99-lentamente tutte le ferite si rimarginano

I giorni passavano e le ferite si rimarginavano.
Per poi essere riaperte.
Che tristezza.
Un dolore ora copriva un altro dolore.
Dovevo ammettere che preferivo soffrire per un ragazzo che non per i miei genitori.
Il dolore che nasceva dal pensare a Gianni riuscivo a viverlo, ad affrontarlo. Il tradimento dei miei genitori non riuscivo a tollerarlo.
Faticavo a concepirlo.
Focalizzare la mia attenzione sull’ultima delusione con Gianni era molto meglio.
Imparagonabile.
Il famoso male minore.
Sembravamo due estranei, benché sapessimo entrambi che non era la verità.
Le occhiate che ci lanciavamo dicevano l’opposto.
Come dimenticare i suoi baci, i suoi abbracci, le sue carezze, il suo corpo e quei capelli che ho amato toccare.
Non avevo rimpianti.
Non avevo rimorsi.
A mio avviso l’aver corso mi rende felice nella mia tristezza.
Un correre che era significato aver parlato molto poco ed essersi toccati molto.
Immaginavo sarebbe stato bello fare l’amore con Gianni.
Sarebbe stato piacevole avere quel tipo di contatto con lui.
Ricevere piacere da lui sarebbe stato il massimo.
Così come sarebbe stato precoce e immaturo: non mi ha mai amata, solo voluta.
Aveva desiderato il mio corpo: un guscio imperfetto che non ero disposta a condividere con nessuno.
Di chi fosse Clara non gli era importato poi molto.
Si era allontanato, donandomi una verità a cui non credevo; si era allontanato perché aveva immaginato la realtà più banale. Non gli interessavo abbastanza da spingerlo a capire cosa avessi ne l cuore.
Se non altro era stato sincero a dirmi che lui aveva voglia di divertirsi.
Ero mai stata ciò che lui desiderava.
Lui non era mai stato ciò di cui io avevo bisogno.
Se avessi avuto la forza di dargli tutta me stessa allora avrei sofferto dieci volte di più.
Il mondo del condizionale non mi avrebbe portata da nessuna parte.
La semplice verità era che avevo troppo schifo del mio corpo per concederlo a qualcuno.
Figurarsi a Gianni.
Sapevo che avrei dovuto odiarlo.
Pensava di potersi divertire con una bambolina.
Non gliel’avevo permesso.
Si era allontanato perché il gioco non valeva la candela.
Ancora non riuscivo ad esserne disgustata?
No.
Non volevo leggere preoccupazioni sul suo volto.
Per lui desideravo quel sorriso solare che mi aveva fatta sciogliere come neve al sole.
Ma che dicevo!?
Doveva soffrire! Soffrire come stavo soffrendo io!
Speravo che si innamorasse che nel momento in cui si fosse sentito sicuro di quell’amore fosse abbandonato.
Se fosse tornato da me avrei avuto il coraggio di dirgli addio?
“Ti prego aiutami a dimenticarti, perché da sola non riesco”.

Ironia della sorte ci incontravamo davvero spesso.
Per puro caso.
Se fosse tornato da me come avrei reagito?
Una storia finita non aveva senso di ricominciare.
Se una relazione si conclude, vuol dire che non si è lottato, che la rottuta è stata sccettata, quindi voluta.
Lui ha preferito lasciarmi.
Io ho sofferto.
Ho soffeto da matti.
Non voglio che si ripeta.
Eppure. Dopo tutti questi ragionamenti avevo dei dubbi.
Davvero sarei riuscita a dirgli di no?
Mi ha detto che lui e la sua fidanzata litigano spesso, tutti i giorni.
Gli sta bene, che soffra un po’ anche lui!
Già è fidanzato.
Dovrebbe bastare questo a togliermelo dalla testa.

