Tutto risultava essere cambiato radicalmente.
Prima sezione di esami alle stelle.
Voti brillanti.
Lodi dai docenti stessi.
L’inizio della mia esperienza universitaria era stato grandioso.
Lo ammetto: avevo studiato come non facevo da anni, vale a dire con determinazione, concentrazione e voglia di buoni risultati.
Ero orgogliosa di me stessa.
Talmente felice che mi sembrava tutto fosse diventato meno pesante.
Più facile da affrontare.
Gli studi procedevano bene e poi avevo con me la mia Valentina.
Una piccola oasi di pace che mi ha fatto bene al cuore.
Del tutto inaspettatamente cambiò qualcosa anche in casa.
Sorrisi e attenzioni che non vedevo da anni.
Potevamo apparire come una normale famiglia felice.
I miei genitori sembravano fieri di me.
Mi faceva piacere ma non davo troppo peso alla cosa.
Mi godevo la quiete, sapendo bene, che tutto si reggeva su equilibri precari e illusori.
Non confidavo in questa relativa tranquillità.
I sorrisi, il parlare assertivo, l’armonia in casa erano anni e anni che mancavano.
Come poteva sorprendermi tutto ciò che sarebbe dovuto essere normale in qualunque nucleo famigliare?
Era bella quella pace, quella tranquillità.
Godevo di esse prendendo con le pinze questo nuovo clima famigliare, ben sapendo che sarebbe finito.
Questa relativa quiete si reggeva su un filo, troppo sottile per essere destinato a durare a lungo.
Pazienza.
Vivevo questi momenti senza contarci troppo.
Benché ci parlassimo non contavo di tornare a sedermi a tavola con loro.
Mi accontentavo di quella pace stagionale.
Mi ha sorpresa mia madre.
“Andiamo: ti insegno a guidare”.
Sono caduta dalle nuvole.
Quanto sapevano essere contraddittori i miei genitori.
Non potevo dire che non gli importasse proprio nulla di me: qualcosina provavano per me se ritenevano importante che io imparassi a portare la macchina…O no?…Davvero mi disorientavano.
Con riluttanza l’ho seguita verso l’automobile. Mio fratello già faceva le guide insieme a mio padre…Io mi sentivo del tutto impreparata ad affrontare quest’esperienza. ho pensato che la scusa del non avere il foglio rosa mi avrebbe salvata.
“Facciamo solo un giro qui intorno a casa.
Il passaggio di macchine intorno alle villette dove era situata anche la nostra era molto scarso, senza entusiasmo mi sono seduta alla guida.
Breve spiegazione e poi via in modalità tartaruga.
Se la Peugeot procedeva lentissima lo stesso non si poteva dire del mio sudore: un lago dietro la schiena, sulle mani. Ero spaventosissima. La presenza di mia madre al mio fianco non sapeva essermi di conforto.
Alla terza curva le mie mani sul volante sono state più lente del procedere dell’auto.
La fiancata destra della macchina si è fatta tutto il muro divisorio della proprietà sfortunata. Il rumore del passaggio della carrozzeria sul mattone è stato da far drizzare i peli di tutto il corpo. Mia madre non ha saputo reagire al mio errore: si è aggrappata alle maniglie della sua portiera senza correggermi o tirare il freno a mano.
Stoppata la macchina io ho aperto la mia di portiera e sono scappata a casa in camera mia.
Mai più avrei provato a guidare. Non era cosa per me.
A ricevere più rimproveri da mio padre è stata lei. L’errore più grande lo aveva commesso lei in quanto improbabile istruttrice. Mi sono sentita terribilmente in colpa.
Il giorno seguente mia madre mi ha stupita ancora.
“Vieni con me: devi riprovare subito a portare la macchina; devi affrontare subito la tua paura o non imparerai mai più”.
La consapevolezza della veridicità delle sue parole ha vinto.
Con le mani tremolanti e i piedi che mi sembravano essere diventati di piombo l’ho ascoltata e ho ripetuto il tragitto del giorno prima. Senza grossi errori: la macchina non ha subito altre modifiche violente.
Mia madre aveva pensato a me. Alla mia difficoltà, alla mia paura.
Sono andata al letto con una tormenta chiamata confusione.
Il sonno tardava a venire.
Ero incredula.
Che stesse davvero cambiando qualcosa!?
Mese: marzo 2016
122-l’antitesi perfetta
Il mio nome era diventato l’antitesi perfetta della mia personalità.
Un sorriso freddo e sarcastico mi tirava le guance.
Mi sentivo dannata.
Qualcuno mi aveva forse maledetta?
Quali terribili illusioni mi erano state presentate!
Incubi che diventavano realtà e sogni che diventano incubi.
Per quanti anni avevo sognato una famiglia?
Con quale intensità l’avevo aspettata?
Talmente tanto da non crederci più.
Quando avevo perso le speranze erano arrivati.
Quanto avevo imparato ad amarli?
Impossibile da quantificare.
Avrei voluto mai averla avuta.
Una strada troppo ripida, disastrata e viscida mi aveva sbattuto a terra e mi aveva rotto le gambe nella caduta.
Non riuscivo a rialzarmi.
Aspettavo che le mie ossa, rimarginate male e troppo dannatamente lentamente, mi permettessero di alzarmi di nuovo.
Per ora era svanita persino la volontà di reagire.
Ero rimasta a terra.
Sporca di fango.
Né io né loro siamo stati capaci di sfruttare l’occasione che ci è stata offerta.
Ci era stata offerta la possibilità della felicità. Di una vita piena. Bella.
Io mi vergognavo del mio fallimento.
La colpa dei miei genitori, tuttavia, era maggiore.
Io ero “la bambina che è stata adottata”; quella che ci aveva creduto.
Loro erano “i genitori che hanno adottato”; quelli ad aver compiuto la scelta.
I miei errori rispetto ai loro erano ridimensionati.
Loro erano stati il mio sogno realizzato.
Un sogno che non ho saputo fare mio.
Il pacco regalo stretto tra le mani ma mai aperto.
Non ne sono stata capace.
Sono diventata consapevole di esso quando era troppo tardi.
Avevo il timore che sin dal principio fosse stato troppo tardi.
incapace di aprire un pacco che non aveva mai desiderato essere aperto.
Io ero stata il desiderio, la volontà, la scelta ottenuta.
Spesso cadevo nell’errore di domandarmi se pensassero mai al loro fallimento come genitori. Poi tornavo in me stessa.
