Dato l’esito più che negativo del mio tentativo di trovare lavoro, mi stavo buttando sull’idea che era preferibile andare all’università.
Le opzioni erano tre: diventare fisioterapista, infermiera pediatrica o nel caso in cui non avessi superato le prove di ammissione, scienze dell’educazione.
Tre erano le possibilità.
La loro scelta era più che giustificata: ottenuta la laurea il lavoro era assicurato e lo stipendio buono.
Avevo cercato un’occupazione per quasi un mese senza che qualcuno mi avesse ritenuto degna di una chiamata.
Ero demoralizzata.
A partire da agosto avrei iniziato a studiare per bene.
Applicandomi con attenzione e dedicandomi ai libri come non facevo da molti anni.
Le preoccupazioni erano solo due: matematica e fisica, montagne troppo alte per me.
Il resto non mi dava preoccupazioni rilevanti.
Un bel ripasso profondo.
Quotidiana lettura di qualche giornale e non mi sarebbe rimasto che sperare tanto in una bella botta di culo e in domande propizie alle mie conoscenze.
Cercavo di concentrarmi sulle prospettive, eppure mi sentivo delusa, piena di risentimento…Perchè far finta di niente?
Ero furibonda di non essere stata capace di trovare un lavoro, di non essere apparsa adatta a far un lavoro semplice come la commessa.
Lavorare avrebbe significato libertà di andare via di casa.
Allontanarmi da persone che desideravo fuori dalla mia vita.
Avevo fallito.
Fanculo tutto e tutti!
Mi sentivo ribollire dalla rabbia!
Come avrei voluto urlare tutto ciò che avevo dentro!
Poi a che sarebbe servito?
Qualunque forma di sfogo mi appariva sterile e stupida.
Sapevo solo di voler restare sola.
Lontano da tutto e tutti.
Ero stufa.
Ero stufa marcia.
Stanca di aspettarmi più attenzioni dagli altri.
Attenzioni?
No.
Rispetto.
Essere stata ignorata dal mondo del lavoro mi aveva fatta sentire meno importante di una acaro.
Non avevo niente di ciò di cui sentivo il bisogno.
Niente di ciò che avrei voluto.
Nessuno.
Non c’era una piccola cosa che potesse tirarmi su.
Nella mia vita, in questo momento, non c’era nulla che potessi ritenere bello. Niente che mi facesse sorridere senza procurarmi delle preoccupazioni.
Avrei voluto una risata libera da pretese: poter essere libera di non pensare che la persona con cui mi trovavo stava con me perché avesse un fine di qualunque genere.
Io cercavo i miei compagni di tempo nella speranza di poter trovare una momentanea oasi di pace nella quale rifugiarmi.
Mi accontentavo della loro semplice compagnia…Invece no, a quello interessavo e voleva conoscermi meglio, quella mi cercava solo perché ha litigato con la sua migliore amica, quell’altra vuole che l’accompagnassi a pedinare il suo ex…Mi sembrava che nessuno cercasse la compagnia dell’altro per il semplice e puro piacere di stare insieme.
Tranquillamente.
Senza aver fini.
Lasciando tutto il resto da parte.
Mi rendevo conto che forse gli altri non sentissero il mio stesso bisogno di allontanarsi per un pochino dalla realtà; sembrava volessero immergersi ancora maggiormente nelle questioni della loro vita.
Possibile io dovessi sempre piegarmi al volere degli altri e non veder soddisfatti i miei di bisogni?
Per questo sentivo il bisogno di stare sola.
Non che non li invidiassi…Ogni giorno mi domandavo il perché non potessi essere come qualunque altro giovane della mia età.
Come vorrei la normalità che tutti gli altri sembravano possedere!
La banale vita di una giovane ventenne.
Non questi sentimenti da novantenne che mi appesantivano l’esistenza.
Stanchezza di vivere, delusione, solitudine, inutilità di se stessi.
Aver vissuto per anni e anni per poi ritrovarsi a non avere niente.
Sola.
Vuota.
Ero troppo delusa.
Il sentimento peggiore rispetto a tutti gli altri.
L’odio. La gelosia. Di qualcosa mi riempivano il cuore.
La delusione mi svuotava.
Mi toglieva vitalità.
Ecco come mi sentivo: esclusa dai flussi della vita.