121-test e incontri casuali

Avevo fatto il test.
Il mio tentativo di entrare all’università per uscirne fisioterapista.
Non mi illudevo: non sarei passata.
Le scene che avevo visto mi avevano lasciato allibita.
Una persona su tre si era portata dietro un suggeritore; non uno qualsiasi: un titolato pronto a suggerire o passare la giusta risposta.
Ho visto medici compilare i foglio dei loro protetti.
Era sensazionale sapere di vivere in uno stato nel quale la meritocrazia era un valore portante della repubblica italica.
Viva l’Italia!
Ma come potevo aver speranza di farcela!?
Trenta posti.
Migliaia di persone in gara per poter ottenere la possibilità di entrata.
Tra bari, pochi meritevoli io avevo troppe carenze per riuscire. Sapevo di aver fatto bene, tuttavia le mie carenze fisico-matematiche avrebbero abbassato di molto il mio punteggio.
Nauseata, consapevole, triste, per il ritorno a casa ho scelto il tragitto più lungo.
Questa scelta mi ha fatta incontrare con una persona che non vedevo da molto tempo.

Mi sono trovata di fronte Fabio.
Casualmente.
La sorpresa è stata tanta.
Lui è parso davvero felice di vedermi.
Mi ha chiesto di poter passare un pomeriggio con me.
“No. Non mi sembra il caso”.
“Tranquilla. Ti porto al Colosseo. Poi un bel gelato. Sei la metà rispetto a quando ti ho conosciuta. Sei bella, però sei diventata troppo magra. Io e te in mezzo alla gente. Giuro di non provaci. Tu, però, non dirmi di no, te lo chiedo come regalo di compleanno”.
Ho acconsentito, pur sapendo che sarebbe stato meglio non farlo.
Gli ho promesso il pomeriggio del giorno dopo.
Le sue parole mi hanno fatto riflettere a proposito del mio corpo.
Sapevo bene di non mangiare bene.
Non erano rari i giorni in cui mi capitava di non mangiare affatto.
Il risultato era che mi stava larga la taglia 38.
Avevo difficoltà a trovare pantaloni che mi stessero bene.
La 36 sembrava introvabile.
Mi rifiutavo di andare nei negozi per bambini.
Non avevo dato alcun peso alla cosa.
Stringevo al massimo le cinte sui pantaloni e via.
Mi vedevo magra come non lo ero mai stata ma non notavo che mi si iniziavano a notare le costole e che la mia mancetta era ai minimi termini.
Semplicemente non avevo alcuna voglia di mangiare.
Mi sembrava di stare bene.
Non mi fermavo ad esaminare i cambiamenti del mio corpo.

Arrivato il giorno della nostra uscita, Fabio si è comportato da vero gentil uomo.
Il Colosseo al pomeriggio era bellissimo.
Veder calare il sole tra i suoi archi è stato meraviglioso.
Abbiamo chiacchierato per ore e ore.
“Sei stata la persona più importante tra le quelle con cui sono stato. Mi hai fatto innamorare come nessuna è mai riuscita a fare. Ho sofferto, è vero, però mi hai fortificato. Mi hai insegnato a dire di no. A concedermi per piccole dosi e pensare prima a me stesso. Penso che non sarò mai in grado di dimenticarti”.
Sentirmi dire queste parole è stato come respirare aria pura.
Come mangiare un cibo squisito.
Per qualcuno ero stata importante.
Determinante.
Strano sentirlo dire.
Catartico.
Qualcuno mi aveva amata profondamente.
Avrei pianto se avessi potuto.
Il mio povero cuore finalmente ha potuto godere di qualche battito gioioso di soddisfazione.
Calore puro.
Ho respirato a pieni polmoni come se quelle parole fossero state aria.
“Ti ho lasciato perché non mi fido del mio corpo. Sono scappata perché ho delle brutte cicatrici sulle gambe che non volevo che tu vedessi. Non sono bella come tu immagini”,
“Avresti dovuto lasciar giudicare me”,
“Ancora oggi è un coraggio che non mi appartiene”,
“Non sei stata con nessuno dopo di me?”,
In quel momento mi sono accorta che mi stavo muovendo su sabbie mobili.