Quella sbagliata ero io.
Io ero la figlia difficile.
Loro le povere vittime sfortunate.
Per loro non esisteva l’autocritica, l’errore.
Si vedevano semplicemente nel giusto.
L’essere legalmente dei genitori determinava il fatto che le loro decisioni fossero quelle giuste. Anche se dure, le loro scelte erano fatte per il mio bene.
Non capivo proprio in quale bolla distorta si trovasse la loro logica.
Mi sembrava che l’unica a soffrire dentro le mura domestiche fossi io.
121-test e incontri casuali
Avevo fatto il test.
Il mio tentativo di entrare all’università per uscirne fisioterapista.
Non mi illudevo: non sarei passata.
Le scene che avevo visto mi avevano lasciato allibita.
Una persona su tre si era portata dietro un suggeritore; non uno qualsiasi: un titolato pronto a suggerire o passare la giusta risposta.
Ho visto medici compilare i foglio dei loro protetti.
Era sensazionale sapere di vivere in uno stato nel quale la meritocrazia era un valore portante della repubblica italica.
Viva l’Italia!
Ma come potevo aver speranza di farcela!?
Trenta posti.
Migliaia di persone in gara per poter ottenere la possibilità di entrata.
Tra bari, pochi meritevoli io avevo troppe carenze per riuscire. Sapevo di aver fatto bene, tuttavia le mie carenze fisico-matematiche avrebbero abbassato di molto il mio punteggio.
Nauseata, consapevole, triste, per il ritorno a casa ho scelto il tragitto più lungo.
Questa scelta mi ha fatta incontrare con una persona che non vedevo da molto tempo.
Mi sono trovata di fronte Fabio.
Casualmente.
La sorpresa è stata tanta.
Lui è parso davvero felice di vedermi.
Mi ha chiesto di poter passare un pomeriggio con me.
“No. Non mi sembra il caso”.
“Tranquilla. Ti porto al Colosseo. Poi un bel gelato. Sei la metà rispetto a quando ti ho conosciuta. Sei bella, però sei diventata troppo magra. Io e te in mezzo alla gente. Giuro di non provaci. Tu, però, non dirmi di no, te lo chiedo come regalo di compleanno”.
Ho acconsentito, pur sapendo che sarebbe stato meglio non farlo.
Gli ho promesso il pomeriggio del giorno dopo.
Le sue parole mi hanno fatto riflettere a proposito del mio corpo.
Sapevo bene di non mangiare bene.
Non erano rari i giorni in cui mi capitava di non mangiare affatto.
Il risultato era che mi stava larga la taglia 38.
Avevo difficoltà a trovare pantaloni che mi stessero bene.
La 36 sembrava introvabile.
Mi rifiutavo di andare nei negozi per bambini.
Non avevo dato alcun peso alla cosa.
Stringevo al massimo le cinte sui pantaloni e via.
Mi vedevo magra come non lo ero mai stata ma non notavo che mi si iniziavano a notare le costole e che la mia mancetta era ai minimi termini.
Semplicemente non avevo alcuna voglia di mangiare.
Mi sembrava di stare bene.
Non mi fermavo ad esaminare i cambiamenti del mio corpo.
Arrivato il giorno della nostra uscita, Fabio si è comportato da vero gentil uomo.
Il Colosseo al pomeriggio era bellissimo.
Veder calare il sole tra i suoi archi è stato meraviglioso.
Abbiamo chiacchierato per ore e ore.
“Sei stata la persona più importante tra le quelle con cui sono stato. Mi hai fatto innamorare come nessuna è mai riuscita a fare. Ho sofferto, è vero, però mi hai fortificato. Mi hai insegnato a dire di no. A concedermi per piccole dosi e pensare prima a me stesso. Penso che non sarò mai in grado di dimenticarti”.
Sentirmi dire queste parole è stato come respirare aria pura.
Come mangiare un cibo squisito.
Per qualcuno ero stata importante.
Determinante.
Strano sentirlo dire.
Catartico.
Qualcuno mi aveva amata profondamente.
Avrei pianto se avessi potuto.
Il mio povero cuore finalmente ha potuto godere di qualche battito gioioso di soddisfazione.
Calore puro.
Ho respirato a pieni polmoni come se quelle parole fossero state aria.
“Ti ho lasciato perché non mi fido del mio corpo. Sono scappata perché ho delle brutte cicatrici sulle gambe che non volevo che tu vedessi. Non sono bella come tu immagini”,
“Avresti dovuto lasciar giudicare me”,
“Ancora oggi è un coraggio che non mi appartiene”,
“Non sei stata con nessuno dopo di me?”,
In quel momento mi sono accorta che mi stavo muovendo su sabbie mobili.
Gli piacevo ancora molto e io gli stavo offrendo degli appigli cui aggrapparsi. Non ero intenzionata a ferirlo di nuovo.
Non volevo che ritornasse a far parte della mia vita.
Non volevo rovinare quel bel pomeriggio.
Si.
Sarebbe stato bello lasciarmi andare e offrirgli la possibilità che anni prima gli avevo sottratto.
Solo non desideravo farlo.
Non provavo il trasporto che Gianni mi aveva fatto provare.
Mi sono vergognata di aver fatto dei paragoni.
Fabio non li meritava.
Poi avevo la mia costante dama di compagnia: la paura folle.
“Mi sono innamorata senza essere corrisposta. La mia vita è troppo complicata per chiunque”,
“Non ti sembra di essere un po’ troppo prevenuta? Ho la netta impressione che tu non offra possibiltà a nessuno. Ti sei fasciata la testa un po’ troppo. Lasciati andare”,
“Non voglio. Non me la sento”.
“Avresti dovuto parlarmene a suo tempo. Avresti dovuto aprirti e permettermi di aiutarti. Non ti avrei mai abbandonata. Ora mi chiedo se tu avessi idea di quanto fossi innamorato di te”.
Per il bene di entrambi ho capito che era ora di tornare alla mia prigione domestica.
I sottili movimenti che compiva per avvicinarsi non mi erano del tutto indifferenti.
Mi sono stupita di me stessa quando ho capito che volevo che lo facesse.
Volevo che mi baciasse con la stessa intensità degli anni passati.
Mi sono piovuti addosso i ricordi.
Ho provato a resistere.
Lui deve aver percepito la mia battaglia interiore.
Ha iniziato a fare il misterioso.
Ha funzionato perché sentivo che stavo per cedere.
