Non avevo bisogno del loro “supporto” per essere consapevole che ho poche possibilità di passare il test per diventare fisioterapista.
Poche sedie per troppi sederi.
Un numero piccolo di possibilità per tanti.
Il mio impegno era giustificato dal fatto che questa sarebbe potuta essere la strada più corta e giusta per allontanarmi da una casa che odio.
Uno stimolo piuttosto forte, tutto sommato; eppure per loro io perdo soltanto tempo.
A loro parere mi applicavo sempre troppo poco.
Possibile che non capissero che dovevano lasciarmi in pace?
No.
Sarebbe stato troppo di aiuto.
Continuavano a caricarmi di una tensione che faticavo molto a sopportare.
Perché non vedevano che mi avevano caricata l’anima peggio di un somaro?
Lo stress che mi procuravano mi pesava addosso come massi che mi schiacciavano i polmoni.
Ma no.
La strana sono io.
Dovrei subire passiva e felice i loro commenti sarcastici e studiare a tutte le ore. Giorno e notte.
Dentro queste maledette mura non avrei mai trovato sensibilità e comprensione. Per loro non le meritavo.
Era da considerarsi una famiglia questa?
Mi sembrava di trovarmi di fronte ad un tribunale fatto di corrotti che ingiustamente mi giudicavano colpevole.
Era tra queste mura che provavo la rabbia più ribollente, che mi si inacidiva la bile, che provavo il dolore più profondo, la delusione più cocente.
Non vedevo l’ora di lasciare questo inferno.
Volevo poter scappare il prima possibile.
Avevo scelto la strada dell’università…Quanto sarebbe stata lunga e difficile questa strada?
Lunga e difficile per la loro coatta presenza nel mio quotidiano.
Era chiaro che a preoccuparmi non era lo studio; conoscevo bene le mie capacità e le mie debolezze.
Mi spaventavano a morte gli anni che avrei dovuto passare ancora in casa mia.
Mi atterriva ciò che avrei dovuto subire dalle loro lingue.
Che cazzo ci stavo a fare in questo posto di merda?
Mi sentivo scoraggiata.
Ci fosse solo l’ombra: dico l’ombra! Di una cosa bella per la quale combattere!
L’avevo già detto: per me stessa io non riuscivo a vivere.
Preferivo la morte.
Lei avrebbe dovuto prendermi del tutto quella maledetta notte in cui mi aveva bruciato solo per metà!
Mi aveva salvato la vita il mio vecchio padre.
Per poi buttarla nel cesso.
Già la mia vita non contava per nessuno.
La prendevano, si facevano amare, mi illudevano.
Poi mi cagavano e tiravano la catena.
Finora tutti si sono comportati così.
Ero così dannatamente insufficiente!
Avrei voluto morire!
Nessuno ne avrebbe sofferto perché nessuno mi aveva amata per davvero.
Perché soffrire per amore quando per lui non ero nulla?
L’amore non mi considerava.
Si concedeva un poco a tutti ma a me, implacabilmente, mi saltava.
L’amore, la famiglia, erano scoperte che avrei preferito mi fossero rimaste nascoste.
Che senso aveva avuto il mio nascere se mi era stato destinato questo non vivere?
Perché continuare a tentare, a sperare quando ci si scopre svuotati e senza alcuna prospettiva?
Se solo avessi avuto la follia e la disperazione necessaria mi sarei già tolta la vita.
Ho scoperto di essere incapace di farlo.
Nell’isolamento delle mura della mia stanza, scoperti polsi e smontata una lametta cercavo di avvicinare gli uni all’altra. Rimanevo tempi lunghissimi cercando di agire e darmi la pace eterna.
Non ci sono mai riuscita.
Non gli avrei dato questa soddisfazione.
Solo per questo non lo facevo: per non darla vinta a loro.
Ho semplicemente smesso di provarci.