Gli piacevo ancora molto e io gli stavo offrendo degli appigli cui aggrapparsi. Non ero intenzionata a ferirlo di nuovo.
Non volevo che ritornasse a far parte della mia vita.
Non volevo rovinare quel bel pomeriggio.
Si.
Sarebbe stato bello lasciarmi andare e offrirgli la possibilità che anni prima gli avevo sottratto.
Solo non desideravo farlo.
Non provavo il trasporto che Gianni mi aveva fatto provare.
Mi sono vergognata di aver fatto dei paragoni.
Fabio non li meritava.
Poi avevo la mia costante dama di compagnia: la paura folle.
“Mi sono innamorata senza essere corrisposta. La mia vita è troppo complicata per chiunque”,
“Non ti sembra di essere un po’ troppo prevenuta? Ho la netta impressione che tu non offra possibiltà a nessuno. Ti sei fasciata la testa un po’ troppo. Lasciati andare”,
“Non voglio. Non me la sento”.
“Avresti dovuto parlarmene a suo tempo. Avresti dovuto aprirti e permettermi di aiutarti. Non ti avrei mai abbandonata. Ora mi chiedo se tu avessi idea di quanto fossi innamorato di te”.
Per il bene di entrambi ho capito che era ora di tornare alla mia prigione domestica.
I sottili movimenti che compiva per avvicinarsi non mi erano del tutto indifferenti.
Mi sono stupita di me stessa quando ho capito che volevo che lo facesse.
Volevo che mi baciasse con la stessa intensità degli anni passati.
Mi sono piovuti addosso i ricordi.
Ho provato a resistere.
Lui deve aver percepito la mia battaglia interiore.
Ha iniziato a fare il misterioso.
Ha funzionato perché sentivo che stavo per cedere.
Era diventato un uomo.
Aveva acquisito una fiera sicurezza, una coscienza del suo fascino che prima non aveva.
“Ok. Ora di andare…Mi ha fatto piacere stare in tua compagnia, però è meglio finirla qui. Non voglio illuderti e non voglio nuovi problemi a torturarmi la coscienza. Sono stata benissimo oggi pomeriggio…Avevo bisogno di sentirmi bene…Torno da sola alla metro. Graz…”.
Già.
Non sono riuscita a finire la frase.
Lui mi si era incollato addosso.
Il tocco delle sue labbra mi ha mandato in tilt il cervello.
Inutile dire che abbiamo passato il resto del tempo l’uno attaccato all’altro. Solo l’avviso che di lì a poco avrebbero chiuso mi ha riportato alla realtà.
Il senso di colpa ha iniziato a bussare alla mia porta.
L’ho scacciato.
Lo aveva voluto lui.
Fabio avrebbe dovuto sintetizzare le coseguenze delle sue azioni.
La magia era sparita del tutto quando abbiamo varcato l’uscita dell’anfiteatro flavio.
In quel momento ho desiderato solo allontanarmi da lui.
“Fabio, vado da sola a Termini. Grazie di tutto”,
“Mi posso accontentare di questo come ultimo ricordo di te. Molto meglio di una telefonata. Averti rubato qualche bacio è stato il regalo più grande per quest’anno. Ho capito che sei decisa a non lasciar entrare nessuno nella tua vita. Sia come vuoi. Non voglio essere pressante ma se mai ci ripenserai il mio numero lo conosci: sai dove trovarmi…Clara, tu non puoi non piacermi, qualunque cosa abbia sulle gambe!”,
“Addio Fabio”,
“Perché non mi credi?”,
“Tu conosci bene la ragione per cui io ho imparato a non fidarmi di nessuno. Ho pagato un prezzo troppo alto per offrire a chiunque la possibilità di ferirmi ancora. Ti dico la verità: ho paura di innamorarmi. Ho il terrore di amare di amare, di aggrapparmi a questo sentimento e di essere di nuovo abbandonata… Per questo mi faccio conquistare dagli esseri più stronzi che trovo: proprio perché non baderanno troppo a me e ai miei sentimenti”.
