Il mio nome era diventato l’antitesi perfetta della mia personalità.
Un sorriso freddo e sarcastico mi tirava le guance.
Mi sentivo dannata.
Qualcuno mi aveva forse maledetta?
Quali terribili illusioni mi erano state presentate!
Incubi che diventavano realtà e sogni che diventano incubi.
Per quanti anni avevo sognato una famiglia?
Con quale intensità l’avevo aspettata?
Talmente tanto da non crederci più.
Quando avevo perso le speranze erano arrivati.
Quanto avevo imparato ad amarli?
Impossibile da quantificare.
Avrei voluto mai averla avuta.
Una strada troppo ripida, disastrata e viscida mi aveva sbattuto a terra e mi aveva rotto le gambe nella caduta.
Non riuscivo a rialzarmi.
Aspettavo che le mie ossa, rimarginate male e troppo dannatamente lentamente, mi permettessero di alzarmi di nuovo.
Per ora era svanita persino la volontà di reagire.
Ero rimasta a terra.
Sporca di fango.
Né io né loro siamo stati capaci di sfruttare l’occasione che ci è stata offerta.
Ci era stata offerta la possibilità della felicità. Di una vita piena. Bella.
Io mi vergognavo del mio fallimento.
La colpa dei miei genitori, tuttavia, era maggiore.
Io ero “la bambina che è stata adottata”; quella che ci aveva creduto.
Loro erano “i genitori che hanno adottato”; quelli ad aver compiuto la scelta.
I miei errori rispetto ai loro erano ridimensionati.
Loro erano stati il mio sogno realizzato.
Un sogno che non ho saputo fare mio.
Il pacco regalo stretto tra le mani ma mai aperto.
Non ne sono stata capace.
Sono diventata consapevole di esso quando era troppo tardi.
Avevo il timore che sin dal principio fosse stato troppo tardi.
incapace di aprire un pacco che non aveva mai desiderato essere aperto.
Io ero stata il desiderio, la volontà, la scelta ottenuta.
Spesso cadevo nell’errore di domandarmi se pensassero mai al loro fallimento come genitori. Poi tornavo in me stessa.
Quella sbagliata ero io.
Io ero la figlia difficile.
Loro le povere vittime sfortunate.
Per loro non esisteva l’autocritica, l’errore.
Si vedevano semplicemente nel giusto.
L’essere legalmente dei genitori determinava il fatto che le loro decisioni fossero quelle giuste. Anche se dure, le loro scelte erano fatte per il mio bene.
Non capivo proprio in quale bolla distorta si trovasse la loro logica.
Mi sembrava che l’unica a soffrire dentro le mura domestiche fossi io.