114-Javier

Proprio ieri una mia amica, servendosi di Facebook, mi ha posto un quesito:
“Ma tuo fratello in tutto questo!?”.

Tra le pagine scritte ormai molti anni fa raramente ci sono accenni alla sua persona.
Solo sporadiche battute in cui lo vedevo come mio antagonista.
Da bambina lo vedevo come spione, come un rivale contro il quale dovevo combattere per guadagnare le lodi dei miei genitori.
Col crescere, senza dirci nulla, compresa la sterilità delle nostre lotte, abbiamo semplicemente smesso di gareggiare tra di noi per chi fosse il più bravo.
Ci siamo ritrovati senza niente.
Estranei.
Egoisti.
In una situazione famigliare malata, non sano era il rapporto tra me e Javier.
L’orfanotrofio ci aveva resi attenti solo a noi stessi.
L’egocentrismo era la nostra prima caratteristica.
La vita familiare aveva accentuato esponenzialmente questi nostri aspetti.
Per me mio fratello era diventato trasparente.
Un fantasma.
Compariva ai miei occhi solo quando combatteva le sue battaglie personali coi nostri genitori.
In quei momenti diventavo spettatore passivo e ringraziavo il cielo di non trovarmi al suo posto.
Nessuna collaborazione tra di noi.
Nessuna confidenza.
Quando ero io a trovarmi dentro l’occhio del ciclone non mi aspettavo il suo intervento.
Rispondevamo esclusivamente al puro ed immediato istinto alla sopravvivenza.
Ognuno pensava esclusivamente a se stesso.
Mai mi ero fermata a pensare quanto lui potesse stare male, quali potessero essere i suoi problemi.
Mai mi ero chiesta chi stesse diventando mio fratello.
Eravamo lontani come mai lo eravamo stati.
Aveva un trattamento differente dal mio?
No.
Per entrambi valevano le stesse regole, le stesse richieste.
Per entrambi doveva esistere solo la scuola; il resto era irrilevante.
Non aveva avuto nulla che io non avessi avuto.
Non aveva avuto privilegi.
La differenza sostanziale era una soltanto: era come se l’unica luce del palcoscenico che era la nostra vita famigliare si fissasse preferibilmente sulla mia figura.
Alle volte toccava al lui; con meno frequenza e per tempi minori.
Solo quando io sono andata via di casa quella odiosa luce si è dovuta concentrare su di lui.
Allora anche per lui è iniziato il calvario.
Era stato come se il fine ultimo dei miei genitori fosse stato quello di allontanarci da loro.
Di farci uscire di casa il prima possibile.
Prima si sono concentrati su di me.
Hanno deciso di combattere una guerra alla volta.
Il primo nemico da cui liberarsi sono stata io.
Ottenuto il loro risultato è toccato a mio fratello.
A quel punto è diventato lui il peso al piede da allontanare.
Io e mio fratello siamo stati male a causa dei nostri genitori adottivi in tempi differenti.
Prima io e poi lui.
Come lui non c’era stato per me, io non ci sono stata per lui.
Ha combattuto e resistito da solo.
Come me.

Ringrazio chi mi ha posto la domanda.
Spero la risposta sia esauriente.

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