bicchiere di vetro.
Per miracolo non l’avevo presa.
Si è messa in guardia.
I suoi attacchi verbali ora avvenivano a debita distanza.
Appena varco la porta di casa dall’università o dal lavoro correvo a rifugiarmi in camera mia.
Cercavo di evitare qualunque tipo di contatto con loro.
Cercavo proprio di non farmi vedere. Neanche casualmente.
Era lei che mi veniva a cercare.
Non certo per dedicarmi il suo amore.
Ormai era fin troppo chiaro che voleva solo una cosa: voleva farmi fare qualche cazzata per poter sbattermi fuori casa.
Non lo diceva.
Io l’avevo chiaramente capito.
Non è una donna acuta, furba in maniera intelligente.
Era semplicemente una donna con profondi problemi mentali che non sapeva come liberarsi di me.
Il lavoro che avevo ottenuto in un pub procedeva bene. Facevo la cameriera qualche notte a settimana. Se avessi ottenuto il posto fisso in questo posto sarei potuta andare via di casa, pagarmi una camera e continuare a studiare.
Non ero la marionetta di nessuno.
Non avrei permesso a nessuno di giocare con me.
Mi stava esasperando.
Mi stavano portando a commettere errori che non avrei rifatto.
lei mi aveva chiuso a chiave la porta del mio bagno personale.
La sfuriata era stata pazzesca.
Ore e ore di parole oscene uscite a turno dalle nostre bocche.
Senza alcun risultato.
Le chiavi non erano saltate fuori.
Sono stata costretta a usare il bagno di mio fratello.
Non sapevo se erano più abbondanti le mie lacrime o l’acqua della doccia.
Javier aveva la psoriasi oramai sparsa un po’ per tutto il corpo. Sapevo bene che non era contagiosa, però la cosa un po’ mi dava fastidio. Lui stava ore e ore sotto l’acqua a detergere la sua pelle dai suoi sfoghi. Gli volevo bene, ma la mia candida doccia e il mio bagno erano un attimino un po’ più allettanti.
“Sei soddisfatta che lavori la notte? Sei contenta di fare la troia come tua madre? Dove li fai i servizietti, nei bagni? Perché non li fai nei bagni dell’università? Per lo meno posso andare a dormire e poi non essere costretta ad alzarmi per aprirti la porta!”
“Allora dammi le chiavi di casa come fanno le persone normali! Dammele e tutto è risolto!”.
Non si sapeva chi urlasse di più.
“Ti piacerebbe, eh? Col cazzo! Tu la puttana in casa mia non la fai! Le tue orgie fattele lontano da qui!”.
Povera scema lei. E povera disgraziata io.
Ero corsa come una scema per arrivare in fermata e vedere l’autobus passarmi davanti.
Avrei urlato dalla rabbia.
Un quarto d’ora dopo stavo ancora lì ad aspettare.
Disperatamnete mi sono allontanata un pochino dalla fermata ed ho alzato il braccio e il pollice.
Sulla Casilina. Forse la più brutta strada di Roma.
Solo non volevo perdere il lavoro che avrebbe potuto significare andare via di casa.
Solo una disperata come me avrebbe potuto farlo.
Per colpa di quella donna mentalmente instabile.
Finalmente una macchina si è fermata. Con una certa indecisione.
Un uomo sui trent’anni.
Ho deglutito e sono salita.
“Sappi che non sono d’accordo con l’autostop. Mi sono fermato solo perché mi sei sembrata giovane ed indifesa. Ti porterò dove desideri ma ad una condizione: non devi farlo mai più. Ti ho presa solo perché se non lo avessi fatto ti sarebbe potuto capitare qualche individuo furbo e malintenzionato. Ma ti rendi conto che sta scendendo il buio e stai non proprio su una bella strada?”.
Un totale estraneo si era comportato come avrebbe dovuto fare un genitore.
Le lacrime sono scese senza che me ne accorgessi.
L’ho guardato.
Una storia troppo lunga per spiegare durante un tragitto molto breve.
Meglio passare per scema e continuare a godere delle attenzioni di quell’angelo che avevo incrociato.
Non potevo andare avanti così.
Quale altra cazzata sarei stata spinta a fare perché costretta da quella strega? Aveva vinto lei.