Ero così confusa.
Non sapevo se Gianni mi mancasse veramente o scrivessi di lui per abitudine.
Mi sembrava di aver vissuto solo un sogno.
Basta questo a capire quanta fosse la mia confusione.
Mi sembrava che non ci fosse niente di fermo nella mia vita.
Tutto è irrimediabilmente destinato a finire.
Non ci sono eccezioni.
Mi vedo sbiadire davanti ogni cosa.
Mi sento come un albero senza radici che si trova in mezzo ad un’alluvione.
Cercavo disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi senza alcun successo.
Nella mia mente dio supremo era il caso.
Non esistevano punti fermi.
Tutto si reggeva sul nulla.
Ero io ad essere sbagliata?
O sono diventata sbagliata a forza di sentire che la gente mi reputava in questa maniera?
Non vedevo soluzione ai miei problemi.
Ogni mia scelta mi sembrava che non fosse quella azzeccata.
Se mai fosse esistita.
L’equilibrio che reggeva la mia vita era precario ed illusorio.
Sarebbe stato meglio se a ciascuno di noi fosse stata data la possibilità di scegliere di nascere o meno.
Io avrei scelto l’oblio.
Meglio il nulla assoluto che questa sofferenza.
In questo modo i vivi non avrebbero potuto lamentarsi della vità in quanto libera decisione spontanea e personale.
Visto che non mi era stata data questa scelta, mi sentivo legittimata a lamentarmi di essere nata e di dover vivere questa poco gradevole realtà.
Ho avuto due madri ed entrambe mi hanno rifiutata.
Ho avuto due padri ed sommati l’uno all’altro non fanno un quarto di uomo.
Avevo più possibilità di vincere la lotteria che di ritrovarmi con questo bel poker di genitori.
Se non altro i miei genitori biologici ci avevano abbanbonati nella speranza che avessimo una vita migliore.
I secondi ci hanno solo illuso.
Ci hanno fatto credere di poter amarci e non si sono mai impegnati a farlo.
Volevano figli perfetti, pur non rasentando la perfezione loro stessi.
La loro vita era fatta solo di pretese.
Chiedono senza concedere mai.
Vivevamo insieme da anni e potevo dire di non conoscerli affatto.
Conoscevo le loro abitudini, i loro pregi e i loro difetti. Ma della loro personalità più profonda, della loro essenza non sapevo nulla.
Le loro paure, i loro sogni, le loro speranze. Non le conoscevo.
Siamo rimasti così lontani l’uno dall’altro.
Mi hanno preso bambina, ora sono una ragazza matura.
Da quel lontano giorno in cui ci siamo incontrati la prima volta non siamo cambiati affatto.
Ognuno di noi era rimasto dentro lo spazio intimo nel quale si era rifugiato e non ne era mai uscito.
Negli anni ci siamo solo sfiorati.
Adesso i nostri contatti erano ai minimi storici.
Ci limitavamo a condividere la tavola e nel dormire sotto lo stesso tetto. Nient’altro.
Se non lo abbiamo fatto negli anni precedenti, ora mi sembrava solo utopico poter pensare che ci potesse essere dello sviluppo positivo nella nostra convivenza.
Li chiamavo madre e padre solo perché ero avvezza a definirli tali.
Non perchè li sentissi tali.
Provavo un dolore tremendo nell’ammetterlo. Un dolore tanto profondo ed intimo che mi si torcevano le budella al solo pensarci.
Per me loro avevano rappresentato tutto.
La mia prima necessità .
Il mio sogno di bambina ottenuto.
Il mio errore più grande era stato quello di non averglielo mai fatto capire veramente.
Oramai era troppo tardi.
Avevo sofferto così in profondità che diffidavo da loro.
Non ero disposta a condividere con loro le mie ferite per la terribile paura che ci sputassero sopra.
Non avrei potuto sopportarlo.
Mi stavo ancora sforzando a fortificarmi contro la mia terribile delusione genitoriale.
Non potevo permettere altri inutili tentativi.
La terra non mi appariva fertile per alcun tipo tentativo.
Io non ero forte abbastanza per provarci.

98-Tentazione e bugie

È avvenuto quanto avevo sognato.
Mi ha baciata, mi ha stretta a se.
Avrebbe voluto fare molto di più.
Non io.
Non posso e non voglio.
È stato semplicemente splendido essermi ritrovata tra le sue braccia.
Almeno per un po’.
Aveva la sicurezza di un uomo ma la leggerezza, la sfrontatezza, la superficialità che si adattavano meglio su di un ragazzo.
Che ne sapevo?
Avevo avuto altri appuntamenti e quei pochi a cui avevo concesso un bacio andavano incoraggiati, rassicurati che tutto stava procedendo nel verso giusto. Quasi tremavano. Impacciati nel loro tentativo di essere virili.
Non era mia intenzione essere l’esperta che non ero. Semplicemente lasciavo libero sfogo alle mie sensazioni, quasi il mio tatto non passasse per i polpastrelli ma attraverso il cuore.
Mi ha spaventata il fatto che volesse arrivare al sodo dopo così poche uscite.
Chi lo conosceva?
Non mi sarei mai svenduta con tanta leggerezza e sopratutto c’erano i miei fantasmi.
Mi sono bloccata e mi sono fatta riportare a casa.
Non ho dato nessuna spiegazione.
Lui non ha chiesto nulla.
Mi riempiva le mani e le labbra di baci non appena un semaforo rosso glielo consentiva.
Infinitamente grata e rivitalizzata da tante attenzioni finalmente mi sono sentita tornare alla vita.
Nella solitudine delle mura di casa mia mi sono costretta a riflettere.
Cosa voleva da me Gianni?
Io ero innamorata di lui. Mi ero innamorata di un totale estraneo.
Volevo conoscerlo. Capire chi fosse. Senza fretta. Senza che nessuno avesse nessuna pretesa sull’altro.
Usciva da una storia lunga con una ragazza molto più giovane di lui.
Ora sentiva il bisogno di vivere senza pensare troppo al domani.
Bene.
Ne era pieno il mondo con donne pronte a compiacerlo.
Io non ero una di quelle.
Io volevo un amore vero.
Ero alla disperata ricerca di sentimenti veri e profondi.
Non volevo l’attenzione momentanea che si è soliti destinare ad un giocattolo.
L’immagine idillica che avevo nella mente del mio autista si è dovuta scontrare con il vero Gianni che stavo conoscendo.
Mentre mi parlava al telefono suonava la chitarra elettrica.
Probabilmente era ancora fidanzato; non me la raccontava giusta.
Milioni di allarmi interni mi rimbombavano dentro la testa, eppure non trovavo la forza di togliermi dalla mente quei baci caldi che mi avevano fatta sentire una regina.