Mi limitavo a chiudermi in camera con il disperato bisogno di isolarmi da tutta la sordità, la cecità, la pazzia e l’egoismo che mi circondava.
Cercavo la solitudine.
Mi dava più conforto di qualunque compagnia perché non nascondeva illusioni.
Prima la fuggivo.
Ora la cercavo con razionalità.
“Forse il segreto della vita era questo: nasciamo da un rituale con il quale si cerca di scacciare la solitudine.
Il sesso serve a non farci sentire soli, a garantirci un compagno o un figlio, per non essere lasciati alla solitudine.
Perché la vita è solitudine, è follia, è egoismo.
Ci siamo ridotti a essere automi.
Nasciamo per volere di altri, ci riempono di una cultura che ci rende schiavi. Dalla nostra stessa formazione veniamo catalogati.
Da ciò dipenderà la lunghezza delle nostre catene.
I potenti non sono liberi.
Hanno solo catene più lunghe delle nostre.
Come formiche operaie produciamo per il più della nostra vita.
Solo siamo dotati di coscienza.
Una qualità che ci fa soffrire di più perché ci rende consapevoli della nostra condizione.
Ci rifugiamo in relazioni sentimentali nella speranza che tonifichino la nostra sofferenza.
Il più delle volte ci tradiamo gli uni con gli altri.
Perché non possiamo fare a meno del dolore.
Mettiamo al mondo i figli, per amore, ci diciamo.
In realtà per egoismo.
Li concepiamo che già sono schiavi.
Quando scoprono che siamo vecchi, siamo costretti a metterci da parte.
Ci lasciano in pace solo quando siamo senza forze.
Solo allora ci chiediamo: ”.
E piangiamo.
In compagnia dei nostri rimorsi, perché anche allora, la solitudine non la vogliamo.
Poi arriva la morte, che pietosa, finalmente, ci da la libertà.
L’ho capito a vent’anni.
Questa è la mia visione della vita.
Bellissima prospettiva.
Quale felicità ci poteva essere in tutto questo?
Poca.
Destinata a passare troppo in fretta.
Ritenuta di secondaria importanza nella società che ci siamo imposti.
Soffocati da dolori quadrupicati.
Più importante è produrre e consumare.
I momenti di sincera verità?
Rari.
Si gioca persino con la nostra stessa vita.
Non può che essere così da quando la guerra è diventata business.
Tutto si svolge dentro binari preesistenti.
Perché i genitori credono di saperne più dei figli?
Perché loro su quei binari già ci sono passati.
Si credono saggi perché hanno affrontato ostacoli che ci attendono.
Perché hanno esperienza.
Un’esperienza che a grandi linee sarà uguale per tutti.
Viviamo in un mondo precostruito.
Dietro ogni bene si nascondono dieci sbagli.
L’uomo nella sua interiorità lo sa.
Urla.
Solo non se ne accorge.
Ecco depressione, stress, malattie psicosomatiche.
Nei casi disperati, suicidio.
I più commiserano i suicidi.
In realtà hanno invidia del loro coraggio.
L’uomo però si vanta di essere intelligente.
Di essere forte.
Non si accorge di essere consumato, sfruttato, diretto in ogni sua azione.
Se mentre nei paesi ricchi si muore per l’abbondanza delle nostre schiavitù: già moriamo perché stiamo troppo bene; nel sud del mondo, invece, si muore per la scarsità dei beni primari.
Questa è una delle tante assurdità della società contemporanea.
Vomiterei.
Chi mi può assicurare che questo non sia l’inferno?”
Mi chiudevo in mille ragionamenti più grandi di me per tentare di dare un velo di razionalità al mondo che mi circondava.
Confusa, confusamente vedevo il mondo e vedevo la società europea come il cancro del progresso.
Convinta che l’evoluzione delle tecnologie non corrispondesse all’evoluzione delle nostre menti.
Menti bigotte con un cellulare di ultima generazione.