Mi ero arresa.
Dico basta.
A fanculo l’università.
Avrei cercato un altro lavoro durante il giorno e me ne sarei andata via di casa.
Basta a deprimermi e rovinarmi la vita per loro.
137-sbagli
Una continua aspettativa.
Quale fosse era il grande mistero.
Era proprio per questo che continuavo a tenere duro.
Per questo resistevo agli schiaffi psicologici; belle, pesanti sberle dolorose. Mi dicevo che mai più mi sarei fidata di un altro essere umano.
Mai più avrei amato ciecamente.
Mai più avrei dato fiducia ai più belli dei sentimenti.
Non avrei permesso a nessun’ altro di illudermi.
Come un Ave Maria facevo questi giuramenti, nascondendo anche a me stessa che una piccola scintilla di speranza in fondo al mio cuore ancora sopravviveva.
Odiavo questa condizione: mi faceva sentire come una foglia al vento in balia dell’irrazionalità della correnti. Senza alcuna conoscenza dell’albero dal quale ero nata, ma con la consapevolezza di essere cresciuta in quello sbagliato.
Era così difficile vivere senza alcun punto di riferimento.
Soprattutto quando dentro di me non sentivo niente di concreto che mi desse la volontà di aggrapparmi con rabbia alla vita.
Mi chiedevo perché ancora non fossi uscita di senno.
Talvolta gli attacchi delle parole rivolte contro di me mi sembravano così crudeli da apparire irreali.
La mia piccola flebile speranza l’avevo nascosta profondamente dentro la più profonda delle Clara che ero.
Inacessibbile persino a me stessa perché vedo proteggerlo dall’inferno in cui ero capitata. Lo tenevo caparbiamente celato perché sapevo che quel tesoro sarebbe stato usato contro di me da chi mi violentava l’anima ogni giorno.
Sapevo che se quella fiammella si fosse spenta io mi sarei perduta.
Ero arrivata ad odiartli.
Si. Li odiavo.
Ero arrivata ad odiare le persone che avevo amato con tutta me stessa.
Mi sembrava così lontano quell’amore.
Quasi falso quel nostro primo incontro.
Una moneta falsa quel nostro legame.
Quanto li avevo sognati, voluti, amati…Ora la loro vicinanza mi scombussolava il sistema nervoso.
Non li potevo vedere.
Non li sopportavo più.
Non avevo vergogna alcuna a dire che sarebbe stato molto meglio se fossi fuggita dall’orfanotrofio.
Non avrei di certo avuto una vita facile.
Ogni giorno, ogni ora sarebbe stata un rischio; Ma almeno non avrei subito questo ingrato, terribile, incredibile tradimento.
Mi parlavano di predestinazione a male, che dalle mele marce da cui ero nata non ne poteva derivare nulla di buono, che seducevo e ingannavo per i miei loschi fini…Con che coraggio mi veniva detto tutto questo?
Per primi avrebbero dovuto sputarsi addosso loro: si permettevano di puntare le dita contro di me?
L’errore non l’avevo commesso io: lo avevano commesso loro.
Facile scaricare la colpa su di me.
Come era stato possibile che a due celebro lesi come questi due fosse stato accordato il diritto all’adozione?
Qualcosa davvero non quadrava.
Avevo sentito di file di attesa lunghe anche dieci anni, di continui incontri con psicologi e assistenti sociali…una strada lunga e tortuosa…ma perchè poi continuavo a rimuginarci sopra!?
Dado tractum est.
Che importava.
Questi Roselli avevano avuto i loro bambolotti. Se poi se ne erano stancati. Vorrei tanto chiedere aiuto ma non sapevo proprio a chi rivolgermi!
Fanculo!
Per quanto ancora avrei dovuto essere presa per il culo dalla vita!
Mi sentivo come un cane abbandonato.
Talvolta ho pensato di rivolgermi ai carabinieri.
Un pensiero passeggero, perché mi sembrava che avrei fatto una violenza contro questi due bambini che mi erano capitati come genitori!
Già, questa era la cosa più ridicola: non volevo fare nulla che potesse nuocerli, che potesse far crollare quella falsa apparenza dietro alla quale volevano vivere.
