Auguri!
Era passato un anno da quando avevo iniziato a scrivere con una certa frequenza. Che strano: non era cambiato assolutamente nulla: la situazione di un anno fa trovava riscontro ancora oggi.
A scuola uno schifo.
A casa anche peggio.
Ancora qualche rimasuglio della mia fissazione per Gianni.
Sentimenti che erano quanto mai duri da soffocare nonostante fosse passato tanto tempo.
Una differenza sostanziale, tuttavia c’era: stavo meglio.
Un pochino meglio.
Avevo smesso di soffrire per colpe non commesse.
Non avevo sensi di colpa: sapevo di essere nel giusto.
Non ero sbagliata, cattiva, difficile, diabolica come lo pretendevano che io mi vedessi.
Ero una comunissima ragazza di vent’anni.
Aver fissato chiaramente questa verità nella mia testa mi aveva permesso di diventare più forte.
Soffrivo, ma meno di prima perché ora stavo razionalizzando il mio dolore.
Un’altra mia reazione mi aveva maggiormente spinta ad una mia reazione: non sopportavo di trovarmi sola con un’uomo della stessa generazione di mio padre; se sapevo che era sposato nella mia mente scattava un meccanismo per cui mi convincevo che la moglie stesse pensando male di me.
Sentivo un formicolio irritabile per tutto il corpo che si sarebbe calmato solo quando mi fossi allontanata da persone incontrate anche per caso.
Impossibile andare avanti così.
Dovevo liberarmi da queste sensazioni.
Non sarebbe stato giusto ne tanto meno ragionevole farmi condizionare da bugie e fantasie campate in aria.
Dovevo lavorare su me stessa.
Reagire.
Far sfogare la rabbia piuttosto che subire.
Una cosa mi dava fastidio più di tutto: la loro ipocrisia.
Il loro far finta con il mondo intero che la nostra fosse una famiglia perfetta. Non lo eravamo, perciò io non mi sforzavo di coprire i nostri difetti.
Anche se in casa erano presenti degli ospiti io continuavo a non sedermi a tavola.
Non intervenivo nei loro discorsi.
Restavo nella mia camera e persino durante il saluto finale me ne stavo in un angolo.
Non rivolgevo nemmeno più la parola ai miei genitori.
Semplicemente pensavo fosse giusto così dato ciò che pensavano di me.
Non ero loro figlia.
Mi hanno attribuito atteggiamenti che non si addicono a questa figura.
Io non mi riconoscevo nell’immagine da loro dipinta.
Mi ero stufata di combatterci contro.
Per loro ero semplicemente un peso.
Si vedeva chiaramente.
Avevo digerito questa verità.
L’avevo accettata.
Ora ero figlia di me stessa.
Ero madre e padre di me.
Lo sono stata per tutta la mia seconda infanzia; per parte della bambina che sono stata.
Non ho avuto una famiglia quando davvero sarebbe stata necessario.
In seguito ho potuto avere solo l’illusione di averla ottenuta.
Ho vissuto per anni in una bolla di sapone.
Il suo scoppio mi aveva lasciata tramortita.
Io ci avevo creduto così tanto che avevo dato il loro amore per scontato.
Lo scontro con la realtà era stato cruento.
Ritorno ad essere orfana.
La differenza era nella mia età: ero una donna.
Stavo ricucendo da sola le mie ferite.
Se soffrivo e ho sofferto da morire era perché li ho amati nel più profondo di me stessa. Al di la delle incomprensioni, dell’eccessiva severità, delle difficoltà.
Avevo la consapevolezza che dovevo badare da sola a me stessa.
Ogni mia scelta doveva essere fatta con la prospettiva che avrei dovuto affrontare le sue conseguenze da sola.
Non avevo paura.
Avevo la responsabilità e la maturità necessarie.
Solo una cosa mi faceva davvero rabbia: il dipendere economicamente e materialmente da loro.
Se solo avessi avuto la possibilità già mi sarei allontanata da questo inferno. E incede eccomi qui, a pensare a quale sarebbe potuta essere la soluzione giusta per poter andarmene al più presto da questo posto e sostenermi sulle mie gambe. Che vita la mia!
Che risate amare!
Non sapevo da dove iniziare.
Che qualcuno mi illuminasse!
Ero forte, eh?
Cominciavo a chiedere aiuto prima di aver iniziato solo a pensare di andarmene…Non mi restava che tirare un sospiro…La soluzione più immediata era quella di cercare un lavoro non appena finito il liceo.
Avrei messo da parte i soldi e raggiunta una buona cifra avrei preparato le valigie e avrei preso il volo.
Una scelta quasi dovuta; tuttavia c’era un ma: mi frenava il desiderio di fare l’università.
Avessi frequentato una scuola professionale sarebbe stato diverso: che ci avrei fatto con il liceo classico?
Molto poco.
Tre anni di università mi avrebbero dato molte più alternative.
Più alternative ma tre lunghi anni di dure prove tra le mura di casa…Che schifezza di vita la mia!