Era diventato un uomo.
Aveva acquisito una fiera sicurezza, una coscienza del suo fascino che prima non aveva.
“Ok. Ora di andare…Mi ha fatto piacere stare in tua compagnia, però è meglio finirla qui. Non voglio illuderti e non voglio nuovi problemi a torturarmi la coscienza. Sono stata benissimo oggi pomeriggio…Avevo bisogno di sentirmi bene…Torno da sola alla metro. Graz…”.
Già.
Non sono riuscita a finire la frase.
Lui mi si era incollato addosso.
Il tocco delle sue labbra mi ha mandato in tilt il cervello.
Inutile dire che abbiamo passato il resto del tempo l’uno attaccato all’altro. Solo l’avviso che di lì a poco avrebbero chiuso mi ha riportato alla realtà.
Il senso di colpa ha iniziato a bussare alla mia porta.
L’ho scacciato.
Lo aveva voluto lui.
Fabio avrebbe dovuto sintetizzare le coseguenze delle sue azioni.
La magia era sparita del tutto quando abbiamo varcato l’uscita dell’anfiteatro flavio.
In quel momento ho desiderato solo allontanarmi da lui.
“Fabio, vado da sola a Termini. Grazie di tutto”,
“Mi posso accontentare di questo come ultimo ricordo di te. Molto meglio di una telefonata. Averti rubato qualche bacio è stato il regalo più grande per quest’anno. Ho capito che sei decisa a non lasciar entrare nessuno nella tua vita. Sia come vuoi. Non voglio essere pressante ma se mai ci ripenserai il mio numero lo conosci: sai dove trovarmi…Clara, tu non puoi non piacermi, qualunque cosa abbia sulle gambe!”,
“Addio Fabio”,
“Perché non mi credi?”,
“Tu conosci bene la ragione per cui io ho imparato a non fidarmi di nessuno. Ho pagato un prezzo troppo alto per offrire a chiunque la possibilità di ferirmi ancora. Ti dico la verità: ho paura di innamorarmi. Ho il terrore di amare di amare, di aggrapparmi a questo sentimento e di essere di nuovo abbandonata… Per questo mi faccio conquistare dagli esseri più stronzi che trovo: proprio perché non baderanno troppo a me e ai miei sentimenti”.
Era così.
Non cercavo una persona.
Cercavo le sensazioni che derivano dall’innamoramento.
Volevo perdermi in quel meraviglioso turbine di sentimenti.
Se la persona scelta non cedeva, io mi accontentavo felicemente triste degli assaggi che mi erano offerti.
Se ci fossero stati cedimenti io scappavo terrorizzata alla prospettiva di ciò che mi sarebbe potuto succedere.
Non avevo fiducia in nessuno.
Non ero risposta a rischiare.
Meglio continuare a fuggire.
E magari fosse stato possibile fuggire di casa.
Mi mancava l’ossigeno dentro quelle mura.
Più passava il tempo più mi rendevo conto che questa donna non aveva mai voluto un’altra figlia.
Non ne aveva mai avuto bisogno.
Mi faceva rabbia che la sua pazzia avesse il potere di ferirmi ancora.
Non mi sentivo Cenerentola.
Mi sentivo non rispettata.
Violata.
Aveva iniziato a trattarmi con una freddezza che metteva la pelle d’oca.
Avevo la sensazione che mi odiasse.
Dai suoi occhi mi sembrava di leggere questa sua dichiarazione.
Le sue parole, poi, non lasciano addito a dubbi.
“Tu non sei altro che una che qui pulisce: così ti guadagni il pane che mangi”.
Un pensiero giusto, se fossi stata una domestica e lei la mia datrice di lavoro e non la donna che undici anni fa mi aveva adottata.
Ancora mi chiedevo cosa mai fosse
scattato nel suo cervello…A volte mi sembrava di non provare più nulla per lei.
Bugia.
Se fosse stato vero non avrei sofferto delle sue parole.
Ancora la amavo: per questo aveva ancora questo potere.
E non solo: ora ho una nuova preoccupazione: mio fratello.
Lui non sembrava avere i miei stessi problemi.
Certo aveva attraversato brutti momenti anche lui.
Le sue problematiche erano derivate dalla sua interiorità per poi mettere in dubbio la sua realtà esterna.
L’opposto rispetto a me: io mi ero trovata di fronte all’improvviso crollo di una realtà esterna data per scontata.
Un terremoto che aveva minato le basi della mia integrità psichica.
Cosa aveva in serbo per lui il vivere dentro questa aria viziata?
Cosa gli avrebbe procurato il vivere tra queste odiose mura?
Speravo fosse più fortunato di me.
Per ora lo lasciavano in pace perché aveva sempre fatto tutto ciò che loro si erano aspettati e preteso da lui.
Un figlio meno problematico rispetto a me.
Si erano mai chiesti, però, cosa sentisse dentro al cuore quel figlio più retto? Come con me, anche con Javier, regnava la totale indifferenza.
Già.
L’unica cosa importante era lo studio.
Di fatto mio fratello era mistero anche per me.
Non si era mai confidato.
Non mi cercava.
Come me si chiudeva nella sua camera.
A fare cosa non sapevo.
In teoria a studiare.
I suoi voti non brillanti rispetto al tempo che passava davanti ai libri era la chiara dimostrazione che anche lui lottava contro i suoi fantasmi.
Io non li conoscevo.
Lui non parlava con me.
Io, infatti, lo chiamavo “Riccio”, per la sua totale chiusura nei miei riguardi; per i suoi capelli morbidi, sacrificati a causa della psoriasi (altro sintomo di un malessere del tutto ignorato) che gli si era diffusa sul corpo e un po’ perché si è chiuso dentro se stesso, escludendo tutti, anche me.
Non mi riteneva degna delle sue confidenze?
Temevo che si fosse lasciato condizionare dai giudizi dei miei genitori e non mi ritenesse una persona con le rotelle a posto.
In realtà non sapevo affatto cosa mio fratello pensasse di me.
Di certo non mi riteneva degna delle sue confidenze.
120-la strana ero io
Non avevo bisogno del loro “supporto” per essere consapevole che ho poche possibilità di passare il test per diventare fisioterapista.
Poche sedie per troppi sederi.
Un numero piccolo di possibilità per tanti.
Il mio impegno era giustificato dal fatto che questa sarebbe potuta essere la strada più corta e giusta per allontanarmi da una casa che odio.