Avevo provato a parlare loro di psicologo.
Avevo detto di andarci tutti insieme.
“Sei tu la malata. Devi andarci tu”. Ecco la risposta.
“Io infatti ci vado. È un servizio offerto dall’università. Vorrebbe incontrarvi”. Era una bugia. Una bugia che avevo sperato fosse la chiave per spingerli a fare questo passo.
“Scordatelo. Noi dallo strizzacervelli non ci andiamo. Chissà quante bugie gli hai già raccontato e come te lo sei rigirato”.
Parlava solo lei, cattiva come solo le matrigne delle favole sanno essere.
Lui stava zitto. Passivo. Burattino di lei. Il capofamiglia più infelice di questo mondo. No. Mi ero sbagliata: la più infelice ero io. Io che nonostante tutto cercavo ancora una soluzione al disastro che eravamo.
136- il riccio nel castello
Dopo un continuo sfiorare ed essere sfiorata, un continuo sfruttare ed essere sfruttata, potevo dire di aver perso definitivamente ogni speranza.
La decisione presa molti anni prima di chiudermi ermeticamente dentro me stessa era stata in parte la mia salvezza.
Avevo creduto ciecamente nell’amore per molto tempo.
Lo avevo dato per scontato.
Pur convivendo in un’ aria perpetuamente tesa, non avevo mai dato il giusto valore alla tensione che regnava in casa.
Da bambina avevo pensato che fosse l’eccessiva rigidità materna la causa delle nostre incomprensioni continue.
Avevo pensato che il problema fossero le troppe pretese della mia genitrice. Solo adesso vedevo con chiarezza il significato dei continui duri litigi del passato: erano manifestazioni chiare di un rifiuto persistente.
Forse i primi due anni erano stati genuini; perché si sa, i cuccioli fanno sempre effetto.
Quando quest’ultimi cominciano ad essere più grandicelli si scopre che il curarsi di loro non è facile come lo si era creduto. Cominciano ad essere un peso, poi un fastidio, poi un ostacolo alla libertà.
Allora si pensa di abbandonarlo.
L’abbandono, però è tipico dei cattivi, perciò bisogna giustificare le motivazioni che spingono al continuo tentativo di liberarsi della palla al piede.
Per questo io ero diventata una svelta, una svergognata, una puttana, una drogata.
Non ha importanza se il miglior amico dell’uomo ama il suo padrone alla follia. Peggio per la povera bestia, ma pazienza.
Io credevo ciecamente nell’amore.
Ho poi scoperto che l’amore per me non era mai esistito.
Per me c’era stata solo una simpatia che era scomparsa con il mio primo ciclo. Quando mia madre si è trovata inaspettatamente di fronte non una bambina me una piccola donnina, lei ha scoperto che il gioco era finito.
Lei non voleva una figlia.
Aveva già avuto la sua.
E se non una figlia, cosa potevo essere?
Solo una cosa: una rivale.
Un’altra donna dentro casa.
Il dubbio ha così preso piede.
Lei aveva rimuginato e tessuto per anni le motivazioni per dare una giustificazione plausibile al suo rifiuto per me.
Un rifiuto che poi si è trasformato in odio.
Peccato che, nonostante il chiaro disaccordo tra me e lei, io la amassi come si ama solo una madre.
Come si ama un sogno, anche quando è lontano dalle proprie aspettative.
La rivelazione del suo netto rifiuto, prima, e del suo odio, poi, hanno significato il crollo del mio mondo.
Il mio mondo interno. Quelle colonne portanti che ti rendono forte, sicuro.
Avevo scoperto che l’amore è traditore.
Avevo scoperto che il mio mondo era stato costruito sulla sabbia; di non avere fondamenta.
L’essere maturata chiusa come una cozza mi aveva impedito di andare alla deriva. Come se dentro al castello nel quale mi ero rifugiata da giovane adolescente si fosse nascosta, al sicuro, la mia essenza.
Lì avevo custodito i miei segreti, le mie speranze, la mia luce e la mia ombra.
Il rifiuto dei miei genitori aveva corroso come acido la totalità del mio castello.
Si era salvato, solo perché ben protetto, il mio nucleo.
Da allora mi ero fatta una promessa: “Ama solo te stessa”.
