Quanto ero imperfetta.
Un campo di battaglia nel corpo e nell’anima.
Mi sembrava che il destino si divertisse un po’ troppo esclusivamente a mie spese. Eppure eravamo così tanti sulla terra. Perchè tutta questa ostinazione nei miei confronti?
La ciccia rappresentava un difetto banale.
Avevo di molto meglio nel mio repertorio.
Le mie gambe, la mia famiglia e gli aspetti più neri del mio lontano passato.
Le infondate accuse di mia madre avevano risvegliato fantasmi contro i quali non avevo mai avuto il coraggio di confrontarmi.
Avevo alcuni aspetti di me che mi provocavano una profondissima vergogna.
Mi sentivo terribilmente sporca.
Lettere scarlatte che mi si erano attaccate addosso in Colombia, non in Italia. Lettere di cui io solo ero a conoscenza.
Bambina, troppo piccola per capire, completamente indifesa, mi ero trovata ad avere rapporti completi con altri bambini del mio stesso paese.
Quanti?
Non ne ho la più pallida idea.
Di certo ero stata una preda fin troppo facile da ottenere, da circuire…Di questo mio lontano passato ho iniziato a pentirmi.
Quanta colpa avevo in ciò che mi era capitato.?..Eppure non potevo evitare di sentirmi terribilmente sporca, macchiata di una colpa fin troppo grande.
“Hai visto che tuo padre ha confermato le mie parole? Anche lui la pensa come me! Non mi dimenticherò mai la notte in cui sei tornata alle tre del mattino: ho controllato i tuoi pantaloni: erano pieni di sangue! Sei solo una puttana!E poi non con uno! Chissà con quanti! Sei rimasta fuori casa a fare orge!Mi fai schifo!”.
Di nuovo ha aspettato che fossimo da sole per dirmi queste cose.
Nessuna novità.
Me lo aspettavo.
Inutile dirle che quella famosa sera avevo le mestruazioni: non mi avrebbe creduta.
Il problema più grande era che quelle sue parole mi bruciavano addosso come pugnalate roventi.
Lei non lo sapeva ma avevo le mie motivazioni per sentirmi una puttana.
Non volendo mi ero trovata a esserlo.
Piccola e indifesa ero stata una puttana.
Avevo davvero una macchia infamante dentro di me.
Le accuse di mia madre, anche se non veritiere mi colpivano sia nel cuore che nel più profondo di me stessa.
Ferivano la mia storia di ragazza adottata perchè del mio sogno aveva fatto il mio incubo, feriva aspetti del mio subconscio con i quali non volevo combattere.
Ho perso gran parte della mia positività.
Ho iniziato a ridere molto meno.
Sono diventata molto più seria.
Il silenzio che prima rappresentava la mia timidezza si è trasformato in qualcos’altro: la tacita rassegnazione di chi non si aspetta nulla dalla vita.
Mi sono ritrovata invecchiata tutta insieme.
Avevo perso ogni mia illusione.
Mi sono arresa all’irrazionale.
Andavo al letto ogni sera pregando.
La richiesta era sempre la stessa.
Ogni mattina mi svegliavo, alzavo le coperte e osservavo se ero stata esaudita.
Niente da fare.
Le mie ustioni erano sempre lì.
Eterne come il mio dolore.
Mi dicevo che se non le avessi avute avrei trovato il coraggio di abbandonarmi al mio profondo bisogno di amore.
Amore che sapevo avrei trovato in quello che sarebbe diventato il mo compagno di vita.
Due gambe intatte per me significavano la libertà di amare.
Di fronte allo specchio (non mi interessava se ero spiata) mi immaginavo continuamente come sarei stata senza di esse.
Era così presuntuoso desiderare la normalità?
Senza di esse la mia vita sarebbe stata più semplice: avrei potuto innamorarmi, darmi da fare per costruirmi una vita altrove lontana dalla mia famiglia fantoccio con qualcun’altro per cui vivere.
Lottare esclusivamente per me stessa non mi bastava: l’egoismo non faceva per me.
Peccato avessi due gambe corrotte capaci solo di annegare le mie fragili, piccole, sottili speranze.
Non avevo niente.
Non avevo nessuno che mi fosse da stimolo.
Non lo vedevo nel presente, ancora meno nel futuro.
Avevo soltanto un illusorio rifugio nel quale trovare un momentaneo sollievo: la mia stupida cotta per l’autista.
Un rifigio fatto di foglie secche.
A mettermi il malumore era anche la bella stagione.
Odiavo l’estate.
La odiavo perché ogni anno faceva affiorare, implacabilmente, i miei complessi.
Tutti si spogliavano, si vestivanono di abiti corti e leggeri, animati da una carica che sembrava venire dai raggi solari.
Io non potevo.
I miei difetti erano mostruosi per poter usare un paio di pantaloncini, un vestitino corto.
Odiavo la vanità che regnava nell’aria perchè anche io avrei voluto usufruirne.
“Andiamo al mare? Andiamo in piscina?”.
Scappavo a gambe levate da questa forma di inviti.
Non perchè non lo volessi, ma perchè non mi andava di dare spiegazioni, di attirare occhiate pietose e curiose.
L’autunno e l’inverno imponevano di coprirsi.
Ciò mi permetteva di nascondere : di avere l’illusione di essere normale.
Questo finchè qualcuno non si fosse avvicnato troppo da costringermi a scappare prima che il mio brutto segreto fosse svelato.
Il mio nascondere implicava l’inganno, e l’inganno implica il rimorso.
Non trovavo pace.
In nessun momento dell’anno.
Avrei trovato mai qualcuno che mi avrebbe amata per quello che ero realmente e non per quello che sembravo?