Ho accettato un suo ulteriore invito a uscire benchè sapessi che facevo un errore.
L’amore è cieco e irrazionale.
Io non riuscivo a stargli lontana.
Mi ha portata al lago di Velletri.
Davvero romantico.
Poche parole e mi si è gettato addosso.
Alla fine si è fatto quello che volevo io.
Vale a dire tante coccole per entrambi.
I baci di Gianni, tuttavia, erano stati, come dire, animaleschi; se ero uscita di casa di tutto punto, con un trucco perfetto e una meravigliosa valanga di profumati capelli ricci; al mio ritorno a casa sono apparsa come uno spaventa passeri. Neppure l’ombra della Clara che era uscita qualche ora prima.
Sarebbe stato de tutto inutile dire:
“Tranquilli, non è come sembra: non ho trombato con nessuno”.
Se avessi avuto una famiglia vera, probabilmente lo avrei fatto.
È stato prorio il rifiuto di mia madre e il disinteresse di mio padre a buttarmi tra le braccia di Gianni.
Se avessi avuto dei genitori veri non mi sarei mai buttata in un avventura che suonava strana persino a me stessa.
Il mio disperato bisogno di amare e di sentirmi amata mi hanno portata tra le braccia del mio autista.
Quanto era misera la mia vita.

Stavo sviluppando un potere di preveggenza?
Avevo sentore che Gianni si sarebbe allontanato presto da me.
La sua ex è tornata a cercarlo e lui prefisce non avere alcun tipo di tentazione.
Non mi cercherà più.
Non credevo ad una sola parola.
Non importava.
Meglio che si fosse allontanato lui.
Se non lo avesse fatto lui lo avrei fatto io stessa.
Bene così.
Come apparivo forte.
Non lo ero affatto.
A malapena vedevo il foglio su cui scrivevo.
Le mie lacrime avevano sbavato quanto avevo appena scritto.
Loro sapevano essere molto più sincere di me.
Cancellavano bugie che dicevo a me stessa.

97-la sorpresa

Ero confusa.
Non sapevo che fare.
Era il 31 ottobre, stavo festeggiando con qualche conoscente ad un pub, eravamo una tavolata di sole ragazze.
Mi sono trovata Gianni davanti.
Il cuore mi è collassato dalla gioia e dalla paura.
Era venuto insieme a Stefano, un collega a cui era molto affezionato.
Per fortuna era arrivato tardi.
Troppo tardi per gli orari che mi avevano imposto a casa.
Era arrivato in tempo solo per il saluto della buonanotte.
Alla mezza io sarei dovuta stare sotto il portone di casa in attesa che mi fosse aperto.
“Dai, resta ancora un pochino: ti accompagno a casa io”,
“Mi hanno insegnato a non prendere passaggi dagli sconoscuiti”,
“Come fai a non fidarti di me: sono il tuo autista!”.
Frase detta per paro caso, un capriccio della lingua.
Non aveva la minima percezione di quale fosse per me il valore della sua frase.
Era stata la sua immagine a salvarmi dai momenti più dolorosi della mia esistenza.
Era stato il mio vivere la mia attrazione verso di lui a permettermi di andare avanti.
Pensare a lui mi era servito a non impazzire.
Lui non poteva sapere nulla di tutto questo.
“Per me è stata una sorpresa che tu mi abbia cercato. Pensavo di esserti antipatico, mi salutavi una volta si e tre no. Sembrava quasi mi facessi un favore. Te la tiravi da morire”.
Vero.
Non volevo che si avvicinasse troppo.
Avevo chiesto il suo nome proprio a Stefano qualche tempo prima per via del suo sorriso simpatico e perché li avevo visti parlare spesso insieme.
Quando Stefano mi aveva chiesto nel primo pomeriggio dove avessimo intenzione di festeggiare la notte di Halloween, ho risposto con leggerezza, non avevo pensato che mi avrebbe portato Gianni.
“Hai visto che sorpresa che ti ho organizzato!? Poi non dire che Sfefano tuo non ti pensa!”, avrei risposto al suo sorriso dolce con il più generoso degli abbracci se non avesse aggiunto:
“‘Ndo stanno le amiche tue!? Fammi vedere se c’è qualcosa che mi piace!”, si è allontanato ma solo per far ritorno col menù e quello si è limitato ad esaminare dopo avermi regalato un occhietto.
Io e Gianni abbiamo avuto il tempo per una breve chiacchierata.
Ha dieci anni più di me.
Mi hanno tremato le gambe quando ho sentito pronunciare quel “ventinove anni”.
Un uomo.
Sarei scappata a gambe levate.
Peccato che non ci riuscissi.
Felicemente libero da qualche mese da una fidanzata storica.
Ascoltavo le sue parole come se avessi le orecchie tappate.
Dentro di me ero euforica e terrorizzata.
Dove mi stavo cacciando?
Ci siamo salutati dopo esserci scambiati il numero di cellulare.
“Domani ti chiamo”, mi ha promesso.
Quella sera ho chiuso gli occhi con un nuovo sentimento: l’attesa.
L’attesa felice di un evento che avrebbe portato il sole nelle mie giornate.
Ho fatto tacere i miei fantasmi.
Non volevo rovinare la conclusione di quella notte particolare.
Volevo crogiolarmi nel calore di quel mio dolce ed intenso innamoramento…Diavolo ma erano dieci anni più dei miei!…Era poi così importante uno stupido particolare anagrafico!?…Sti cavoli! Poco importa!
Lui mi stava cercando, era interessato a me: questo era rilevante!
Ho pregato alla notte di volare rapida e decisa e di lasciare spazio al giorno perché l’attesa sembrava essere troppa per una Clara assetata di attenzioni.