È misero vivere solo per se stessi.
L’uomo è un animale sociale; non potevo andare contro la mia stessa natura.
Avevo fatto qualche misero tentativo: dopo aver riparato grossolanamente la devastazione provocata dal più doloroso dei tradimenti, avevo permesso a qualcuno di avvicinarsi al mio castello.
Valentina, gli amici del sabato, chiamati così per moda, giacché l’amicizia per me è tutt’altro che passare del tempo insieme.
Per il resto avevo avuto solo ospiti. Attacchi mascherati da incontri diplomatici; individui disposti a mangiare una parte di me, ma non per cibarsene: per sputarla una volta saziata la curiosità o l’appetito.
Non potevo negare l’esistenza di incontri positivi, ma ero restia nel credere nella genuinità della bontà di chi mi circondava: dietro qualunque gioia si nascondeva un prezzo da pagare.
Nonostante la disillusione avevo capito che per me era impossibile vivere solo per me stessa.
Mi sforzavo a tessere relazioni sociali che avrebbero portato visitatori nel mio castello.
Offrivo sorrisi superficiali, attenzioni leggere, anonima simpatia facendoli credere importanti quando per me tutti erano vento.
Soddisfacevo così le mie necessità di stare nel branco, ma allo stesso tempo proteggevo la parte che era tanto il mio meglio quanto il mio peggio: la più reale delle me; donando a tutti solo la superficialità che ero disposta a condividere.
Non avrei più permesso a nessuno di ferirmi come avevano saputo fare i miei genitori adottivi.
Nessun essere umano si era mai guadagnato il diritto di conoscere la mia essenza.
Avevo una briciola di speranza nel terrore che questa persona non sarebbe mai esistita.
135- freni inibitori
Per la prima volta nella mia vita avevo avuto un dubbio: possibile che io rendessi un mio problema molto più grande di quanto fosse in realtà?
Grande novità quell’estate: la prima vacanza da sola!
Ero grandicella per questa prima volta, ma la ritenevo comunque una vittoria: l’avevo cercata e guadagnata.
Ero convinta che se avessero potuto i miei mi avrebbero messo i bastoni tra le ruote. Il fatto che sia stata una vacanza che mi ero completamente pagata da sola gli aveva impedito di ostacolarmi…o semplicemente anche a loro faceva comodo avermi lontano dalle scatole per una settimana.
Pochi giorni prima della partenza sono andata in camera di mio fratello.
“Per caso hai detto agli altri delle mie gambe?”
“Perché? Avrei dovuto?”
“Vorrei evitare a tutti la sorpresa…”
“Le tue gambe non sono terribili come pensi e comunque hai di fronte persone mature che da tali si comporteranno”
“Per me è importante che lo sappiano prima. Tu parli così perché sei sempre stato abituato a vederle. Per la maggior parte della gente non è così. Suppongo che il gruppo mi metterà a mio agio; so bene che la prima a porsi il problema sono io, ma ti assicuro che averle addosso non è affatto piacevole, soprattutto alla nostra età”
“Ok. Messaggio ricevuto. Sarà fatto come desideri”.
E’ facile avere occhi solo per i propri difetti.
A mio fratello era comparsa da alcuni anno la psoriasi. Ne aveva un po’ in tutto il corpo.
Come me anche lui aveva le sue cicatrici.
Immersa come ero nei miei problemi non avevo pensato nemmeno per un attimo che più di ogni altro lui avrebbe potuto comprendere il rifiuto per il mio corpo. Lui aveva voluto incoraggiarmi, rassicurarmi ed io non avevo ricambiato.
Nessun: “Fratello, scusa mi serve il tuo aiuto e io in cambio cosa posso fare per te? Tu stai bene? Come ti senti? Posso fare io qualcosa per te?”.
Eravamo sotto lo stesso tetto distanti come non mai.
Ciascuno navigando nel proprio mare senza badare alle difficoltà dell’altro.
Non eravamo nessuno migliore dell’altro.
D’altronde, in caso di guerra ciascuno pensa solo alla propria di pelle e nelle nostre quotidiane battaglie in casa ognuno di noi egoisticamente pensava solo a se stesso. Non esisteva alcun: “il nemico del mio nemico è mio amico”.