Era così.
Non cercavo una persona.
Cercavo le sensazioni che derivano dall’innamoramento.
Volevo perdermi in quel meraviglioso turbine di sentimenti.
Se la persona scelta non cedeva, io mi accontentavo felicemente triste degli assaggi che mi erano offerti.
Se ci fossero stati cedimenti io scappavo terrorizzata alla prospettiva di ciò che mi sarebbe potuto succedere.
Non avevo fiducia in nessuno.
Non ero risposta a rischiare.
Meglio continuare a fuggire.
E magari fosse stato possibile fuggire di casa.
Mi mancava l’ossigeno dentro quelle mura.
Più passava il tempo più mi rendevo conto che questa donna non aveva mai voluto un’altra figlia.
Non ne aveva mai avuto bisogno.
Mi faceva rabbia che la sua pazzia avesse il potere di ferirmi ancora.
Non mi sentivo Cenerentola.
Mi sentivo non rispettata.
Violata.
Aveva iniziato a trattarmi con una freddezza che metteva la pelle d’oca.
Avevo la sensazione che mi odiasse.
Dai suoi occhi mi sembrava di leggere questa sua dichiarazione.
Le sue parole, poi, non lasciano addito a dubbi.
“Tu non sei altro che una che qui pulisce: così ti guadagni il pane che mangi”.
Un pensiero giusto, se fossi stata una domestica e lei la mia datrice di lavoro e non la donna che undici anni fa mi aveva adottata.
Ancora mi chiedevo cosa mai fosse
scattato nel suo cervello…A volte mi sembrava di non provare più nulla per lei.
Bugia.
Se fosse stato vero non avrei sofferto delle sue parole.
Ancora la amavo: per questo aveva ancora questo potere.
E non solo: ora ho una nuova preoccupazione: mio fratello.
Lui non sembrava avere i miei stessi problemi.
Certo aveva attraversato brutti momenti anche lui.
Le sue problematiche erano derivate dalla sua interiorità per poi mettere in dubbio la sua realtà esterna.
L’opposto rispetto a me: io mi ero trovata di fronte all’improvviso crollo di una realtà esterna data per scontata.
Un terremoto che aveva minato le basi della mia integrità psichica.
Cosa aveva in serbo per lui il vivere dentro questa aria viziata?
Cosa gli avrebbe procurato il vivere tra queste odiose mura?
Speravo fosse più fortunato di me.
Per ora lo lasciavano in pace perché aveva sempre fatto tutto ciò che loro si erano aspettati e preteso da lui.
Un figlio meno problematico rispetto a me.
Si erano mai chiesti, però, cosa sentisse dentro al cuore quel figlio più retto? Come con me, anche con Javier, regnava la totale indifferenza.
Già.
L’unica cosa importante era lo studio.
Di fatto mio fratello era mistero anche per me.
Non si era mai confidato.
Non mi cercava.
Come me si chiudeva nella sua camera.
A fare cosa non sapevo.
In teoria a studiare.
I suoi voti non brillanti rispetto al tempo che passava davanti ai libri era la chiara dimostrazione che anche lui lottava contro i suoi fantasmi.
Io non li conoscevo.
Lui non parlava con me.
Io, infatti, lo chiamavo “Riccio”, per la sua totale chiusura nei miei riguardi; per i suoi capelli morbidi, sacrificati a causa della psoriasi (altro sintomo di un malessere del tutto ignorato) che gli si era diffusa sul corpo e un po’ perché si è chiuso dentro se stesso, escludendo tutti, anche me.
Non mi riteneva degna delle sue confidenze?
Temevo che si fosse lasciato condizionare dai giudizi dei miei genitori e non mi ritenesse una persona con le rotelle a posto.
In realtà non sapevo affatto cosa mio fratello pensasse di me.
Di certo non mi riteneva degna delle sue confidenze.

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