96-vecchio e nuovo

Gianni.
Finalmente avevo il suo nome.
Avrei dovuto pensare ai miei problemi reali.
La verità è che non ne avevo la minima intenzione.
Come avrei potuto combattere contro il mio personale Golia se non stringevo nulla tra le mani?
Da codarda preferivo far finta di ignorare. Soffrire in silenzio.
Non reagire ne a Golia ne ai tre quattro Titani che mi portavo dentro.
Soffocare il tutto.
Far finta che non esistessero.
Distrarmi con altro.
“Voglio sognare. Posso sognare un pochino? Lui mi occupa in pensieri piacevoli. È un rifugio dolce”. Mi dicevo.
“Ti prego di non distruggermi. Non farmi male. La ripresa sarebbe così lenta…Non è poi difficile difendermi da te: basterà mantenere le distanze”.
Facile a dirsi ma non a farsi.
Ero come un satellite che lottava invano contro la forza di gravità di un pianeta che lo attirava a sé.
“Che posso fare se quest’attrazione mi piace così tanto?
Si. Amo le sensazioni che tu, Gianni, susciti in me”.
“Sono malata d’amore. Ne ho bisogno per vivere”.
Il mio bisogno primario.
Una necessità che mi imponeva di sforzarmi di aprire gli occhi ogni mattina.
Una necessità che era diventata il mio terrore più grande.
Amavo l’amore quanto lo temevo.
La mia mentale parabola amorosa è stata distratta dalle risate di qualche adulto.
Ennesima festa dei parenti in giardino.
Le loro risate arrivavano fino al terzo piano.
Avrei voluto essere insieme a loro.
Divertirmi insieme a zii e cugini.
Avrei voluto ricucire il rapporto che avevo spezzato con loro…per cosa poi mi ero allontanata dai miei parenti!? Avevo scelto di ignorarli per compiacere mia madre ed ecco come ero stata ricambiata: ripudiata io stessa.
Da una parte mi sarebbe piaciuto prendere e scendere tra di loro e farmi ritrovare li a far festa: sai come ne sarebbe stata felice la mia mamma?
Avrebbe rosicato in eterno.
Non lo facevo perché non era giusto farlo nei confronti di persone a cui non ho nemmeno rivolto il saluto nell’incrociarli per strada.
Accettavo le conseguenze del mio agire.
Mi limitavo ad ascoltare la loro allegria.
Le persiane di casa erano socchiuse; a fingere che non ci fosse nessuno al suo interno.
Era diventata una tradizione che durava da anni.
L’ennesima stupida messa in scena inventata da mia madre.
Io e mio fratello non avremmo avvicinato il viso alle finestre, non saremmo usciti di casa.
La novità erano i miei genitori.
Erano usciti la mattina presto.
Avevano un nuovo impegno: cercare la villa perfetta che sarebbe diventata la nuova dimora.
I fine settimana li impegnavano nell’estenuante ricerca.
Un fare il loro che finalmente mi permetteva di respirare un pochino.
Presto anche il nostro appartamento sarebbe stato messo in vendita.
Mia madre non vedeva l’ora di allontanarsi definitivamente da una palazzina che odiava con tutta se stessa.
Cosa ne pensavo io?
Sapevo che per me non sarebbe cambiato nulla.
Mura differenti non avrebbero di certo cambiato i sentimenti che regnavano sovrani nella nostra famiglia.
Tutti erano dei totali estranei: il mio strano lontano freddo fratello, il mio lontano invisibile padre, e lei, la strega maligna.
Non ero affatto felice di esprimermi in questi termini.
Che potevo farci se era la verità?
Una relativa verità?
Ok, era la mia verità.
Se non altro io ci mettevo un po’ di razionale riflessione nel formulare sentenze.
Chissà in quali battaglie interne erano impegnati i membri della mia sgangherata famiglia…Tristezza, sofferenza, solitudine, noia…Non sapevo nulla; non avevo idea di quali fossero le sensazioni nelle quali erano immersi.
Non conoscevo chi avevo vicino a me.
Solo una cosa ci univa: il reciproco silenzio.
Il: “Fatto compiti in classe? Interrogazioni? Voti?” lo avevo volutamente escluso dai tentativi di dialogo, perciò ci rimaneva solo il silenzio.