In quegli anni io e Javier camminavamo sempre dandoci le spalle.
La mia richiesta, comunque, fu esaudita e alla prima occasione lui ha esaudito il mio desiderio.
A vacanza terminata mi sono resa conto che i miei timori erano del tutto infondati.
Era andata bene.
Il costume da bagno mi ha sempre messa in ansia. Non lo do a vedere. Vorrei semplicemente poter diventare traparente in spiaggia. Se posso evito di mettere in bella mostra le mie ustioni.
Quella volta mi era stato d’aiuto il fatto che fossi in mezzo ad amici, senza la presenza di qualcuno di cui avessi interesse.
E’ stata una settimana che ricorderò per tutta la vita con grande affetto.
Mi ero trasformata.
Ero diventata un vero e proprio fuoco d’artificio.
Scherzi, piccoli guai giovanili , sbronze, intere nottate senza sonno a vedere le stelle e a disturbare chi avesse ceduto al sonno…Non ci eravamo fatti mancare nulla.
Mi ero piaciuta tantissimo.
Avevo riso tanto da avere gli addominali doloranti, le lacrime agli occhi e il cuore finalmente leggero.
Mi ero lasciata andare totalmente.
Era stato meraviglioso.
Chi aveva fatto un po’ di fatica era stato mio fratello; nonostante in giornata avesse regnato il cazzeggio, lui aveva faticato a sbottonarsi.
Aveva difficoltà a perdere il controllo.
Farlo ridere di uno scherzo subito ci era costato fatica.
Si incazzava. Non ci stava.
Alla fine è riuscito limitare un pochino quella sua estrema serietà.
C’era una differenza sostanziale tra me e mio fratello: quando io mi trovavo lontana di casa riuscivo tirare fuori la mia vivacità e la mia personalità più vera; mio fratello manteneva la compostezza rigida che la caratterizzava anche tra le mura domestiche. Mi sembrava più un quarantenne che un ventenne. Mi sarebbe piaciuto vederlo limitare i freni inibitori che si era imposto. In casa era comprensibile che si dovesse proteggesse da quei due, però, fuori avrebbe dovuto concedersi la libertà di godere a pieno della sua età.
Se non lo avesse fatto adesso, quando avrebbe potuto farlo?
134-montagne russe di umori
Queste mie giornate della ventenne che ero risultavano essere caraterizzate solo da una cosa: il disordine.
Montagne russe di umori neri.
Quali erano i miei sentimenti?
Oscillavo tra tristezza, delusione, solitudine, disillusione, dolore non fisico eppure cento volte più forte.
Ero la palla di un flipper.
Vivevo perché qualcosa mi spingeva a farlo ma le mie giornate erano senza calore né colore.
“Che destino da povera sfigata è il mio…Questo è un ulteriore periodo in cui l’avrei fatta finita. Non mi manca la disperazione; piuttosto la determinazione al suicidio.
Non riesco a trovare la forza per togliermi la vita, però aspetto e desidero la morte. Non vedo ragioni a giustificare la mia misera vita”.
“Mi trovo molto bene con le bambine che guardo. Curarmi di loro mi permette di sentirmi utile a qualcosa.
Avere le tasche con qualche soldo mi da più libertà di movimento. Una libertà sempre relativa; molto limitata perché è misera dentro le mura della mia casa. Come al solito ogni mia vittoria agli occhi dei miei è qualcosa di sbagliato, un errore della figlia del demonio”.
“Lavorare in cucina quasi mi è di aiuto. Lavare padelle, pulire frutti di mare, tagliare e selezionare frutta e verdura mi è di aiuto: come se nel lavare questi oggetti avessi la possibilità di lavare me stessa. Una piccola catarsi del mio cuore. Una risciacquata dal mio mare nero…Quanto sono sciocca..Troppa poesia Clara mia! La verità è che lavorando come una trottola come sguattera hai la possibilità di non pensare. Ecco qual’è la tua più grande libertà: il non pensare”.
