Un bel regalo di Pasqua: erano venuti a trovarci i miei cugini preferiti. Una coppia che ho amato dal primo istante in cui li ho conosciuti.
I miei col petto gonfio, fieri della loro nuova villetta, erano impegnati a mostrar loro la nostra nuova casa.
Mia cugina ha fatto finta di non sapere nulla dei conflitti intestini nella mia famiglia.
In realtà ha fatto finta di non vedere molte cose, fingeva di essere cieca ma segnava a fuoco dentro di lei ciò che vedevano i suoi occhi.
Io in virtù dell’affetto che ci univa e ci unisce mi sono seduta di nuovo a tavola insieme a tutta la famiglia.
Mi sono comportata come se fossi stata un ospite accettato a forza: sono rimasta al mio posto in silenzio.
Ignorata completamente dalla mia famiglia.
I miei cugini mi guardavano di continuo. Per loro non ero affatto trasparente. Hanno notato che nessuno della mia famiglia mi rivolgeva parola.
Era come se non fossi seduta affatto su quella sedia.
I miei cugini mi hanno rivolto qualche domanda.
Un messaggio subliminale per dirmi che mi vedevano e che per loro ero importante.
Quando aprivo bocca mia madre diventava tesa, sbatteva i piatti e posate.
Quasi si aspettasse che combinassi qualche terribile guaio con le sole frasi.
Se era costretta a rivolgermi la parola; mi parlava con una freddezza che metteva i brividi.
Davo poca importanza alla cosa: volevo riempirmi gli occhi dell’immagine dei miei cugini, delle loro attenzioni.
Giunto il momento di andare, nel pormi un bacio, mia cugina mi ha sussurato velocemente:
“Sono entrata qua dentro solo per te. Tieniti il cellulare a portata di mano. Domani passeremo il pomeriggio insieme: ti verremo a prendere di nascosto”.
Hanno mantenuto la promessa.
Ho passato del meraviglioso tempo in loro compagnia.
“Non metterò più piede in quella casa: è stata una cena terribile ieri sera. Vedere come ti trattano là dentro non è stato affatto bello. Sappi che ci sono stati momenti in cui sarei scappata a gambe levate”.
Pazzesco.
Tutti che dicono lo stessa cosa: tutti che non vedevano l’ora di allontanarsi da casa nostra.
Sapere che qualcuno sarebbe intervenuto in mia difesa, anche solo intenzionalmente, è stato davvero confortante.
“Mi ha trattenuto la mano di mio marito. Ieri sera ho visto la conferma di ciò che per molto tempo era stato solo un dubbio. Mi sono sempre accorta una una sorta di elettricità eccessiva tra te e tua madre. Sin dall’inizio. A mio parere per lei è sempre stato difficile accettarti”.
Lo avevo già capito da sola.
Razionalmente, o irrazionalmente, per lei io non ero mai stata una figlia.
Per questo ho smesso di ridere pensando al passato: era tutto una mia illusione. Era una realtà che io volevo vedere ma che non era vera, o almeno, sincera.
In realtà avevo perso la mia unica e vera madre quando avevo, forze, due o tre anni. Solo per lei non provavo rimorsi perché non ricordavo di averla mai amata. I rimorsi oggi, però, sono numerosi.
Perché anche se non ero stata amata sinceramente dalla mia madre adottiva io l’avevo amata intensamente.
Avevo sbagliato a dimostrarlo, a tenere per me il mio legame con lei…La verità era che sarebbe stato impossibile dimostrare il mio amore per lei perché farlo avrebbe significato diventare esclusivamente ciò che lei desiderava che io fossi. Avrei dovuto esaudire ogni sua pretesa, fare esattamente ciò che mi diceva lei e farlo nel modo che diceva lei.
Amare mia madre avrebbe significato azzerare ciò che ero per soddisfare lei.
Io ho amato la causa del mio male.
Le risate, i bei momenti, i baci, gli abbracci…Tutto fasullo.
Inutile rimpiangere qualcosa che non c’era mai stato.
Bugie. Solo Bugie.
Atti compiuti senza un vero sentimento.
Se mia madre e il suo passato erano estranei per me, qualcosa mi è arrivato attraverso chi l’ha conosciuta negli anni.
Verità prese da persone varie che mi hanno permesso di capire meglio la donna che mi aveva scelta.
Nella sua testa quello che in realtà aveva fatto Barbara molti anni prima era ciò che stava facendo oggi Clara.
Lei si era ripulita la coscienza e si era ricostruita un’immagine perfetta di figlia che non era mai stata.
Tutte le sue malefatte le aveva imputate a te: “tu sei la figlia cattiva”.
Con quale coraggio si permetteva di fare tutto questo?
Perché dovevo essere il suo totem?
Con quale diritto aveva fatto di me il suo capro espiatorio?
Come si era permessa di farmi quelle terribili accuse?
Non accusavo o giudicavo il suo passato: aveva vissuto. Aveva fatto le sue scelte; che mettesse le carte in tavola: ammettesse la verità.
Non mi interessava che lei fosse inconsapevole di averlo fatto.
A soffrirci due volte ero io.
Ho sofferto abbastanza.
Forse troppo.
Non volevo più sentirmi così male come mi era capitato nei mesi precedenti.
Non potevo soffrire per qualcosa che non era mai stato.
E così la questione poteva dirsi conclusa.
I miei genitori adottivi sono stati un misero fallimento.
Io come figlia sono stata un fallimento perché non avevo saputo aiutarli ed aiutarmi.
Un’illusione che mi aveva quasi distrutta.
L’attaccamento a loro era così forte che ancora non riuscivo a chiamarli per nome.
Sono solo questo…eppure se solo pensavo a loro la parola che ancora li definiva era “mamma” e “papà”. I miei genitori.
Che tristezza.
Che brutti scherzi avevo subito dalla vita.
Avevo preso la mia decisione: finito l’anno scolastico avrei iniziato a lavorare.
Per la mia sanità mentale.
Dovevo allontanarmi da questa gabbia.
L’avrei fatto con determinazione.
Per me stessa.
Per portare avanti la mia vita.
Per essere libera di respirare.
Per poter essere libera di chiacchierare o frequentare la mia migliore amica. Per non sentirmi spiata.
Controllata.
Per poter aprire una lettera indirizzata a me senza che fosse stata già aperta. Per poter avere le chiavi di casa e poter entrare quando ne avessi la necessità.
Non chiedevo più nulla in casa.
Ogni richiesta si sarebbe trasformata in un ricatto.
Meglio non avere nessuna forma di desiderio qua dentro.
Mi mancava come l’ossigeno solo una cosa: il rispetto.
Quello si che mi avrebbe fatto piacere.
Dentro casa mia era troppo tardi per poter parlare di rispetto.
Cosa si fa con uno straccio vecchio, consumato dall’usura?
Si sceglie di buttarlo e se ne compra uno nuovo.
Così avrei io.
Mi sarei buttata alle spalle il passato e mi sarei buttata ottimista e paziente sul futuro.
Non gli avrei permesso di rovinarmi ulteriormente.