104-l’instancabile romantica

Sentivo il bisogno di liberare il mio spirito e dare libero sfogo ciò che nel più profondo mi sembrava di percepire.
Li avevo desiderati.
Sognati per anni.
Amato dal primo istante.
Ricoprivano un ruolo di rilevanza fondamentale nel mondo interiore delle mie priorità.
Adottare non voleva dire solo soddisfare bisogni fisici primari ma soprattutto prendersi l’impegno di soddisfare bisogni emotivi.
Ogni bambino adottato ha una sola e prima necessità: sentirsi importante, sentirsi amato e coccolato.
Vuole le attenzioni di una padre e di una madre.
Chi si sente assetato della proprio brama di amore si apre a tutto.
Il vero amore si ha quando si ha la totale comprensione dell’altro.
Qualunque forma di resistenza si scioglierà davanti al desiderio puro di amare di un genitore adottivo.
Se voluto sarebbe capitato anche a me.
Da instancabile romantica scrivevo ancora nella speranza che mia madre si accorgesse dei suoi errori.
LO negavo a me stessa perché era pesante ammettere che le sue violazioni avessero una finalità positiva.
Non è stato facile lasciare che lei leggesse queste pagine.
In passato avevo smesso di scrivere proprio a causa delle sue incursioni inopportune.
Avevo smesso quando lei ha iniziato ad usare le mie stesse parole contro di me. Ero e sono di coccio.
Adesso scrivevo nella flebile speranza che lei imparasse a capire qual era la vera Clara.
Speravo queste parole ci avessero aiutate ad avvicinarci e a conoscerci.
Non ci credevo poi tanto, inutile avere troppe aspettative.
Erano tentativi dai quali non mi aspettavo grandi cambiamenti, ma non volevo rimorsi: volevo provarci e combattere ancora e ancora perché non accettavo la situazione nella quale mi trovavo.
Sapevo che erano veri e propri frontali.
Sapevo di non avere alcuna cintura a proteggermi dalla collisione, eppure, ostinatamente, continuavo a tentare per una ragione semplice: li amavo.
Stavo già soffrendo abbastanza.
Non volevo illusioni.
Era deludente essere costretti ad aver dei fogli bianchi come confidenti.
I miei coetanei mi apparivano impreparati ad affrontare i miei problemi.
Erano semplicemente troppo grandi.
Montagne alte e ripide per i miei compagni di tempo.
Valentina, Mariangela, Valeria hanno già un bel da fare nell’essere le mie amiche. Non volevo varcarle troppo con i miei affanni.
Gli abbracci, i baci, le carezze delle mie compagne erano degli antidolorici troppo poco duraturi. Il loro calore aveva vita troppo breve. Ammiravo la loro dedizione a me. Le ringraziavo perché ciò che facevano rappresentava il massimo che potevano darmi; tuttavia è troppo poco.
Lo sarebbe stato per chiunque.
Vivevo nella costante sensazione che mi mancasse l’ossigeno.
Come se fossi costretta a vivere sott’acqua.
Mi sembrava di passare le mie giornate nella continua sensazione di star morendo soffocata.
Avevo i sintomi dell’annegamento senza riuscire a morire mai.
Era una tortura che non aveva fine.
Mi stava scoppiando il cuore.
Quanto sarei riuscita a sopportare ancora?
Quanto sarebbe passato prima che avessi iniziato a somatizzare il mio dolore? In quale malata mi avrebbe trasformata il mio tormento dell’anima?
Gli amici di famglia, i miei famigliari, tutti erano distanti da me
Vivevo in una terra di nessuno invalicabile per chiunque.
Mi sembra di essere totalmente fuori dalla vita.
Poi avevo Gianni che mi dava la sensazione di essere viva e di non essere trasparente.
Un amore malato a coprire il più folle degli amori…Lo chiamavo amore…In realtà non sapevo proprio come avrei dovuto chiamare ciò che i miei genitori provavano per me.

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