“Cristian, con dolore ho appreso della tua morte. Ne sono terribilmente dispiaciuta. Il mio ricordo di te e di un ragazzone alto, bellissimo…Si, il mio cugino bonazzo; tutte le ragazze ne hanno uno; tu eri il mio…E ora non ci sei più..A te che la vita è stata tolta faccio una promessa: vivrò. Ti prometto di vivere. Di non mollare e quando sarò vicina al mio limite di sopportazione, cugino mio, il tuo ricordo e questa mia promessa mi daranno la forza per continuare a lottare. Si Cristian, io lotterò per te”.
“I miei vicini di casa mi lodano per le buone valutazioni dei miei esami, per la mia determinazione, per il mio lavorare. Tutto l’opposto di quanto avviene in casa mia: qui sono la peggiore delle criminali. La peggior figlia del mondo.
La soluzione è una: andarmene finche sono in tempo.
Cercherò un lavoro fisso che mi impegni la sera, in qualche pub o in qualche ristorante e studierò durante il giorno. Purtroppo è la cosa giusta da fare”.
“Profondo senso di solitudine. Ho così tanti conoscenti, ma nessuno che capisca il mio stato d’animo. Fosse solo uno stato d’animo! Sono davvero un macello di ragazza! In realtà nessuno sente il mio disperato bisogno di sentirmi amata. Quanto vorrei un po’ di genuino calore umano.
Nessuno mi ama. Nessuno risponde ai miei bisogni. Quant’è complicata la mia vita…complicata di per sé, ma ancor di più resa impraticabile dal mio passato e da me stessa”.
133- grazie mamma
Ferita mortale all’anima
Desiderio bramato,
sogno della me, orfana bambina,
sconosciuta amata,
radicale bisogno divenuto reale.
Attesa immagine sfocata per anni immaginata
ora ottenuta.
Mia madre.
Concepita, cresciuta e partorita
nello stesso attimo di quel nostro primo abbraccio.
Nata quell’istante per amore dell’amore.
Nata due volte per imparare la realtà della vita.
Oggi ci sono solo risate amare, sciape e grigie per me.
Bizzarro giullare sa essere il destino;
ama prendersi gioco di terrori e speranze:
tesse instancabile ma se concede è per togliere,
fa sorridere per acquisire la facoltà di farci piangere.
Terrificante la verità mi si è mostrata:
sei il mio incubo, la follia,
la ferita mortale all’anima.
Non biasimo i lunghi boccoli di pece che mi hanno dato vita:
non ferisce un unico lontano freddo ricordo.
Condanno te,
che hai definito forme già plasmate
per poi rifiutarle.
Mi hai lasciata ad una non vita.
Mi hai fatta aggrappare a te
per calpestarmi.
Condanno te,
che mi hai sorriso per sputarmi sul cuore.
Fata benigna con lingua di vipera,
occhi pazzi,
mente delirante,
crudele giudice di accuse insensate,
bimba viziata in corpo di donna.
Sei un’infinità di bei ricordi fasulli.
Ingannevole possibilità di una banale e difficile normalità,
sei una moltitudine di caldi abbracci bugiardi.
Sei falso amore.
Tutto di te è inganno;
l’insensibile vento della consapevolezza ha spento ogni illusione.
Oggi so che non ho mai stretto niente.
Non figlia, ma animale, puttana parassita.
132-Basta
Non scrivevo più nulla riguardo a Luca, il mio modo di accettare che non faceva pipì parte delle mie giornate; ciò non voleva dire che non mi mancasse. Pensavo continuamente ed a seguito di ogni ricordo mi sforzavo di soffocare i miei sentimenti.
Il mio rimpianto più grande era la persona che ero quando mi trovavo insieme a lui. Sapeva stimolarmi. Era stato la molla che aveva attivato un meccanismo che era pronto a funzionare ma a cui mancava una motivazione per rendersi attivo.
Era divenuto la mia motivazione. Per ogni atto, pensiero e volontà.
Tutto questo ora era terribilmente lontano da me.
Era stato un soffice e delizioso raggio di sole in mezzo all’oscurità che mi circondava perenne.
Addio dolce amaro ricordo del più adorabile demonio del paradiso.
Pagavo così lo sbaglio di essere nata e soprattutto pagavo così lo sbaglio di essere cresciuta nell’errore.
Ero il frutto marcio di un albero corrotto.
La mia vita era un continuo viaggio da un errore ad un altro.
Come mi riusciva ancora di sorridere?
