“Tu non sei mia madre”.
L’ho detto.
Si.
L’ho detto.
Perché costretta.
Perché era la semplice verità.
Non era certo una novità: l’aveva detto lei per prima!
Mi stavo fissando con le stupidaggini: non era una questione di chi lo avesse ammesso per prima: i miei me lo facevano capire di continuo che non mi considerano più loro figlia. Lei di continuo, lui non reagiva alla situazione; il suo silenzio e la sua passività dovevano essere necessariamente disinteresse.
Io non ero più loro figlia, di conseguenza loro non erano più i miei genitori.
Era semplice logica.
Allora perché questa frase detta da me era parso loro un sacrilegio?
Loro si permettevano di farsi uscire dalla bocca qualunque volgarità o frase, eppure, quando mi sfogavo io verbalmente cascava il cielo!
Perché?
Perché pesare solo le mie parole?
Pronunciata questa frase, nel viso di lei avevo letto dolore.
Perché?
Come era stato possibile?
Questa sua reazione mi aveva scombussolata ma non mi sono permessa di farlo notare. Il mio piccolo turbamento l’ho nascosto dentro di me.
Non ho provato pietà.
Nessun sentimento di empatia positiva.
Il pensiero di quanto avevo sofferto mi aveva resa in parte insensibile nei loro confronti.
Lei non aveva mai notato il mio dolore?
Come ha ignorato il mio, io ignoro il suo.
Quando non c’è amore vince la legge del taglione.
Per quanto tempo avevo continuato a credere che si potesse rimediare ai torti che che ci eravamo reciprocamente scambiati?
Pensavo che avremo potuto tornare indietro sui nostri passi.
Era stata una dolorosa illusione.
Nei loro confronti erano crollate tutte.
Tutte.
Non avrebbero dovuto prendermi.
A vivere in mezzo alla merda ci si abitua chiunque.
Essere tirati fuori dalla merda ed essere illusi era ancora peggio.
Usavo la loro stessa terminologia.
“Così che ci ringrazi per averci tirato fuori dalla merda?”.
Dalla merda non mi avevano salvata certo loro: era stato chi mi aveva allontanata da mio padre biologico a farlo.
Mi avevano salvata dalle brutture dell’orfanotrofio!?
Da quelle stesse brutture io avevo imparato a difendermi tanto bene che la mia vita dentro di esso era pacifica. allora mi mancavano terribilmente delle sane cure genitoriali.
Poi erano arrivati i miei “salvatori”. Tanto bravi da avermi ributtato nella loro di merda e come molti anni fa mi ritrovo affamata degli stessi bisogni.
Non ero disposta ad arrendermi: mi sarei sforzata di crearmi da sola dei legami sinceri.
Lontana da loro.
Quanto poco mi conoscevano!
Che tristezza!
La realtà mi si è ben mostrata.
Svelata davanti ai miei occhi, l’ho accettata.
Io stavo bene con me stessa.
La mia coscienza era pulita.
Avevo i miei demoni, le mie catene, i complessi su cui avrei dovuto lavorare.
Era ora di pensare a me stessa.
Solo una cosa mi aveva sconcertata: lei riteneva che Gianni fosse un nome fittizio.
Una mia invenzione perché dietro quel nome si nascondeva in realtà la figura di mio mio padre.
Avrei voluto vomitare.
Che si tenesse stretta la sua ameba: per lui provavo solo disgusto.
Mio padre nemmeno era un uomo.
Davvero triste dover ammettere queste cose del proprio padre.
Potesse questa pazza donna entrare nel mio cuore!…Vero; non sarebbe cambiato nulla: avrebbe visto esclusivamente ciò che le avrebbe fatto comodo, lo avrebbe mal interpretato e usato per i suoi comodi: vale a dire usarli contro di me.