Uno stimolo piuttosto forte, tutto sommato; eppure per loro io perdo soltanto tempo.
A loro parere mi applicavo sempre troppo poco.
Possibile che non capissero che dovevano lasciarmi in pace?
No.
Sarebbe stato troppo di aiuto.
Continuavano a caricarmi di una tensione che faticavo molto a sopportare.
Perché non vedevano che mi avevano caricata l’anima peggio di un somaro?
Lo stress che mi procuravano mi pesava addosso come massi che mi schiacciavano i polmoni.
Ma no.
La strana sono io.
Dovrei subire passiva e felice i loro commenti sarcastici e studiare a tutte le ore. Giorno e notte.
Dentro queste maledette mura non avrei mai trovato sensibilità e comprensione. Per loro non le meritavo.
Era da considerarsi una famiglia questa?
Mi sembrava di trovarmi di fronte ad un tribunale fatto di corrotti che ingiustamente mi giudicavano colpevole.
Era tra queste mura che provavo la rabbia più ribollente, che mi si inacidiva la bile, che provavo il dolore più profondo, la delusione più cocente.
Non vedevo l’ora di lasciare questo inferno.
Volevo poter scappare il prima possibile.
Avevo scelto la strada dell’università…Quanto sarebbe stata lunga e difficile questa strada?
Lunga e difficile per la loro coatta presenza nel mio quotidiano.
Era chiaro che a preoccuparmi non era lo studio; conoscevo bene le mie capacità e le mie debolezze.
Mi spaventavano a morte gli anni che avrei dovuto passare ancora in casa mia.
Mi atterriva ciò che avrei dovuto subire dalle loro lingue.
Che cazzo ci stavo a fare in questo posto di merda?
Mi sentivo scoraggiata.
Ci fosse solo l’ombra: dico l’ombra! Di una cosa bella per la quale combattere!
L’avevo già detto: per me stessa io non riuscivo a vivere.
Preferivo la morte.
Lei avrebbe dovuto prendermi del tutto quella maledetta notte in cui mi aveva bruciato solo per metà!
Mi aveva salvato la vita il mio vecchio padre.
Per poi buttarla nel cesso.
Già la mia vita non contava per nessuno.
La prendevano, si facevano amare, mi illudevano.
Poi mi cagavano e tiravano la catena.
Finora tutti si sono comportati così.
Ero così dannatamente insufficiente!
Avrei voluto morire!
Nessuno ne avrebbe sofferto perché nessuno mi aveva amata per davvero.
Perché soffrire per amore quando per lui non ero nulla?
L’amore non mi considerava.
Si concedeva un poco a tutti ma a me, implacabilmente, mi saltava.
L’amore, la famiglia, erano scoperte che avrei preferito mi fossero rimaste nascoste.
Che senso aveva avuto il mio nascere se mi era stato destinato questo non vivere?
Perché continuare a tentare, a sperare quando ci si scopre svuotati e senza alcuna prospettiva?
Se solo avessi avuto la follia e la disperazione necessaria mi sarei già tolta la vita.
Ho scoperto di essere incapace di farlo.
Nell’isolamento delle mura della mia stanza, scoperti polsi e smontata una lametta cercavo di avvicinare gli uni all’altra. Rimanevo tempi lunghissimi cercando di agire e darmi la pace eterna.
Non ci sono mai riuscita.
Non gli avrei dato questa soddisfazione.
Solo per questo non lo facevo: per non darla vinta a loro.
Ho semplicemente smesso di provarci.
Mi limitavo a chiudermi in camera con il disperato bisogno di isolarmi da tutta la sordità, la cecità, la pazzia e l’egoismo che mi circondava.
Cercavo la solitudine.
Mi dava più conforto di qualunque compagnia perché non nascondeva illusioni.
Prima la fuggivo.
Ora la cercavo con razionalità.
“Forse il segreto della vita era questo: nasciamo da un rituale con il quale si cerca di scacciare la solitudine.
Il sesso serve a non farci sentire soli, a garantirci un compagno o un figlio, per non essere lasciati alla solitudine.
Perché la vita è solitudine, è follia, è egoismo.
Ci siamo ridotti a essere automi.
Nasciamo per volere di altri, ci riempono di una cultura che ci rende schiavi. Dalla nostra stessa formazione veniamo catalogati.
Da ciò dipenderà la lunghezza delle nostre catene.
I potenti non sono liberi.
Hanno solo catene più lunghe delle nostre.
Come formiche operaie produciamo per il più della nostra vita.
Solo siamo dotati di coscienza.
Una qualità che ci fa soffrire di più perché ci rende consapevoli della nostra condizione.
Ci rifugiamo in relazioni sentimentali nella speranza che tonifichino la nostra sofferenza.
Il più delle volte ci tradiamo gli uni con gli altri.
Perché non possiamo fare a meno del dolore.
Mettiamo al mondo i figli, per amore, ci diciamo.
In realtà per egoismo.
Li concepiamo che già sono schiavi.
Quando scoprono che siamo vecchi, siamo costretti a metterci da parte.
Ci lasciano in pace solo quando siamo senza forze.
Solo allora ci chiediamo: ”.
E piangiamo.
In compagnia dei nostri rimorsi, perché anche allora, la solitudine non la vogliamo.
Poi arriva la morte, che pietosa, finalmente, ci da la libertà.
L’ho capito a vent’anni.
Questa è la mia visione della vita.
Bellissima prospettiva.
Quale felicità ci poteva essere in tutto questo?
Poca.
Destinata a passare troppo in fretta.
Ritenuta di secondaria importanza nella società che ci siamo imposti.
Soffocati da dolori quadrupicati.
Più importante è produrre e consumare.
I momenti di sincera verità?
Rari.
Si gioca persino con la nostra stessa vita.
Non può che essere così da quando la guerra è diventata business.
Tutto si svolge dentro binari preesistenti.
Perché i genitori credono di saperne più dei figli?
Perché loro su quei binari già ci sono passati.
Si credono saggi perché hanno affrontato ostacoli che ci attendono.
Perché hanno esperienza.
Un’esperienza che a grandi linee sarà uguale per tutti.
Viviamo in un mondo precostruito.
Dietro ogni bene si nascondono dieci sbagli.
L’uomo nella sua interiorità lo sa.
Urla.
Solo non se ne accorge.
Ecco depressione, stress, malattie psicosomatiche.
Nei casi disperati, suicidio.
I più commiserano i suicidi.