Come tutto era iniziato dal nulla tutto era tornato al nulla.
Ora che non avevo altro che semplici e banali ricordi mi chiedevo se era valsa la pena di mettermi contro i miei per e attenzioni di Luca.
Avevo perso lui e ora anche loro avevano capito che era tutto finito.
Stavo troppo a terra perché venisse ignorato.
Peccato la strega usasse il mio dolore per abbattermi ancora di più.
Oramai la chiamavo così. Non madre ma strega.
“Ha avuto quello che voleva e ora è scappato, vero? Non ti cerca più perché ha capito che sei una puttana”.
Un brutto misto di tristezza, dolore, rabbia e solo Dio sapeva cos’altro mi sommergeva. Tentavo di non risponderle. Di non farle capire quanto le sue parole andassero a segno.
L’insistenza del suo crudele modo di stuzzicare era troppo doloroso da ignorare. Rispondevo.
Così iniziava l’ennesima battaglia verbale che ci martorizzava entrambe.
Un gioco dannatamente crudele.
“Sei così lurida che dai il culo a tutti”
“Non è colpa mia se è così bello da passare inosservato”
“Hai proprio la faccia come il culo, non ti vergogni?”
“Vuol dire che ho un viso altrettanto bello..ecco perché mi fanno tanta corte…”
“Finiscono subito visto che ti fai scopare da tutti. Anche questo Luca non si fa vedere più…come mai?..”.
Colpita e affondata.
Brava mamma.
Mi stavo stancando di vivere.
Lei usava i miei stessi dolori per lacerarmi sempre più in profondità.
Ero così stanca di vedermela addosso.
Era uno strazio.
Correvo in camera mia per evitare di strapparle quella linguaccia velenosa. Quanto sarei potuta ancora resistere là dentro?
Usavo il mio solito pianto silenzioso per sfogarmi un pochino. Era dannatamente importante non farle sentire che era riuscita a farmi piangere. Una soddisfazione che non volevo darle: perché farle capire che la sua battaglia era vinta?
Quanto avrei voluto che le sue terribili parole, le accuse fossero state vere! Avrei sofferto la metà!
Essere vista da quella che doveva essere mia madre come la peggio puttana ed essere allontanata dai ragazzi perché mi ritenevano una fragile verginella era un bel paradosso…non era possibile! Surreale!
Basta.
Basta.
Mi sarei cercata un lavoro fisso e avrei cercato di prendere in affitto una stanza.
Non avevo alternative. Ne andava della mia sanità mentale.
Là dentro o diventata pazza quanto e come lei, o sarei finita per togliermi la vita.
Non li sopportavo più.
Quell’ameba di mio padre, una madre che era una vipera velenosa e mio fratello lontano da me anni luce e che si faceva semplicemente i cavoli suoi…Perché sarei dovuta restare qui dentro?
Perché dovevo continuare a soffrire a questo modo?
Basta. Basta. Basta.
131-Paradosso
Il mio coraggio la leone vigliacco è uscito troppo tardi.
Mi rimaneva solo una porta chiusa davanti.
Ho provato a rincorrerlo.
Mi ero innamorata di lui abbastanza da voler salutarlo con un chiarimento.
Il mio stupido coraggio era venuto fuori nel momento in cui lui aveva deciso di non cercarmi più.
Paradosso. La mia vita era solo paradosso.
Io lo cercavo con una finalità.
Carica di una determinazione che non avevo mai avuto.
Consapevole che questo passo sarebbe stato significativo per me stessa.
Non sarei mai più stata la curiosa tartaruga vigliacca che si ritrae davanti alle circostanze della vita.
Il mio stesso sentimento per Luca, il rispetto che gli portavo finalmente mi avevano arricchito della determinazione che mi occorreva. Avrei accettato qualunque conseguenza, ben sapendo che da questa decisione la mia autostima da bambina sarebbe diventata un adolescente.
Un passo che per me avrebbe significato crescita.
Ora era lui a impedirmi di spiegare.
Era troppo tardi.
Alla mia autostima toccava rimanere bambina?
Continuavo a cercarlo perché non accettavo questo paradosso.
Lo chiamavo al cellulare per chiedergli un ultimo appuntamento.