95-Valentina

Sentir piangere la mia amica è stato doloroso.
Sentirmi causa del suo dolore è stato straziante.
Mi sono sentita come il peggiore degli esseri umani.
Pensando più al suo affetto per me, Valentina ad ogni chiamata metteva da parte il vero e proprio terrore che aveva per mia madre e perseverava nel chiamarmi a casa.
Durante una delle nostre mille ricreazioni, mentre eravamo sedute nel cortile della scuola a chiacchierare, le ho chiesto di non cercarmi più a casa.
“Clara, io lo so come ti senti quando stai la dentro; anche se dovesse farsi gli affari miei, non ti preoccupare: non ho nulla da nascondere. L’essenziale è che tu non ti senta sola. Sento il bisogno di farti sentire che io ci sono per te”.
Quanto è stata bella questa frase.
Indimenticabile.
Un dolce stellato presentato su di una tavola fatta di cibo freddo ed insapore.
Una frase che mi ha salvata dalla solitudine.
Una luce meravigliosa nel buio che mi circondava.
Detta solo per me.
Ha promesso e così ha mantenuto.
Non per giorni: per anni.
La nostra amicizia, tuttavia, non aveva fatto i conti con l’odio di chi mi era capitata come madre.
Aveva risposto lei.
Era diventata un’abitudine che fosse lei a scattare allo squillare del telefono.
Mi ha portato il wireless e nel consegarmelo ha quasi urlato:
“Valentina: quella puttana ancora non ha capito che non deve chiamare in questa casa?”.
Mi sono sentita morire.
Impossibile che dall’altro capo non avessero sentito.
Ho avuto la conferma che avevo una madre completamente pazza.
Quando ho portato il telefono all’orecchio i miei timori hanno trovato fondamento.
Per quanto si sforzasse di resistere, la mia amica piangeva.
Abbiamo provato a portare avanti la conversazione.
Invano.
Il suo pianto diventava via via meno controllato.
Nessun discorso sembrava utile a distrarci.
“…Vale, mi dispiace così tanto…”
“Non ti preoccupare non è colpa tua…Solo ora mi riesce difficile parlare…Dai, ti richiamo più tardi…”
“…Mai avrei immaginato che avrebbe avuto la sfrontatezza di prendersela con te…Non so come scusarmi…Cosa dire…”
“…Ci sentiamo…Mi faccio sentire più tardi…Scusa Clara ma non ci riesco…”.
Mi ha lasciata mentre si sfogava in un pianto disperato.
Ho attaccato il telefono come se mi avessero dato una notizia di morte.
Mi sono sfogata sulla carta perchè ho pensato sarebbe stato più ragionevole.
Arrabbiarmi con una folle non sarebbe servito a nulla.
La mia voglia di prenderla a pizze mi faceva prudere le mani.
Ho deciso di ingoiare il boccone amaro della rabbia.
Non ho voluto darle la soddisfazione di reagire.
Ha voluto ferire la mia mia migliore amica proprio in virtù di quello che rappresentava per me.
Ha voluto fare del male a Valentina con la speranza di allontanarla da me?
Sarebbe stata questa strega a farmi rompere con la mia rospa?
Dalla sua cattiveria ormai avevo imparato ad aspettrmi di tutto.
Avevo promesso di non parlare più di mia madre tra le mie pagine…Volevo completamente escluderla da ciò che scrivevo; poter far finta che non esistesse per il tempo di buttare giù due parole su inchiostro…Come potevo farlo se aveva deciso di condizionare fino all’esasperazione la mia vita?
Era un’impresa impossibile.
Andarmene?
Si.
Dove?
Come?
Dio quanti problemi sapeva procurarmi!
Fino a quando avrebbe continuato a rovinare me e a colpire chi sentivo di amare?
Perché tutto questo?
A lei chi le aveva impedito di vivere?
Chi le aveva dato il diritto di farmi tutto questo?
Perché avrei dovuto continuare a sopportare?
Che avrei potuto fare?
Quale era la cosa più giusta da fare?
Non era possibile dover sopportare e soffrire in questo modo tra le mura della propria casa.
Non era giusto che una madre che mi aveva voluta, che aveva fatto quattordici ore di volo e mille peripezie per ottenermi, ora mi faccesse tutto questo.
Non era ragionevole.
Era come se volesse rendere la mia vita tanto insopportabile da costringermi a uscire da casa il prima possibile.
Torturarmi psicologicamente per allontanarmi quanto prima.
Questa era l’unica spiegazione che poteva giustificare la sua malignità.
Davanti ai miei libri scolastici non potevo non pensare al pianto della mia Valentina…Sarebbe cambiato qualcosa tra di noi?
Avrebbe vinto la strega?…In fin dei conti che guadagnava lei dall’essere la mia migliore amica?…Ero un bel pacchetto di complicazioni. l’avrei capita se avesse deciso di allontanassi da me…Ne avrei sofferto ma l’avrei compresa. Lontana da me sarebbe stata lontana da mia madre: questa era l’unica amara consolazione.
Non mi abbandonavo al lutto solo perché Vale era una ragazza troppo speciale e caparbia da abbandonare il campo di battaglia. Era stata ferita ma ciò l’avrebbe resa solo più determinata a farmi sentire il suo affetto e la sua vicinanza.
Era lei il mio tesoro. Il mio calore.
Il mio salvagente nella tempesta. Non risolveva i problemi ma ha certamente aiutato a restare a galla.
Da allora Valentina è un pezzo del mio cuore, presente in ogni battito.

94-un cuore da distrarre

Avessi avuto dei nonni.
Avessi avuto una buona confidenza con qualcuno dei miei zii o zie.
Avessi avuto qualcuno veramente vicino a me avrei chiesto aiuto.
Avrei cercato aiuto.
Mi sarei rifugiata tra le loro braccia.
Mi sentivo in balia di una tempesta troppo grande per me.
In realtà non avevo nessuno.
Era stata così brava a isolarsi ed isolarci da tutti che avevamo solo terra bruciata intorno a noi.
Intorno a me.
Non avevo nessuno da cui rifugiarmi, nessuno a cui chiedere un consiglio.
Brutta cosa la solitudine totale.
Brutta cosa il sentirsi vecchi a nemmeno vent’anni.
Portavo avanti le mie giornate incolori come se fossi stata un automa.
Tornare a casa mi toglieva vitalità.
Mi sentivo come un fantasma.
Se venivo notata era per sparare qualche altra cattiveria.
Inutile dire quali fossero.
Erano sempre le stesse identiche volgarità.
Si stupiva del mio comportamento.
Della passività con cui affrontavo la quotidianità.
“Inutile che cerchi di attirare l’attenzione. Credi di farmi impietosire facendo la vittima!? Pensa a studiare e a sbrigarti ad andare via!”.
A detta di lei avrei dovuto fare finta di niente.
Avrei dovuto pensare solo alla scuola.
Io non ci riuscivo.
Mi era impossibile non pensare a ciò che era avvenuto in casa.
A ciò che avveniva in casa.
Mi era impossibile non pensare a quale fosse l’immagine che aveva di me la mia famiglia.
Come avrei potuto semplicemente ignorare?
Io non ci riuscivo.
Non ero capace.
Non riuscivo a non pensarci…Solo se avessi continuato a pensarci sarei impazzita.
Pensare non mi faceva bene.
Unico modo per regalarmi un poco di sollievo era pensare ad altro.
Coprire le mie stesse riflessioni con qualche palliativo.

