Non era la solitudine che mi spaventava.
Bugia.
Non era la solitudine a spaventarmi di più.
Era lo stare insieme ad un qualunque ragazzo a terrorizzarmi.
Chi mai avrebbe potuto amarmi dato il complesso nodo di problemi che ero?
Sarebbe stato meglio rimanere la ragazzina bruttina ed anonima che ero da bambina.
Sarebbe stato un altro tipo di sofferenza: avrei avuto il complesso del brutto anatroccolo.
Lo ritenevo meglio di quello che colpiva me.
Sapere di piacere.
Essere considerata una bella ragazza.
Sentirmi terribilmente brutta e deforme per le cicatrici sulle mie gambe.
Esageravo?
Non avevo davvero il coraggio di avere fiducia nel prossimo.
Davo l’illusione di essere bella.
In realtà non sentivo di esserlo affatto.
Ero fuggita da Fabio perché avevo ribbrezzo di me stessa.
Ho detto “Basta così” a Gianni non perché era quello che avevo desiderato ma perché mi ero costretta a farlo.
Il mio dire no senza alcuna spiegazione me lo ha fatto perdere.
E sono certa che lo svelare le mie motivazioni lo avrebbe fatto riavvicinare a me. Inutile pensarci ancora. Gianni aveva scelto un’altra.
Questo continuo sfiorare e scappare era una tortura.
Per me e per gli altri.
Non volevo nessuno per questo motivo.
Orribili.
Le mie gambe erano orribili.
Erano la più terribile delle prigioni.
Frenavano i miei sentimenti come la più terribile delle prigioni. Tentando di illudere me stessa, qualche volta, mi dicevo: “Prova, buttati. Lotta contro il tuo terrore e provaci!le vedi peggio di ciò che sono!”.
Illusa.
Bugiarda.
Ustioni di quarto grado su entrambe le cosce.
Cicatrici che partono da sopra le ginocchia e arrivano a pochi centimetri all’attaccatura delle gambe.
Davvero erano poca roba?
No.
Per questo mi ero sempre trovata a scappare.
Sentivo che non avrei mai avuto la forza di affrontare la questione delle mie cicatrici.
Nessuno la capiva perché con nessuno mi ero confidata.
Nessuno poteva capirlo se non ne avessi parlato.
Quanti falliti tentativi di lasciarmi andare.
Ero uscita con molti ragazzi.
Con pochissimi ero arrivata ad un bacio.
Vederli così presi da me mi terrorizzava.
La soluzione era solo una: dopo il primo appuntamento non farmi più trovare. Sparivo nel nulla e facevo in modo che il cellulare fosse irraggiungibile. Indipendentemente di quanto la persona mi piacesse.
Aspettavo la persona che mi avrebbe fatto perdere la testa?
Gianni lo aveva fatto e non era servito.
Amare non serviva a nulla con me.
Era il contrario: più amavo la persona più sentivo il bisogno di scappare.
Ecco spiegato il via vai di macchine che nel tempo mi erano venute a prendere sotto casa.
Tutti miseri tentativi di lasciarmi amare andati in fumo.
La mia sensibile famiglia mi aveva compresa profondamente.
Ero diventata Clara la puttana, quella che la dava a tutti, quella che ha la faccia come il culo. Niente frasi sottintese ma esattamente queste crudeli parole.
Pugnalate dentro ferite aperte.
Come sapeva essere ironica la mia vita!
Quanto era terribilmente falso tutto questo!
Il signor destino sembrava divertirsi molto alle mie spalle.
Le ferite che mi erano imposte erano continue.
A volte mi stupivo di non essere già impazzita.
Il mio autocontrollo era stata una sorpresa persino per me stessa.
Una volta dicevo di odiare l’estate.
Non mi ero espressa nella maniera giusta.
Odiavo e compativo solo me stessa.
Odiavo le mie gambe.
Senza le cicatrici sarebbe stato più facile avere una vita normale. Probabilmente Gianni sarebbe stato mio.
Ora riuscivo solo a guardarmi con ribrezzo.
Come sarebbe stata Clara con due gambe normali?
Sarebbe stata semplicemente normale: perciò bella.
Sicuramente si sarebbe lamentata di qualcos’altro.
Si.
Lo sapevo. Ma si sarebbe trattato comunque di normali complessi da giovane donna.
Meglio della realtà sarebbe stato certamente.
Di sicuro non sarei mia scoppiata a piangere per l’afflizione e lo sconforto di non poterci fare niente.
Una pancetta rotonda si risolveva con dieta e addominali.
Queste invece come le avrei potute eliminare?
Dovevo strapparmi via la pelle?
Pregare in u miracolo?
Rimaniamo sempre nell’ambito dell’impossibile.
Mettermi alla prova.
Vale a dire mettere alla prova gli altri…No!
Non ci riesco!
Meglio crepare zitella che vedere scappare una persona che mi fosse piaciuta per il ribrezzo procurato alla vista delle mie gambe!
Altro che pianti!
La disattenzione dei miei genitori naturali mi ha fatto perdere la normalità la sera in cui avevo rischiato di morire bruciata viva.
La disattenzione dei miei genitori adottivi non mi aiuterà mai a riavere la normalità.
Il loro comportamento aveva ulteriormente rinforzato la mia sfiducia negli altri.
In tutti gli altri.
Avevo imparato che il dolore più grande volentieri era procurato da chi amavi profondamente.
Perché avrei dovuto tentare allora?
Se i primi che avrebbero dovuto comprendermi, sostenermi, aiutarmi a combattere le mie paure erano stati coloro che avevano cementato il mio terrore e la mia sfiducia nel prossimo?
Era brutto vivere in questo limbo e vedere la vita scivolare via dalle mani sprecata.
Ero una pusillanime.
Preferivo la solitudine della mia grotta che dover affrontare la repulsione o il tradimento di chi sarei potuta innamorarmi.