Un ultimo appuntamento che sarebbe stata la chiacchierata più significativa della mia vita.
Solo il suo cellulare non rispondeva mai.
La segreteria o estranei mi dicevano che lavorava, che era impegnato, che avrebbe richiamato lui.
Probabilmente lui si sarà sentito perseguitato dalla cottarella di turno che non vuole essere scaricata.
“Ti prego Luca, dammi un ultima possibilità adesso che c’è questa determinazione! Aiutami a crescere!”, pregavo dentro me stessa, stringendo tra le mani il mio cellulare.
Lui non mi ha mai richiamata.
130-la codarda coraggiosa
I tuoi baci erano diventati vuoti.
Le tue attenzioni erano più dovute che volute.
Lo sentivo.
Lui si stava allontanando.
Non ci trasmettevamo più niente.
Senza che lui parlasse io sapevo cosa pensasse.
Io non ero ciò di cui lui aveva bisogno.
Come dargli torto…I miei continui: “No”, “Non posso”, non erano di incoraggiamento per nessuno.
Io vivevo senza respirare a causa del peso delle mie problematiche irrisolte eppure avrei voluto aiutare lui.
Avrei voluto perdermi dentro di lui e non ritrovarmi mai più. Essere parte di lui e vivergli dentro. Essere il suo angelo custode. Avrei voluto poter proteggere il suo corpo, il suo cuore, la sua mente e la sua anima. Avrei voluto esaudire ogni suo desiderio, allontanare ogni dubbio e paura. Si. gli avrei offerto la mia vita. A patto che mi fosse stato possibile proteggerlo dopo la morte. A patto che fossi diventata la tua pelle, la tua difesa, la tua armatura contro ogni attacco…in fondo cosa vivevo a fare io?…ero arrivata ad un punto per cui persino la morte appariva come un guadagno per me.
Perché mi atterriva il fatto che presto lui sarebbe uscito dalle mie giornate?
Perché senza di lui sarebbe tornato quel vuoto nero. Quella solitudine. Quel nulla tetro ed in quella oscurità avrei dovuto continuare a lottare contro me stessa, contro gli attacchi di mia madre.
Io e Luca ormai ci scambiavamo poco l’uno dell’altro eppure quel poco per me era un’ancora di salvataggio. Un’ancora moritura.
Per fortuna sarei stata troppo occupata per pensare.
Avevo trovato un lavoretto in un ristorante. Si. Ero stufa. Mi vergognavo terribilmente di non avere due euro in tasca. Mai mi ero aspettata soldi dai miei: io la famigerata paghetta non me la meritavo. Pazienza: la avrei guadagnato attraverso la mia fatica. Ecco perché avevo voluto trovare un’occupazione.
Poi c’era lo studio.
Per fortuna c’era lo studio a concedermi la libertà di tenere occupato il cervello…Solo la voce della mia testa era più forte della volontà di concentrarmi sui libri.
Non volevo arrivare a maledire il giorno che avevo incontrato Luca. Mi sarebbero rimasti tanti bei ricordi e il coraggio che mi hai dato nel cercare la mia strada. Vederlo lavorare mi aveva contagiata della sua determinazione.
Quanto era difficile mollare.
Era così duro sentirlo allontanare progressivamente da me.
Lui ci aveva provato.
I miei continui no ti avevano stancato. Lo capivo. Come me, anche lui aveva cercato in me un piccolo pezzettino di paradiso nel quale trovare rifugio.
Si era scontrato nel mio muro di no. No ad andare al mare, no al concerto, no alle uscite durante la settimana, no alla giornata in barca. Tutti rifiuti senza alcuna spiegazione.
Io ho perseverato a non aprire la bocca.
Troppo vigliacca per ammettere la verità.
Ora subivo dolorosamente l’effetto della mia codardia.
Eppure una novità c’era: l’ennesima prospettiva di abbandono mi aveva finalmente dato un po’ di coraggio.
Non avevo nulla da perdere: prima che fosse sparito dalla mia vita Luca doveva sapere perché Clara gli aveva detto sempre di no.
Doveva sapere tutto di me per essere finalmente compresa.
Ero decisa a farlo.
Era un passo, che al di la di come fosse andato, mi avrebbe fatta crescere.