Sotto la spinta dei miei genitori ha dato la teoria in motorizzazione.
Mi ero impegnata e la cosa andò a buon fine.
Altra storia per la pratica:ero una capra.
Portare la macchina mi terrorizzava; partivo in terza in signore salite, gli incroci mi bloccavano: una volta ho praticamente bloccato il traffico in uno degli incroci dei castelli, si era formata una piccola folla..Strano a dirsi nessuno era arrabbiato: mi incoraggiavano tutti, facevano il tifo per la mia buona riuscita ed io sudata come non mai che tentavo di ripartire con il mio corpo che sembrava rifiutare i miei comandi. Mio padre vicino a me che pieno di vergogna a crebbe voluto essere trasparente. Alla fine ho vinto io e sono riuscita a ripartire.
Non deve essere stato affatto facile affiancarmi ed aiutarmi ad imparare a portare la macchina, lo riconosco. A tutto questo era da aggiungere che la presenza di mio padre, io e lui da soli in quel veicolo mi metteva in un disagio senza limiti.
Paura di sbagliare, di rompere in qualche modo la macchina e disagio per la compagnia di mio padre mi rallentavano terribilmente.
A mio fratello bastarono le guide con nostro padre e due o tre guide in autoscuola per prendere la patente.
A me toccarono una serie infinita di guide con gli istruttori della scuolaguida più vicina a casa.
Personalmente non mi vedevo con la patente in tasca.
Ci provavo ma senza troppa convinzione.
Nel frattempo la strana tranquillità in casa continuava a persistere.
I litigi di questo periodo potevano essere classificati come i normali battibecchi di qualunque altro gruppo famigliare.
Quella relativa tranquillità mi diede il coraggio per esprimere il mio desiderio di lavorare.
Il destino sembrava voler essere dalla mia parte perché i miei vicini di casa cercavano una baby-sitter per le loro due bambine. Non mi sono fatta perdere l’occasione e mi sono offerta per quel ruolo.
Ai miei la cosa sembrò andare bene: era un impegno leggero a due minuti da casa. Accettarono la cosa chiedendomi di non perdere d’occhio il mio impegno primario: l’università.
Questo fu il mio primo impiego.
Guadagnarmi le mie prime paghe mi procurò una soddisfazione senza pari.
Avere il portafogli finalmente pieno di qualcosa mi regalò una piccola serenità interna che prima mi mancava.
Quella lontana estate gli amici che avevo in comune con mio fratello organizzarono una vacanza estiva in Campania.
Ero fiera di poter partecipare a quella settimana di mare senza dover chiedere nulla ai miei genitori. Ottenuto il loro permesso mi sarei pagata il dovuto da sola.
Soddisfazione.
Per mio fratello ci pensarono loro.
Gli pagarono tutto il viaggio e gli diedero qualche soldo per le spese sul posto.
Solo una cosa mi tormentava: i miei amici non sapevano delle cicatrici sulle mie gambe.
Ricordo le settimane e le giornate precedenti alla partenza cariche di nervosismo.
Come avrei dovuto affrontare la cosa?
Far finta di nulla?
Prepararli allo spettacolo prima delle vacanze?
Ero nel panico totale.
Stavo persino pensando di non partire affatto.
“Io non vedo affatto quale sia il problema”, mi disse mio fratello quando gli ho chiesto consiglio sul da farsi, “Pensi che per loro possa cambiare qualcosa? Conoscendoli nemmeno ci faranno caso”.
Anni e anni di occhiate cariche di pietà, di curiosità altrui e la mia ostinazione a non accettare le mie cicatrici e a farne il mio grande cruccio mi toglievano il sonno.
Più per me stessa che per gli altri ho preso la decisione di avvisare i miei compagni di ciò che avrebbero visto sulle mie gambe.
Fu un gesto catartico per me.
Finalmente mi sentii libera di stare tranquilla.