La strana tranquillità che regnava in casa mi disorientava un poco.
Era come godere di una giornata serena quando le previsioni davano per certo il brutto tempo.
Non credevo in quella pace.
Non mi fidavo di quella tranquillità.
Pur sapendo che dietro quei modi cordiali e quei sorrisi si nascondevano chissà quali assurdi pensieri io volevo credere in quella serenità fittizia.
Era talmente forte il mio desiderio di voler appartenere a qualcosa, di avere dei legami significativi, essenziali, che bendavo gli occhi della mia razionalità e davo libero sfogo ai bisogni del mio cuore.
Facevo finta di far parte di una normale famiglia qualsiasi.
Ero io stessa più serena.
Affrontavo le mie giornate senza sentirmi Atlante.
Il peso delle mie problematiche era diventato meno gravoso. Camminavo eretta. Come se mi fosse stata concessa una pausa dai tormenti.
La mia poca fede in questa strana armonia era manifestata dalla mia scelta di continuare a non fare alcun pasto in loro compagnia.
Rifiutavo di sedermi a tavola con loro.
Era strano non sentirsi perpetuamente seguita da occhi critici, da battute o commenti orticanti come acido.
Era strano avere la possibilità di fare delle normali chiamate senza dover sentire il continuo respiro di mia madre come sottofondo al mio chiacchierare.
Mi era persino consentito uscire di sera durante la settimana.
Questi piccoli passi avanti erano dovuti solo ad una cosa: i miei successi universitari.
I miei buoni risultati avevano reso respirabile il mio ambiente famigliare.
Per i miei genitori erano quei 27, 28, 30 a rendermi degna di pace.
Non ero diventata rispettabile.
Rimanevo pur sempre un relitto umano ai loro occhi, ma una poco di buono a cui si poteva permettere un poco di tranquillità.
Perché?
Interpretavano quel buon inizio come la promessa che avrei finito l’università nei tempi previsti e che una volta trovato lavoro sarei finalmente potuta uscire dalla loro vita.
Ecco perché mi ero guadagnata quella strana quiete.
In fin dei conti loro “mi avevano tirato fuori dalla merda per garantirmi un futuro”.
Il mio futuro sarebbe stata garantito dalla mia laurea.
Una volta laureata loro potevano riempirsi il petto di orgoglio: mi avevano adottata per farmi mangiare, vestire, studiare e poi fuori dalle palle.
Questo stava avvenendo sotto i loro occhi.
Questo li rassicurava.
Questo aveva alleviato il peso delle mie giornate.
Mi stava bene.
A chiunque piace tornare a respirare con meno difficoltà.
Iniziavo a formulare in quel periodo un altro pensiero: il bisogno di un lavoro part-time.
Ero costantemente senza un euro.
Non ero meritevole di alcuna tipologia di paghetta data la mia tendenza a scegliere sempre il peggio e poi i soldi e tutto ciò che derivava dall’averli sarebbe stata una distrazione dallo studio.
Sapevo che i miei genitori non ne darebbero stati affatto felici.
I miei non avrebbero preso bene la mia scelta di iniziare a lavorare.
Avrei tolto tempo allo studio.
Sapevo che li avrei fatti arrabbiare perciò avevo scelto di posticipare la ricerca di un lavoretto.
Solo una cosa era più forte della prospettiva di dare inizio al caos: la vergogna.
Andare in giro col portamonete perennemente vuoto non era dignitoso.
Far compagnia alle mie amiche nel prendere un caffè, un panino al bar della facoltà mi faceva venire voglia di sotterrarmi. Ero perennemente quella del: “io non prendo nulla”.
I “dai che offro io!” dei miei compagni mi faceva stare ancor peggio.
Sentire i miei compagni di facoltà organizzare cene fuori, serate in qualche locale mi metteva il mal umore.
Potevo permettermi di passare il tempo in loro compagnia ma a patto che non si dovessero spendere soldi e che io fossi davanti al cancello di casa per la mezza notte.
Avevo necessità di un lavoro per garantirmi le mie piccole necessità.
Avrei lottato per quel mio diritto.
Rimandavo ma sapevo che il giorno di un nuovo scontro sarebbe presto arrivato.