In realtà hanno invidia del loro coraggio.
L’uomo però si vanta di essere intelligente.
Di essere forte.
Non si accorge di essere consumato, sfruttato, diretto in ogni sua azione.
Se mentre nei paesi ricchi si muore per l’abbondanza delle nostre schiavitù: già moriamo perché stiamo troppo bene; nel sud del mondo, invece, si muore per la scarsità dei beni primari.
Questa è una delle tante assurdità della società contemporanea.
Vomiterei.
Chi mi può assicurare che questo non sia l’inferno?”
Mi chiudevo in mille ragionamenti più grandi di me per tentare di dare un velo di razionalità al mondo che mi circondava.
Confusa, confusamente vedevo il mondo e vedevo la società europea come il cancro del progresso.
Convinta che l’evoluzione delle tecnologie non corrispondesse all’evoluzione delle nostre menti.
Menti bigotte con un cellulare di ultima generazione.
119-Dimmi di si
Dopo l’ennesimo tristissimo litigio, che non mi andava certo di riportare, ero chiusa in camera.
Perché riportare sempre le stesse, solite offese?
Come ogni volta, piangevo con le mani a coprirmi la bocca.
Dovevo essere il più silenziosa possibile.
Ero intenzionata a non farmi sentir piangere.
Non volevo darle la soddisfazione di farle sentire quanto fosse ancora in grado di farmi male.
Avevo chiuso la porta a chiave.
Serrato le persiane della portafinestra della mia camera per non dover vederla passeggiare tranquilla sul balcone che circondava il piano.
Sentivo il bisogno di isolarmi da tutto.
Mi sembrava che il cuore mi stesse per scoppiare dal dolore.
Le lacrime non si distinguevano l’una dall’altra.
Proprio in quel momento mi ha chiamata Stefano.
Non sono riuscita nemmeno a parlare.
“Mi dispiace, non è il momento. Ti richiamo io”, ho detto, e indifferente al fatto di essere stata capita o no, ho attaccato il telefono.
Lui mi ha richiamata subito dopo.
“Ti vengo a prendere. Dammi il tempo di arrivare dal deposito a casa tua”.
Non mi ha dato il tempo di ribattere.
Meglio.
Uscire era la soluzione giusta in quel momento.
Gli sono stata grata di sapere che mi avrebbe portata via per un po’.
Giunto sotto casa ha suonato il clacson.
Sono scesa.
A nessuno è importato che uscissi.
Non mi è stata posta alcuna domanda.
Nessun: “Dove vai? Con chi stai uscendo?”.
In macchina ho continuato a piangere.
Stefano non sapeva che dirmi.
Inconsapevolmente mi ha portato al posto dove avevo baciato Gianni per la prima volta.
Non ho potuto sentirmi meglio.
Ho cercato di controllare la respirazione per riprendere un poco il controllo di me stessa.
Un abbraccio di Stefano mi ha fatto sentire meglio.
“Che dici se andiamo a mangiarci uno stuzzichino? Qualcosa di dolce?”,
“No. Preferisco stare in macchina da sola con te”.
Lo hanno incoraggiato le mie parole?
Lapidaria.
Inaspettata.
È arrivata la sua richiesta.
“Clara, sposami. Non sopporto di vederti così. Ti porto via con me. I soldi per poterlo fare ci sono. Dimmi solo di si e io lo faccio”.
Parole così belle potevano farmi star male?
Si.
Quanto avrei voluto poter dire di si.
Gridare di si.
Avrei anche potuto.
Solo non amavo Stefano.
Per salvarmi dai miei genitori e dall’aria viziata di casa mia avrei potuto dire di si?
Troppo egoistico per la mia morale.
Avrei potuto imparare ad amarlo con il tempo?
Si.
Nel medioevo.
Si sposa la persona di cui si è innamorati.
Un matrimonio non poteva partire da un’ipotesi.
Il condizionale non poteva esistere in amore.
Le fondamenta di un abitazione devono costruirsi con i giusti materiali e perfette procedure.
Se ciò non è assicurato una casa può cadere al primo disastro naturale.
Credevo troppo nel matrimonio per accettarlo spinta solo dalla mia disperazione. Avevo troppo rispetto per Stefano.
Mai avrei potuto sfruttarlo a quel modo.
Avevo troppo rispetto verso me stessa.
Gli ho accarezzato una guancia.
“Ti meriti molto meglio di me. Io sono troppo contorta, troppo complicata…E poi ci sono tante cose di me che tu non sai…Non ho voglia neanche di stare qui a parlartene. Preferisco che mi ricordi come pensi che io sia. Mi dispiace Stefano, non posso dirti di si”.
Fino a qualche ora prima ero convinta che lui si fosse accontentato della mia amicizia.
La sua proposta aveva rivelato il contrario.
Mi è dispiaciuto davvero tanto essere stata causa di delusione per lui.
La delusione che poteva derivare da mio no.
Di sicuro l’avevo ferito.
La mia gratitudine per il suo gesto e le sue parole non si potevano tradurre a parole.
L’affetto che provavo per lui non è potuto che aumentare.
Il ritorno a casa non è stato migliore del viaggio di andata.
L’aria in macchina era pesante.
Nessuno dei due parlava.
Non avevo idea idea di ciò che Stefano pensasse.
Io, però, ero certa di una cosa: non gli avrei più permesso di soffrire a causa mia.
Giunti a destinazione, sono scesa dalla macchina.
Sono andata dalla parte del guidatore.
Lui ha abbassato il finestrino.
“Grazie per tutto quello che hai fatto per me, non lo dimenticherò mai; addio Stefano”.
L’ho salutato con il bacio che gli avevo sempre negato.
Ha risposto delicatamente al mio tocco.
Ci siamo allontanati e guardati negli occhi.
Da essi abbiamo compreso che ciascuno dei due aveva rinunciato all’altro in maniera definitiva.
118-Paure
Non era la solitudine che mi spaventava.
Bugia.
Non era la solitudine a spaventarmi di più.
Era lo stare insieme ad un qualunque ragazzo a terrorizzarmi.
Chi mai avrebbe potuto amarmi dato il complesso nodo di problemi che ero?
Sarebbe stato meglio rimanere la ragazzina bruttina ed anonima che ero da bambina.
Sarebbe stato un altro tipo di sofferenza: avrei avuto il complesso del brutto anatroccolo.
Lo ritenevo meglio di quello che colpiva me.
Sapere di piacere.