Il mio autista diventò il padrone dei miei pensieri.
Per questo ho iniziato ad adorarlo.
Dimenticarlo?
Ignorarlo?
Ci provavo ma per me era diventato come aria.
Era paracetamolo per la mia anima ferita.
Mi distraeva dal mio dolore.
Mi serviva qualcuno attraverso il quale poter usare un cuore, perchè senza di lui sarebbe vissuto inutilizzato.
Provavo a concentrarmi sulle mie amicizie.
Poter abbandonarmi completamente in esse era un lusso che non mi era permesso.
In casa non mi concedevano la libertà di poterlo fare.
Solo bastoni tra le ruote.
Ecco quale era l’unico dono della donna che chiamavo madre.
Non avevo gli spazi giusti per dare libero sfogo al mio bisogno di affetto.
La persona a me più cara doveva stare lontana da casa mia.
Meglio non nominarla nel castello della regina, giacchè al solo pronunciare il suo nome lei si sentiva innervosire.
Le mie chiamate con Valentina erano continuamente intercettate da mia madre.
“Questa poco di buono ancora non ha capito che non deve chiamarti in questa casa?”, diceva a voce alta per farsi sentire da lei mentre mi lasciava il telefono,
“Mi serve il telefono! Basta con le vostre stronzate, fatti chiamare sul cellulare”, urlava a metà chiamata.
Ero terribilmente dispiaciuta per Valentina.
Trattata con cattiveria ingiustificata perchè la sua unica colpa era quella di essere la mia migliore amica.
Preferivo non cercarla quando ero in casa.
Era il mio modo per evitarle che fosse ferita.
Era il mio modo di proteggerla dalla lingua velenosa di mia madre.
A Vale non importava.
Lei continuava a cercarmi, a telefonarmi.
I suoi sentimenti per per erano più forti della malignità di mia madre.
Mi sentivo onorata di essere tanto importante per lei, il suo affetto per me era acqua nel deserto.
Avessi potuto avrei passato tutti i miei pomeriggi in sua compagnia e sarei tornata a casa solo al calare della notte, ma era impossibile: si usciva solo il sabato pomeriggio.
Sporadicamente ero riuscita a poter passare qualche pomeriggio insieme a lei a casa sua…Le volte si contavano sulle punte di una mano…Allora si che mi sembrava di poter respirare!
Come stavo bene in quei momenti!
Casa mia era diventata una gabbia rovente dalla quale non vedevo l’ora di poter allontanarmi.

93-l’ingenua

Non mentire.
Quanto ci avevi creduto veramente?
Tanto!
Diavolo!
Ci avevo creduto!
Ci avevo creduto tanto!
Ecco perché stavo così dannatamente male!
Stavo di nuovo di merda!
Ho fatto una promessa a me stessa: mai mi sarei fatta ingannare due volte dalla stessa persona.
Mai sarei ricaduta sullo stesso errore.
Erano dei pazzi.
Non mi illuderanno mai più.
Il sottile e fragile compromesso che ci eravamo imposte si è volatilizzato.
Eravamo di nuovo in guerra.
Avevo promesso di dimenticare.
Così avevo fatto.
Sono stata ingannata.
Sono stata ingenua.
Lei ha cercato la pace perché sapeva che saremmo stati dai suoi parenti.
Mi ha accontentata in tutto e per tutto per tenermi buona.
Per evitare che dal nostro strano comportamento, dalla nostra freddezza, dal nostro nervosismo trapelasse qualcosa.
Ha evitato che sorgesse il più piccolo dubbio, la più piccola domanda.
Si è assicurata che la tanto importante apparenza di famiglia perfetta non fosse intaccata.
E io ci sono cascata con tutte le scarpe.
Ho abboccato stupidamente all’amo.
Ho creduto a ogni sua parola fasulla.
Tornati a Roma ha confermato la sua verità.
“Quello che ti ho detto quel pomeriggio è tutto vero. Tuo padre la pensa esattamente come me. Io non dimentico mai”.
Mi ha illusa per calpestarmi di nuovo.
nemmeno la forza di chiederle:
“Allora perché mi hai mentito?”.
Lei non mi avrebbe risposto.
La verità mi si è rivelata da sola.
Mi aveva mentito spudoratamente per garantirsi la tranquillità delle sue vacanze estive.
Quanto può essere stata maligna?
Quanto sono stata cretina io da crederle ciecamente?
Avrei dovuto ascoltare i miei campalli di allarme che avevano suonato incessantemente ma che io avevo zittito perchè volevo credere alle sue parole.
Bugiarda e maligna lei, Stupida, credulona ed ingenua io.
Che andasse al diavolo!
Quanto è stata maligna!
Che strega!
Quanto sono stata stupida a crederci!
Mi sono sentita come se mi avesse pugnalato cento volte al cuore. Ecco il mio male, personale, il mio incubo, ecco la cattiveria.
Ho finito di essere ingenua.