Qualcuno avrebbe potuto mai amarmi con i miei milioni di difetti?
Io stessa mi rispondevo di no, tuttavia, sentivo più che mai il bisogno di un amore reale e vero.
Lo desideravo ardentemente, ma mi sentivo rabbrividire al pensiero di ottenerlo.
Cosa sarebbe successo se avessi fatto ribbrezzo nel momento in cui mi sarei spogliata?
Questa prospettiva bloccava prima del nascere qualunque mio tentativo.
Meglio crepare insoddisfatta e sola che subire un’esperienza del genere.
Non mi terrorizzava solo l’amore fisico.
Mi atterriva anche l’amore platonico.
Ero stata ferita troppo profondamente per poter avere fiducia in un altro essere umano.
Avevo gia accumulato una buona quantità di dolore.
Mi bastava.
Non volevo affondare ulteriormente dentro ad un fango chiamato abbandono.
La soluzione per me era sempre la stessa: le mie nonstorie.
La lista che mi spingeva ad accontentarmi di ciò era cresciuta incommensurabilmente negli ultimi tempi.
Limitavo le mie soddisfazioni nell’innamorarmi senza essere mai ricambiata.
Ero disposta ad accettare soltanto questo.
Era il male minore.
Non mi avvicinavo troppo al fuoco.
Soddisfacevo il mio bisogno di esso mantenendo le distanze che sapevo mi avrebbero protetta.
Desiderare ardentemente l’amore ed avere il terrore di ottenerlo.
Pur lavorando tanto su me stessa per non smarrirmi mi sentivo sempre più prossima alla disperazione.
Mese: febbraio 2016
88-demolizione e ricostruzione
Due cose mi mandavano fuori di testa: il fatto che in casa fosse come se nulla fosse stato detto e nulla fosse successo e il fatto che non sapessi a chi chiedere aiuto.
Sulla mia pelle ho constatato il bruciante effetto dell’essere ignorata.
Per il resto mia madre era stata così efficace nel far terra bruciata intorno a noi da non avere appigli a cui avevo il coraggio di aggrapparmi.
Non avevo parenti a cui chiedere aiuto o consigli. I legami romani non esistevano da anni; con quelli sardi era tutta altra storia. Non ho voluto provare con loro. Non ho voluto perché non volevo mettere la mia famiglia sotto cattiva luce. Preferivo la mia sofferenza ma l’immagine dei miei candida.
Lentamente ha iniziato a crescere dentro di me un nuovo e sempre più forte sentimento: l’odio di dover rientrare a casa.
Suonare il citofono, aspettare che venisse aperto e poi claustrofobia, assenza di ossigeno.
Uscire significava tornare a respirare.
Inesorabilmente lei continuava a dipingermi come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio.
Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima.
Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo.
Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età.
Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita.
A lei di questo non importava nulla.
Vedeva solo il demone che immagina io fossi.
Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere.
Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia.
Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità.
Non sapevo come convincerla del suo errore.
Le litigate, le parole che scrivevo…Era cieca a qualunque mio tentativo.
Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.
Facevo fatica a dare una collocazione ad una serie lunghissima di bei gesti.
Quante belle azioni mia madre aveva compiuto per il mio esclusivo tornaconto?
Come era possibile accostare quei bei ricordi con la strega con cui avevo a che fare?
Troppe contraddizioni senza alcuna logica.
Contraddizioni troppo grandi per il mio cervello.
Una dicotomia troppo netta per poter appartenere ai ricordi della stessa persona.
Al solo pensarci mi prendeva un incredibile mal di testa e un dolore che non avevo mai provato.
Avevo l’impressione di vivere in un mondo in cui solo io ero rimasta in bianco e nero mentre intorno a me era un arcobaleno sfavillante di colori.
Non tolleravo quello strano dolore che mi tormentava ad ogni risveglio e che riuscivo ad anestetizzare solo stando fuori casa.
Era stato come lo scoprire di un tradimento.
La conferma di anni e anni di silenziosi sospetti.
I miei genitori rappresentavano per me un legame più forte di quello del sangue.
L’orfano che ero stata, la lunga attesa mi avevano legato a loro con un collante che spesso un figlio naturale da per scontato.
Nulla per me era stato dato per scontato.
Non avevo mai negato la nostra incompatibilità, le nostre reciproche storie erano troppo complesse per poter essere affrontate con facilità. Non mi aspettavo le famose rose ma un filo d’erba mi avrebbe fatto piacere…Invece sale. Sale sulle mie ferite.
Solo un impegno maturo e consapevole avrebbe potuto aiutarci.
sfortunatamente nessun membro della mia sfasciata famiglia ne era stato fornito.
Siamo stati un tentativo fallito.
Un esperimento mal riuscito per cui lo scienziato non ha ben studiato le variabili innescando il procedimento per poi dimenticarsi totalmente di noi.
Ero disposta ad accettare il disaccordo.
Non tolleravo l’abbandono ed il rifiuto per motivazioni di pura invenzione che si riducevano solo a folli fantasticherie.
Mi sentivo un credente tradito.
Colui che scopre che quanto riteneva di più sacro in realtà è falso.
Le fondamenta stesse della mia vita hanno subito il più terribile degli tsunami.
Mi rimanevano le rovine. Un caos di strutture in bilico. ogni tanto ne continuava a cadere qualcuna e ne conseguiva un nuovo tormento.
mi impegnavo nella ricostruzione di ciò che realmente ero; rinforzavo dove era possibile; demolivo io stessa i casi più gravi per dedicarmi alla mia terza e definitiva rinascita.
Un lavoro dannatamente duro per la giovane che ero.