Essere considerata una bella ragazza.
Sentirmi terribilmente brutta e deforme per le cicatrici sulle mie gambe.
Esageravo?
Non avevo davvero il coraggio di avere fiducia nel prossimo.
Davo l’illusione di essere bella.
In realtà non sentivo di esserlo affatto.
Ero fuggita da Fabio perché avevo ribbrezzo di me stessa.
Ho detto “Basta così” a Gianni non perché era quello che avevo desiderato ma perché mi ero costretta a farlo.
Il mio dire no senza alcuna spiegazione me lo ha fatto perdere.
E sono certa che lo svelare le mie motivazioni lo avrebbe fatto riavvicinare a me. Inutile pensarci ancora. Gianni aveva scelto un’altra.
Questo continuo sfiorare e scappare era una tortura.
Per me e per gli altri.
Non volevo nessuno per questo motivo.
Orribili.
Le mie gambe erano orribili.
Erano la più terribile delle prigioni.
Frenavano i miei sentimenti come la più terribile delle prigioni. Tentando di illudere me stessa, qualche volta, mi dicevo: “Prova, buttati. Lotta contro il tuo terrore e provaci!le vedi peggio di ciò che sono!”.
Illusa.
Bugiarda.
Ustioni di quarto grado su entrambe le cosce.
Cicatrici che partono da sopra le ginocchia e arrivano a pochi centimetri all’attaccatura delle gambe.
Davvero erano poca roba?
No.
Per questo mi ero sempre trovata a scappare.
Sentivo che non avrei mai avuto la forza di affrontare la questione delle mie cicatrici.
Nessuno la capiva perché con nessuno mi ero confidata.
Nessuno poteva capirlo se non ne avessi parlato.
Quanti falliti tentativi di lasciarmi andare.
Ero uscita con molti ragazzi.
Con pochissimi ero arrivata ad un bacio.
Vederli così presi da me mi terrorizzava.
La soluzione era solo una: dopo il primo appuntamento non farmi più trovare. Sparivo nel nulla e facevo in modo che il cellulare fosse irraggiungibile. Indipendentemente di quanto la persona mi piacesse.
Aspettavo la persona che mi avrebbe fatto perdere la testa?
Gianni lo aveva fatto e non era servito.
Amare non serviva a nulla con me.
Era il contrario: più amavo la persona più sentivo il bisogno di scappare.
Ecco spiegato il via vai di macchine che nel tempo mi erano venute a prendere sotto casa.
Tutti miseri tentativi di lasciarmi amare andati in fumo.
La mia sensibile famiglia mi aveva compresa profondamente.
Ero diventata Clara la puttana, quella che la dava a tutti, quella che ha la faccia come il culo. Niente frasi sottintese ma esattamente queste crudeli parole.
Pugnalate dentro ferite aperte.
Come sapeva essere ironica la mia vita!
Quanto era terribilmente falso tutto questo!
Il signor destino sembrava divertirsi molto alle mie spalle.
Le ferite che mi erano imposte erano continue.
A volte mi stupivo di non essere già impazzita.
Il mio autocontrollo era stata una sorpresa persino per me stessa.
Una volta dicevo di odiare l’estate.
Non mi ero espressa nella maniera giusta.
Odiavo e compativo solo me stessa.
Odiavo le mie gambe.
Senza le cicatrici sarebbe stato più facile avere una vita normale. Probabilmente Gianni sarebbe stato mio.
Ora riuscivo solo a guardarmi con ribrezzo.
Come sarebbe stata Clara con due gambe normali?
Sarebbe stata semplicemente normale: perciò bella.
Sicuramente si sarebbe lamentata di qualcos’altro.
Si.
Lo sapevo. Ma si sarebbe trattato comunque di normali complessi da giovane donna.
Meglio della realtà sarebbe stato certamente.
Di sicuro non sarei mia scoppiata a piangere per l’afflizione e lo sconforto di non poterci fare niente.
Una pancetta rotonda si risolveva con dieta e addominali.
Queste invece come le avrei potute eliminare?
Dovevo strapparmi via la pelle?
Pregare in u miracolo?
Rimaniamo sempre nell’ambito dell’impossibile.
Mettermi alla prova.
Vale a dire mettere alla prova gli altri…No!
Non ci riesco!
Meglio crepare zitella che vedere scappare una persona che mi fosse piaciuta per il ribrezzo procurato alla vista delle mie gambe!
Altro che pianti!
La disattenzione dei miei genitori naturali mi ha fatto perdere la normalità la sera in cui avevo rischiato di morire bruciata viva.
La disattenzione dei miei genitori adottivi non mi aiuterà mai a riavere la normalità.
Il loro comportamento aveva ulteriormente rinforzato la mia sfiducia negli altri.
In tutti gli altri.
Avevo imparato che il dolore più grande volentieri era procurato da chi amavi profondamente.
Perché avrei dovuto tentare allora?
Se i primi che avrebbero dovuto comprendermi, sostenermi, aiutarmi a combattere le mie paure erano stati coloro che avevano cementato il mio terrore e la mia sfiducia nel prossimo?
Era brutto vivere in questo limbo e vedere la vita scivolare via dalle mani sprecata.
Ero una pusillanime.
Preferivo la solitudine della mia grotta che dover affrontare la repulsione o il tradimento di chi sarei potuta innamorarmi.
117-fogli
Era così strano pensare a quale valore avesse assunto per me questo piccolo quaderno.
Più che un quaderno era una raccolta di fogli svolazzanti.
Il loro spessore aveva raggiunto un certo volume.
Un peso.
Un significato e un valore speciale.
Ogni foglio aveva perso la sua purezza per accogliere i miei sfoghi.
Riempito di parole che mi scorrevano dalle le mani come impazziti fiumi in piena.
Una sorta di elettrocardiogramma che dal cuore dettava obbligando l’inchiostro a quella frenetica tarantella.
Ero arrivata ad amare queste mie pagine.
Ecco i testimoni della mia passione.
I veri testimoni della mia via crucis.
I confidenti delle mie poche gioie e dei miei tanti dolori.
Questo mio scrivere era diventato salutare.
Mi sfogavo con la penna.
Attraverso questi fogli operavo una vera e propria catarsi della mia anima. Affidavo a loro il peso delle mie delusioni e me ne alleggerivo un poco.
Di fatto scrivere mi procura una sorta di sollievo immediato.
I benefici di questo mio confidente erano innumerevoli.