92-estate dentro di me

Miracolo.
Era avvenuto un mezzo miracolo.
Mi sembrava così improbabile!
Dovevo crederci davvero?
Ha voluto riparlare.
“Facciamo come se non fosse successo nulla. Dimentichiamoci degli errori che abbiamo fatto e ripartiamo da zero”.
E’ stato come ritornare a respirare senza che bruciassero i polmoni.
I miei avevano discusso?
Si erano parlati tra di loro?
Cosa era accaduto per far si che mia mamma avesse capito di aver esagerato?
Mi era quasi difficile crederlo.
Avevo dei dubbi che ho forzatamente fatto tacere.
Ho voluto crederci.
L’ho abbracciata.
L’ho baciata.
Avevo ritrovato mia madre.
Ero nuovamente felice.
Completa.
Accettata.
Ha detto di di rimuovere.
Cancellare la nostra lunga lista di reciproci errori.
Ho accettato con entusiamo genuino la sua proposta.
Io ero pronta a farlo.
Non ero una persona che riusciva a portare rancore.
Tornavo a vivere.
Mi sentivo come chi si risveglia da un incubo e può riabbracciare una realtà molto più dolce.
Il brutto sogno è evaporato come se non fosse mai avvenuto.
Godevo di quella pace ritrovata come se fossi sopravissuta ad un uragano.
Dovevo ricredermi: le parole di mia mamma erano state causate dalla rabbia, dalla delusione.
Non le aveva pensate sul serio.
Meglio cancellare i mille pensieri negativi che avevo generato negli ultimi mesi.
Sarebbe stato troppo stupido perdere l’occasione che il destino ci aveva concesso.
Avevo ricevuto la dimostrazione che la mia vita non era fatta solo di negatività.
Estate intorno a me ed estate dentro al mi cuore.
Finalmente.

91-zombie

Prossimi alla partenza estiva.
Destinazione: la Sardegna.
Mi sembrava una beffa.
Perchè vendere una casa di proprietà in un determinato posto per poi tornarci a pagamento?
La strana di casa sarei stata io!?
C’era una strana quiete tra me e mia madre.
Forse si erano parlati tra di loro?..C’era lo zampino di mio padre?…Quando mai…
La mia unica speranza era di vincere il Superenalotto e poter scappare da questa gabbia di pazzi…Figurarsi quanto stavo messa male nello sperare di trovare un ago in un pagliaio…
Sapevo bene che io e mia madre eravamo una pentola a pressione in procinto di scoppiare.
Continuava a leggere quanto scrivevo.
Perchè farlo se non gli importava più nulla di me?
Abitudine?
Curiositá?
Dispetto?
Non sarebbe cambiata mai. Finchè fossi rimasta sotto il suo stesso tetto non avrei avuto alcun diritto alla riservatezza.
Non capivo: non si riteneva più mia madre, allora in base a quale ruolo pensava fosse giusto violare la mia intimità?
Mi sembrava un conflitto di interessi. Che donna contraddittoria…Se glielo chiedessi già mi immaginavo la risposta:
“Perchè devo difendermi da te”.
Giusto, doveva pure difendersi dal demonio che ero…Già.
Pensare con quanta intensità da bambina avevo desiderato una famiglia e vedere come la mia storia personale si era evoluta mi feriva terribilmente.
Bizzarro: non vedevo l’ora di allontanarmi dal mio sogno di sempre.
Temevo che sarei diventata pazza da un giorno all’altro.
In definitiva era stato cento volte meglio l’orfanotrofio.
Lì ero stata trattata molto meglio.
Non mi avevano mai illusa.
Non ero mai stata psicologicamente maltrattata come hanno fatto e stanno facendo i miei “genitori”.
I loro discorsi mi facevano rivoltare lo stomaco.
“Questo è il ringraziamento per averti tirato fuori dalla merda?”,
“Non è neanche tanto colpa vostra. È la vostra brutta razza che è fatta così: le donne sono tutte puttane e gli uomini camionisti”,
“Voi non avete bisogno di amore. Noi vi abbiamo preso perché dovevate studiare e prendere la vostra strada”.
Frasi sempre di lei.
Lui sempre zitto.
Si dice che chi tace acconsente.
Mi facevano venire i brividi.
Le rispondevo:
“Tu non ti vergogni di quello che dici? Te sei orgogliosa dei tuoi natali perchè il popolo sardo è il popolo ariano!?”.
Avrebbero dovuto pensarci molto più attentamente.
Il passo decisivo era stato compiuto proprio da loro.
Se dubbiosi avrebbero dovuto lasciarci a qualcun’altro.
Qualcuno con un desiderio maggiore, con certezze più forti.
Inspiegabilmente mi era più facile immaginare me e mio fratello dentro un’altra famiglia, ma non altri bambini insieme a loro; era come se avessi avuto la certezza che per loro sarebbe stato problematico con chiunque fosse loro capitato.
La realtà, tuttavia, era che proprio noi eravamo capitati proprio a loro.
Eravamo qui per un desiderio formulato da Barbara ed Ennio.
Nessuno li aveva obbligati.
Non siamo stati un dono offerto da un terzo.
Siamo stati una loro espressa decisione.
Avrebbero voluto poter darci indietro come un cucciolo che si è dimostrato troppo vivace?
Perché non hanno adottato a distanza?
Sarebbe stata la soluzione migliore per il loro punto di vista: aiutare un bambino a screscere, a studiare e sostenerlo a trovare la sua strada.
Un aiuto finanziario che non avrebbe avuto alcuna pretesa di tipo emozionale o sentimentale. Esattamente ciò che si sarebbe meglio adattato al carattere dei miei genitori.
A nessuno sarebbe stato attribuito un ruolo fasullo.
Sarebbero stati solidali con uno o più bambini meno fortunati e la loro coppia avrebbe vissuto una vita più facile.
Una palla al piede.
Una croce.
Non esiste incubo peggiore per una ragazza adottata che rendersi conto di rappresentare questo per i propri genitori adottivi.
É di moda parlare di zombie; peccato non siano una banale finzione cinematrografica: esistono: uomini e donne uccisi dai propri sogni, dalle proprie speranze, dai propri bisogni.
Cadaveri ambulanti svuotati, per i quali persino l’ossigeno risulta pesante e doloroso da respirare.
Il loro cuore morente batte a stento solo per ricordare loro la ragione della loro dipartita.
Vivono per morire ogni giorno.
Questo ero diventata io.

