101-Scrivevo

Sono stata scorretta.
Mi sentivo così male al pensiero di aver ferito Stefano.
Era un uomo molto sensibile.
Egoisticamente avevo pensato che volesse stare in mia compagnia perché consapevole di quanto stessi male.
Pensavo volesse solo dimostrarsi di aiuto ad una ragazza disperata.
Il fatto che abbia provato a baciarmi mi ha lasciata di sasso.
Mi sono rifiutata.
Mi sono scostata.
Non riuscivo ad essere falsa.
Mi sarei aggrappa a chiunque.
Solo Stefano mi aveva fraintesa.
Ancora ero innamorata del suo migliore amico.
Le mie braccia erano ancora calde del ricordo del corpo di Gianni.
Lui non poteva non saperlo.
Potevo stare in sua compagnia solo perché lo vedevo come amico.
Peccato lui mi abbia detto che si è innamorato di me.
Perché peccato?
Perché io non ricambiavo i suoi sentimenti.
Che bizzarro triangolo avevamo formato.
Nessuno di noi due, né io, né Stefano possiamo avere chi realmente vogliamo.
“Ti prego, non costringermi ad allontanarmi da te”.
Tra le lacrime ho potuto dirgli solo questo.
Non gli ho dato spiegazioni.
Conosceva la mia situazione famigliare ma non gli uragani che mi sconquassavano dentro.
Vedeva il mio dolore ma non ne conosceva tutte le cause.
Mi ha abbracciata e mi ha chiesto perdono.
Sarebbe stato così dolce abbandonarmi all’amore di Stefano.
Sarebbe stata una sicura sciaruppa di salvataggio per il relitto di ragazza che ero diventata.
Solo lui non mi piaceva.
Gli volevo bene ma sapevo che di lui non mi sarei mai innamorata.
Stavo male.
Stavo davvero male.
Non c’era male peggiore del ferire una persona che proprio non lo meritava. Soffrivo intensamente al pensiero di aver procurato del diasagio a Stefano.
Se pure avessi scoperto di poter ricambiare i suoi sentimenti sarebbero sorti problemi insormontabili.
Come avrei potuto gestire la situazione?
Non avrebbe potuto funzionare per i miei catastrofici problemi famigliari: troppi e troppo determinanti nel condizionare la mia vita; per non parlare dei miei complessi.
L’esperienza con Fabio mi aveva reso chiaro che non potevo permettermi di lasciarmi amare da chicchesia.
Con Gianni era stato lo stesso.
Tutto sarebbe stato comunque contro di noi.
Ormai dentro casa era diventato un inferno.
Avevo perso del tutto l’illusione di poter sentirmi figlia.
Mi sentivo una palla al piede.
Una spina dentro al cuore dei miei genitori.
A detta loro colei che: “vuole distruggere l’armonia famigliare”.
Quando mai l’abbiamo avuta?
Che ridere!
La figlia che aveva mire sul padre.
Quella che pensava di fare la puttana per vivere.
Ormai ne avevo sentite talmente tante che avevo finito per diventare insensibile a qualunque loro forma di offesa.
Non sentivo più niente dentro al cuore.
Vivevo solo di sensazioni di disagio.
Il desiderio di non voler mai tornare dentro le terribili mura di casa.
Il mio entusiasmo che svaniva appena varcata la soglia di entrata.
Il non poter essere me stessa.
Il non poter esprimermi.
La voglia infinita di urlare la mia rabbia infinita e la mia frustrazione.
Mi sentivo un fantasma.
Per loro diventavo visibile solo quando volevano ferirmi.
Quando Stefano mi ha chiesto di poter uscire con me era stato come ricevere una botta di vita pura.
Ho goduto di ogni momento passato con lui come se fosse aria pura.Pulita.
Quando ha provato a baciarmi ha rovinato tutto.
Non riuscivo a fare niente di giusto.
Tutto di me si riduceva a diventare un errore.
Persino chi si avvicinava con l’intenzione di salvarmi era contagiato dalla mia negatività.
Ero la mia prigione e il mio rifugio.
Riuscirà mai qualcuno a impegnarsi a conoscermi, a svelarmi? O dovrò morire da perfetta sconosciuta per tutti?
La vita mi appariva solo terribile.
Per nulla bella.
Non riuscivo ad amarla.
Solo a odiarla.
Era tutto così dannatamente incomprensibile!
Vita.
Io non l’avevo chiesta.
Perché egoisticamente mi hanno dato in pasto a questa realtà?
Era stato amore?
Allora l’amore era un male.
Era stato il semplice desiderio carnale?
Allora il piacere era una condanna.
Non riuscivo più a credere in nulla.
Ero caduta da un nido di uccelli spazzini per finire in un nido di condor.
Loro hanno ben capito che non ero un loro frutto e ora si stavano cibando di me.
Non mi restava che cinquettare debolmente per testimoniare il mio strazio. Scrivevo.
Mi restava solo questo.
Un subdolo mezzo di comunicazione.
Un parlare muto.
Solo chi parla può avere una chanse di essere compreso.
Perché io mi ostinavo a continuare un dialogo che non poteva avere feedback?
Ancora non mi era chiara la ragione per cui continuavo a riempire questi fogli.
Forse un giorni ne avrei compreso la motivazione.

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