Mi avrebbero permesso di non dimenticare mai.
Mi avrebbero permesso di non ripetere errori imperdonabili.
Quando sarò madre a mia volta leggere le mie stesse parole mi aiuterà a ricordare la giovane Clara che ero e ciò che per me era significativo; e avrò così la possibilità di essere più vicina ai miei figli.
Un memento che mi aiuterà a capire i miei figli perché gli obblighi della vita a mio avviso ti fanno dimenticare ciò che sei stato.
Queste mie pagine mi aiuteranno a vedere di nuovo con gli occhi della giovane che ero ed parlare di nuovo in questa lingua da condividere con i miei ragazzi.
Una speranza che spero trovi conferma nella realtà.
Rileggere le mie stesse parole nel tempo, poi, mi aiutava a conoscermi più profondamente.
Una parola scritta di getto, una settimana dopo, era riletta, studiata e compresa sempre con più profondità.
Toccavo con mano la mia evoluzione.
Capire me stessa così bene mi aiutava a capire meglio gli altri.
Ancora li conservo.
Incapace di separarmene.
Li consegnerò alle mie bambine.
Un dono che permetterà di conoscere profondamente la loro mamma.
Loro non leggeranno un foglio stampato ma i fogli consumati, le parole scritte con la mia stessa mano.
Ancora scrivo.
A loro farò dono delle mie esperienze complete, perché questo blog sarà una finestra che presto, tra qualche milione di parole, sarà chiusa.
Chiusa perché non avrà più ragione di restare aperta.
In fondo questi sono capitoli chiusi della mia vita.
Capitoli che vogliono far riflettere, che vogliono creare discussione perché quello che è capitato a me non capiti ad altri.
Non giudicate, non criticate, rendete vostra la mia esperienza.
116-delusione
Dato l’esito più che negativo del mio tentativo di trovare lavoro, mi stavo buttando sull’idea che era preferibile andare all’università.
Le opzioni erano tre: diventare fisioterapista, infermiera pediatrica o nel caso in cui non avessi superato le prove di ammissione, scienze dell’educazione.
Tre erano le possibilità.
La loro scelta era più che giustificata: ottenuta la laurea il lavoro era assicurato e lo stipendio buono.
Avevo cercato un’occupazione per quasi un mese senza che qualcuno mi avesse ritenuto degna di una chiamata.
Ero demoralizzata.
A partire da agosto avrei iniziato a studiare per bene.
Applicandomi con attenzione e dedicandomi ai libri come non facevo da molti anni.
Le preoccupazioni erano solo due: matematica e fisica, montagne troppo alte per me.
Il resto non mi dava preoccupazioni rilevanti.
Un bel ripasso profondo.
Quotidiana lettura di qualche giornale e non mi sarebbe rimasto che sperare tanto in una bella botta di culo e in domande propizie alle mie conoscenze.
Cercavo di concentrarmi sulle prospettive, eppure mi sentivo delusa, piena di risentimento…Perchè far finta di niente?
Ero furibonda di non essere stata capace di trovare un lavoro, di non essere apparsa adatta a far un lavoro semplice come la commessa.
Lavorare avrebbe significato libertà di andare via di casa.
Allontanarmi da persone che desideravo fuori dalla mia vita.
Avevo fallito.
Fanculo tutto e tutti!
Mi sentivo ribollire dalla rabbia!
Come avrei voluto urlare tutto ciò che avevo dentro!
Poi a che sarebbe servito?
Qualunque forma di sfogo mi appariva sterile e stupida.
Sapevo solo di voler restare sola.
Lontano da tutto e tutti.
Ero stufa.
Ero stufa marcia.
Stanca di aspettarmi più attenzioni dagli altri.
Attenzioni?
No.
Rispetto.
Essere stata ignorata dal mondo del lavoro mi aveva fatta sentire meno importante di una acaro.
Non avevo niente di ciò di cui sentivo il bisogno.
Niente di ciò che avrei voluto.
Nessuno.
Non c’era una piccola cosa che potesse tirarmi su.
Nella mia vita, in questo momento, non c’era nulla che potessi ritenere bello. Niente che mi facesse sorridere senza procurarmi delle preoccupazioni.
Avrei voluto una risata libera da pretese: poter essere libera di non pensare che la persona con cui mi trovavo stava con me perché avesse un fine di qualunque genere.
Io cercavo i miei compagni di tempo nella speranza di poter trovare una momentanea oasi di pace nella quale rifugiarmi.
Mi accontentavo della loro semplice compagnia…Invece no, a quello interessavo e voleva conoscermi meglio, quella mi cercava solo perché ha litigato con la sua migliore amica, quell’altra vuole che l’accompagnassi a pedinare il suo ex…Mi sembrava che nessuno cercasse la compagnia dell’altro per il semplice e puro piacere di stare insieme.
Tranquillamente.
Senza aver fini.
Lasciando tutto il resto da parte.
Mi rendevo conto che forse gli altri non sentissero il mio stesso bisogno di allontanarsi per un pochino dalla realtà; sembrava volessero immergersi ancora maggiormente nelle questioni della loro vita.
Possibile io dovessi sempre piegarmi al volere degli altri e non veder soddisfatti i miei di bisogni?
Per questo sentivo il bisogno di stare sola.
Non che non li invidiassi…Ogni giorno mi domandavo il perché non potessi essere come qualunque altro giovane della mia età.
Come vorrei la normalità che tutti gli altri sembravano possedere!
La banale vita di una giovane ventenne.
Non questi sentimenti da novantenne che mi appesantivano l’esistenza.
Stanchezza di vivere, delusione, solitudine, inutilità di se stessi.
Aver vissuto per anni e anni per poi ritrovarsi a non avere niente.
Sola.
Vuota.
Ero troppo delusa.
Il sentimento peggiore rispetto a tutti gli altri.
L’odio. La gelosia. Di qualcosa mi riempivano il cuore.
La delusione mi svuotava.
Mi toglieva vitalità.
Ecco come mi sentivo: esclusa dai flussi della vita.
115-Fantasie e curriculum vitae
Eccomi qui.
Con un peso su cuore e un peso sull’anima.
Quanto tempo della mia vita mi sembrava volar via sprecato.
Quante cose mi sarebbe piaciuto fare!
Non nella mia prigione.
Mi erano state poste troppe sbarre.
In parte quelle che mi ero creata io stessa, poi quelle che mi avevano creato i miei genitori.