90-la mia personale impresa

Senso di vuoto.
Mi sentivo una..Come mi sentivo?…Come niente…Mi sentivo come il niente…Una sensazione terribile.
Mi sentivo senza cuore.
Solo un cuore arido come l’aria che mi circondava durante l’estate romana.
Ho pensato di chiamare Valentina.
Ma che cosa avrei ottenuto se non una poco soddisfacente telefonata a tre: io e la mia amica con mia madre attaccata ad un altro telefono a spiare la conversazione.
Non avevo neppure la libertà di parlare liberamente con una mia amica…Rimanevo capace di essere sincera solo con me stessa. Già. Perché era solo Clara a consigliarmi, a chiarirmi, a consolarmi. Ad essere il mio tutore.
Solo lei puteva farlo.
Solo lei sapeva tutto, perciò capire tutto.
Solo lei non mi avrebbe mai tradita.
Solo mi sentivo così vuota.

Ore. Giorni. Settimane. Mesi.
Il mio stato d’animo non era affatto cambiato.
Continuavo a sentirmi inesorabilmente vuota.
Senza niente.
Senza alcuna motivazione.
Senza un fine.
Ero davvero così mal messa?
Ero arrivata a raschiare soltanto il fondo?
Ammettere la verità che era dentro di me mi sarebbe costato.
Desideravo ignorare quella fievole luce che mi resisteva dentro per evitare che fosse annientata.
Era delicata come la fiammella di una candela.
Volevo custodirla, proteggerla anche dalla disillusa ciabbatta vecchia che stavo diventando.
Era come se avessi visto il viso di medusa e la mia trasformazione fosse doloramente lenta.
Stavo diventando di pietra.
Non lo desideravo, eppure, era il mio unico meccanismo di difesa.
Un difendermi che proprio non mi piaceva.
La mia fiammella lasciava viva una piccolissima parte del mio cuore.
Quella stessa minuzia mi faceva desiderare l’amore.
Il vero amore.
Un sogno lontano da me che desideravo quanto temevo.
Volevo così tanto qualcuno che mi scoprisse.
Qualcuno che lottasse per superare le mie barriere.
Esisterà qualcuno disposto a farlo?
Esisterà un ragazzo tanto altruista da desiderare questo?
Mi rendevo conto di cecare l’acqua nel deserto.
Avevo un’età nella quale qualunque ragazzo avessi incontrato avrebbe desiderato superare solo una barriera: le gambe chiuse.
Ero davvero di poco conforto per me stessa.
A tenermi in vita era la tenue speranza che fossi destinata a incontrare una persona che avrei amato con tutta me stessa.
Vivevo per trovare questo futuro amore.
Era la mia ragione di vita.
Che senzo avrebbe avuto, sennò, la mia presenza proprio qui?
Avrei voluto tornare a casa in un luogo dove mi sarei sentita la benvenuta, voluta. Amata. Rispettata. Un bacio, un abbraccio; tutto con il sorriso sul viso. Mangiare con lui a tv spenta, per aver la possibilità di parlare di qualunque cosa. Sedermi sul divano tra le sue braccia e rimanere così fino a notte fonda. Amata. Voluta. Rispettata. Protetta.
Ecco cosa mi avrebbe resa felice.
Ecco cosa desideravo in questo mondo di lupi.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e trovare una persona tanto forte e determinata da abbattere i miei incubi e le catene che mi imprigionavano.
Avrei dovuto cercare questa persona. Trovare la casa. Preparare quei piatti. Comprare il divano.
Si.
Sarebbe stata questa la mia ragione di vita.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e contro il mondo per ottenere tutto ciò che prospettava il mio domani.
Ecco che qualcosa era finalmente cambiato: possedevo ciò di cui molti risultavano privi: avevo una meta.
Il mio fine, ma la bellezza era che costituiva anche un punto di partenza.
L’impresa della mia vita.
Questo avrei dovuto affrontare se davvero volevo vivere e non veder vivere.
Ero consapevole di quanto la cosa rappresentasse la mia personale scalata sul monte Everest: conoscevo fin troppo bene la forza dei miei complessi e dei miei terrori per non sapere che la mia sarebbe stata una battaglia molto facile da perdere. Ecco perchè nella mia testa esisteva solo il mio autista.
Il mio amore fantoccio ed unilaterale che mi regalava false illusioni.