Quanto tempo era passato.
L’inutile attesa di qualcosa di nuovo che non era arrivato.
Piccola ferita.
I miei esami. Altra ferita.
Più grande della prima.
Erano andati malissimo: uno schifo totale: voto complessivo tra scritti e orali 66.
Che pena!
Inutile nascondermi dietro la scusa che il classico era difficile e il suo 60 in realtà era un buon traguardo: stronzate!
Non ci stavo con la testa.
Non mi ero impegnata come avrei dovuto.
Farfalle.
Al posto dei neuroni avevo avuto farfalle nel cervello.
Ora era inutile stare a rodersi.
Era andata.
Inutile starci a piangere.
Era fatta.
Avanti così.
Mi rodeva solo il culo perché sapevo che avrei potuto fare molto di più.
Si.
Ero piena di problemi e intorno a me non facevano altro che impormene degli altri.
Sempre più pesanti.
Non si poteva immaginare quanto fossero gravosi.
Strano che a una persona come me riuscisse ancora ad avere sorrisi spontanei.
O semplicemente dei sorrisi.
Ero fatta così: vivevo per un altro sorriso. Per il sorriso successivo.
Per poter finalmente mettere da parte i miei problemi ed andare avanti.
Perché nonostante tutto io amavo la vita.
Perché ancora speravo in essa.
Dovevo trovare l’amore che non avevo mai trovato e provato.
Volevo realizzare una mia famiglia. vera. Autentica.
Diventare madre io stessa.
Volevo ancora tante e tante cose che mi attendevano per quanto l’oggi sembrasse così difficile da sopportare.
La mia salvezza era la speranza.
Il desiderio di realizzazione.
Mi sarebbe piaciuto avere una guida, non potevo negarlo.
Qualcuno che mi avesse sorretta nei momenti in cui non mi fossi sentita la terra sotto i piedi.
Le domande che mi frullavano in testa erano le stesse: perché era stato permesso che fossi arrivata a queste persone e mi fosse capitato tutto questo?
Perché mi era stata data una possibilità di riscatto con persone inadatte al ruolo di genitori?
Perché ero stata adottata se poi dovevo essere ritenuta una parassita?
Sapevo che l’adozione internazionale era famosa per due motivazioni: la difficoltà di ottenerla e il tempo necessario affinché avvenisse: giri per agenzie, colloqui con assistenti sociali e psicologi…Una serie di incontri numerosi che potevano durare anche dieci anni…In quanti avevano sbagliato con i miei genitori? Quanti potevano averli giudicati male?
Era difficile da credere.
C’era un’ulteriore spiegazione che si stava cementando nella mia testa: i miei genitori potevano essersi serviti di una scorciatoia; le giuste conoscenze, qualche regalino…Ed ecco il pacchetto consegnato.
Era una supposizione; che poteva restare solo tale: ero certa che se lo avessi chiesto ai miei loro non mi avrebbero detto la verità.
La verità, tuttavia, sarebbe saltata fuori; il tempo me ne avrebbe fatto dono.
Le carte della mia adozione esistevano. Sarei potuta risalire a ciò che era realmente accaduto.
Ero qui per un loro desiderio, per una loro scelta.
“Non potevamo sapere di aver preso un demonio”.
Se davvero lo fossi stata la mia situazione famigliare non mi sarebbe apparsa tanto brutta.
Non mi sarebbe minimamente importato di loro e avrei mangiato davvero sulle loro teste.
Perché si erano voluti fare un’immagine così sbagliata della persona che in realtà ero?
Ci sarebbe stato tanto altro di cui discutere ma non ne avevo voglia!
Sentivo disperatamente il bisogno di qualcosa di bello nella mia vita!
Volevo l’amore!
Amare ed essere amata.
Volevo sentirmi protetta.
Qualcuno mi facesse innamorare!
Qualcuno che naturalmente mi avesse corrisposta, sennò era tutto un cazzo!
Che tristezza assurda: molti mi dicevano che davo una buonissima impressione perché ero una ragazza sempre sorridente; perché ero una persona vivace.
Come erano brutte quelle impressioni.
Nessuno riusciva a vedere al di là dei miei sorrisi e della mia gioia.
Erano le maschere della mia tristezza.
Mi sentivo completamente esclusa dalla vita.
Molto tempo fa mi sarei reputata una persona fortunata: impressione anche quella: tutto ciò che mi circondava era illusorio. Una facciata di bugie. Di ipocrisia. Di formalità.
Illusione e morte: ecco cosa mi circondava.
Ogni amore nasceva per morire.
Semmai fosse riuscito a nascere.
Mi sentivo intrappolata dentro una cantina di cemento armato fredda e buia. L’unica consolazione era l’esistenza della luce. Sapevo che esistesse.
In mezzo a quel buio totale i miei occhi cercavano freneticamente.
In attesa di quel calore e della luce tanto amata.
una voglia che mi teneva viva, che mi dava forza ma che talmente mi mancava che mi sembrava di iniziare ad odiare i miei desideri per la troppa fame che avevo di essi.