Perché ero capitata proprio qui quando sarei potuta capitare ovunque nel mondo. Qualunque posto sarebbe stato meglio di questo manicomio.
Lo dicevo perché mi sembrava che chiunque altro avesse la possibilità di godersi la vita molto meglio di me.
Perché allora non fantasticare un po’ per tirarsi su?
Sarei potuta andare a dei genitori statunitensi dalla mente aperta.
Un padre chirurgo plastico.
Mi avrebbe rimesso a posto le gambe.
Una madre avvocato.
Avrei preso da lei disinvoltura, arguzia e lingua tagliente.
La paghetta settimanale sarebbe stata non indifferente (non come ora: dieci euro il sabato pomeriggio da dividere con mio fratello).
Bel quadretto.
Era ora di tornare alla realtà.
Avevo fatto un giro in vari centri commerciali per lasciare un po’ di curriculum nei negozi.
Scesa dalla metro mi ero sentita piccola piccola con quei fogli in mano.
Li avevo compilati bene?
Cosa avrei dovuto dire nel consegnarli?
Perché a scuola non insegnavano cose utili come queste!?
Presentazione di se stessi e stesura del cv sarebbero dovute essere materie obbligatorie in tutte le scuole per legge.
Mi erano aumentati i battiti del cuore.
Cosa era giusto dire?
Come era giusto presentarsi?
Già i cartelli affissi sulle vetrine dei negozi mi avevano lasciata sconvolta. “Cercasi commessa max 22 anni con esperienza”,
“cercasi commessa esperta max 20 anni”.
Si erano impazziti tutti?
Come può una persona uscire fresca fresca dalla scuola e avere dietro le spalle anni e anni di esperienza?
Mi sono sentita come se mi avessero tagliato le gambe.
Profumo ancora dell’odore tipico dei libri e già mi sentivo opprimere dal primo impatto con un probabile posto di lavoro.
Avevo capito che trovare un lavoro banale come la commessa non era affatto semplice.
Soprattutto per chi era all’inizio.
Per fortuna una ragazza ha avuto pietà di me.
“Guarda inutile che lasci il tuo cv qui. Il personale è al completo. Però ti do qualche dritta: metti sempre una tua foto, firma sempre il foglio, e finisci di compilare il curriculum con il decreto legislativo 675/96. Tutto questo è essenziale. Ti consiglio di lasciarlo solo nei negozi dove vedi che cercano personale. In bocca al lupo”.
Ecco. In poche parole avevo fatto un curriculum di merda.
Sbagliato e con esperienze lavorative zero.
Mi sono sentita ignorante e sprovveduta.
Mi sono vergognata.
Ho ringraziato il mio angelo custode e ho pensato che tutti i cv lasciati nei negozi precedenti non erano stati affatto una buona presentazione.
Tentativi falliti in partenza.
Mi sono sentita un’ imbecille.
Se non ero stata abile neppure nel presentare me stessa come potevo ottenere un posto di lavoro?
Delusa e mogia mogia sono stata costretta a ritirarmi a casa.
Ho buttato al primo secchio quelle decine e decine di copie del mio cv che avevo stretto al petto con tanta speranza.
Sarebbe stata dura, avevo l’impressione che sarebbe stata davvero tosta.
Avevo immaginato sarebbe stato più semplice. Meccanico.
Bella testata contro la realtà.
114-Javier
Proprio ieri una mia amica, servendosi di Facebook, mi ha posto un quesito:
“Ma tuo fratello in tutto questo!?”.
Tra le pagine scritte ormai molti anni fa raramente ci sono accenni alla sua persona.
Solo sporadiche battute in cui lo vedevo come mio antagonista.
Da bambina lo vedevo come spione, come un rivale contro il quale dovevo combattere per guadagnare le lodi dei miei genitori.
Col crescere, senza dirci nulla, compresa la sterilità delle nostre lotte, abbiamo semplicemente smesso di gareggiare tra di noi per chi fosse il più bravo.
Ci siamo ritrovati senza niente.
Estranei.
Egoisti.
In una situazione famigliare malata, non sano era il rapporto tra me e Javier.
L’orfanotrofio ci aveva resi attenti solo a noi stessi.
L’egocentrismo era la nostra prima caratteristica.
La vita familiare aveva accentuato esponenzialmente questi nostri aspetti.
Per me mio fratello era diventato trasparente.
Un fantasma.
Compariva ai miei occhi solo quando combatteva le sue battaglie personali coi nostri genitori.
In quei momenti diventavo spettatore passivo e ringraziavo il cielo di non trovarmi al suo posto.
Nessuna collaborazione tra di noi.
Nessuna confidenza.
Quando ero io a trovarmi dentro l’occhio del ciclone non mi aspettavo il suo intervento.
Rispondevamo esclusivamente al puro ed immediato istinto alla sopravvivenza.
Ognuno pensava esclusivamente a se stesso.
Mai mi ero fermata a pensare quanto lui potesse stare male, quali potessero essere i suoi problemi.
Mai mi ero chiesta chi stesse diventando mio fratello.
Eravamo lontani come mai lo eravamo stati.
Aveva un trattamento differente dal mio?
No.
Per entrambi valevano le stesse regole, le stesse richieste.
Per entrambi doveva esistere solo la scuola; il resto era irrilevante.
Non aveva avuto nulla che io non avessi avuto.
Non aveva avuto privilegi.
La differenza sostanziale era una soltanto: era come se l’unica luce del palcoscenico che era la nostra vita famigliare si fissasse preferibilmente sulla mia figura.
Alle volte toccava al lui; con meno frequenza e per tempi minori.
Solo quando io sono andata via di casa quella odiosa luce si è dovuta concentrare su di lui.
Allora anche per lui è iniziato il calvario.
Era stato come se il fine ultimo dei miei genitori fosse stato quello di allontanarci da loro.
Di farci uscire di casa il prima possibile.
Prima si sono concentrati su di me.
Hanno deciso di combattere una guerra alla volta.
Il primo nemico da cui liberarsi sono stata io.
Ottenuto il loro risultato è toccato a mio fratello.
A quel punto è diventato lui il peso al piede da allontanare.
Io e mio fratello siamo stati male a causa dei nostri genitori adottivi in tempi differenti.
Prima io e poi lui.
Come lui non c’era stato per me, io non ci sono stata per lui.
Ha combattuto e resistito da solo.
Come me.
Ringrazio chi mi ha posto la domanda.
Spero la risposta sia esauriente.