I giorni passavano e le ferite si rimarginavano.
Per poi essere riaperte.
Che tristezza.
Un dolore ora copriva un altro dolore.
Dovevo ammettere che preferivo soffrire per un ragazzo che non per i miei genitori.
Il dolore che nasceva dal pensare a Gianni riuscivo a viverlo, ad affrontarlo. Il tradimento dei miei genitori non riuscivo a tollerarlo.
Faticavo a concepirlo.
Focalizzare la mia attenzione sull’ultima delusione con Gianni era molto meglio.
Imparagonabile.
Il famoso male minore.
Sembravamo due estranei, benché sapessimo entrambi che non era la verità.
Le occhiate che ci lanciavamo dicevano l’opposto.
Come dimenticare i suoi baci, i suoi abbracci, le sue carezze, il suo corpo e quei capelli che ho amato toccare.
Non avevo rimpianti.
Non avevo rimorsi.
A mio avviso l’aver corso mi rende felice nella mia tristezza.
Un correre che era significato aver parlato molto poco ed essersi toccati molto.
Immaginavo sarebbe stato bello fare l’amore con Gianni.
Sarebbe stato piacevole avere quel tipo di contatto con lui.
Ricevere piacere da lui sarebbe stato il massimo.
Così come sarebbe stato precoce e immaturo: non mi ha mai amata, solo voluta.
Aveva desiderato il mio corpo: un guscio imperfetto che non ero disposta a condividere con nessuno.
Di chi fosse Clara non gli era importato poi molto.
Si era allontanato, donandomi una verità a cui non credevo; si era allontanato perché aveva immaginato la realtà più banale. Non gli interessavo abbastanza da spingerlo a capire cosa avessi ne l cuore.
Se non altro era stato sincero a dirmi che lui aveva voglia di divertirsi.
Ero mai stata ciò che lui desiderava.
Lui non era mai stato ciò di cui io avevo bisogno.
Se avessi avuto la forza di dargli tutta me stessa allora avrei sofferto dieci volte di più.
Il mondo del condizionale non mi avrebbe portata da nessuna parte.
La semplice verità era che avevo troppo schifo del mio corpo per concederlo a qualcuno.
Figurarsi a Gianni.
Sapevo che avrei dovuto odiarlo.
Pensava di potersi divertire con una bambolina.
Non gliel’avevo permesso.
Si era allontanato perché il gioco non valeva la candela.
Ancora non riuscivo ad esserne disgustata?
No.
Non volevo leggere preoccupazioni sul suo volto.
Per lui desideravo quel sorriso solare che mi aveva fatta sciogliere come neve al sole.
Ma che dicevo!?
Doveva soffrire! Soffrire come stavo soffrendo io!
Speravo che si innamorasse che nel momento in cui si fosse sentito sicuro di quell’amore fosse abbandonato.
Se fosse tornato da me avrei avuto il coraggio di dirgli addio?
“Ti prego aiutami a dimenticarti, perché da sola non riesco”.
Ironia della sorte ci incontravamo davvero spesso.
Per puro caso.
Se fosse tornato da me come avrei reagito?
Una storia finita non aveva senso di ricominciare.
Se una relazione si conclude, vuol dire che non si è lottato, che la rottuta è stata sccettata, quindi voluta.
Lui ha preferito lasciarmi.
Io ho sofferto.
Ho soffeto da matti.
Non voglio che si ripeta.
Eppure. Dopo tutti questi ragionamenti avevo dei dubbi.
Davvero sarei riuscita a dirgli di no?
Mi ha detto che lui e la sua fidanzata litigano spesso, tutti i giorni.
Gli sta bene, che soffra un po’ anche lui!
Già è fidanzato.
Dovrebbe bastare questo a togliermelo dalla testa.
Ero così confusa.
Non sapevo se Gianni mi mancasse veramente o scrivessi di lui per abitudine.
Mi sembrava di aver vissuto solo un sogno.
Basta questo a capire quanta fosse la mia confusione.
Mi sembrava che non ci fosse niente di fermo nella mia vita.
Tutto è irrimediabilmente destinato a finire.
Non ci sono eccezioni.
Mi vedo sbiadire davanti ogni cosa.
Mi sento come un albero senza radici che si trova in mezzo ad un’alluvione.
Cercavo disperatamente qualcosa a cui aggrapparmi senza alcun successo.
Nella mia mente dio supremo era il caso.
Non esistevano punti fermi.
Tutto si reggeva sul nulla.
Ero io ad essere sbagliata?
O sono diventata sbagliata a forza di sentire che la gente mi reputava in questa maniera?
Non vedevo soluzione ai miei problemi.
Ogni mia scelta mi sembrava che non fosse quella azzeccata.
Se mai fosse esistita.
L’equilibrio che reggeva la mia vita era precario ed illusorio.
Sarebbe stato meglio se a ciascuno di noi fosse stata data la possibilità di scegliere di nascere o meno.
Io avrei scelto l’oblio.
Meglio il nulla assoluto che questa sofferenza.
In questo modo i vivi non avrebbero potuto lamentarsi della vità in quanto libera decisione spontanea e personale.
Visto che non mi era stata data questa scelta, mi sentivo legittimata a lamentarmi di essere nata e di dover vivere questa poco gradevole realtà.
Ho avuto due madri ed entrambe mi hanno rifiutata.
Ho avuto due padri ed sommati l’uno all’altro non fanno un quarto di uomo.
Avevo più possibilità di vincere la lotteria che di ritrovarmi con questo bel poker di genitori.
Se non altro i miei genitori biologici ci avevano abbanbonati nella speranza che avessimo una vita migliore.
I secondi ci hanno solo illuso.
Ci hanno fatto credere di poter amarci e non si sono mai impegnati a farlo.
Volevano figli perfetti, pur non rasentando la perfezione loro stessi.
La loro vita era fatta solo di pretese.
Chiedono senza concedere mai.
Vivevamo insieme da anni e potevo dire di non conoscerli affatto.
Conoscevo le loro abitudini, i loro pregi e i loro difetti. Ma della loro personalità più profonda, della loro essenza non sapevo nulla.
Le loro paure, i loro sogni, le loro speranze. Non le conoscevo.
Siamo rimasti così lontani l’uno dall’altro.
Mi hanno preso bambina, ora sono una ragazza matura.
Da quel lontano giorno in cui ci siamo incontrati la prima volta non siamo cambiati affatto.
Ognuno di noi era rimasto dentro lo spazio intimo nel quale si era rifugiato e non ne era mai uscito.
Negli anni ci siamo solo sfiorati.
Adesso i nostri contatti erano ai minimi storici.
Ci limitavamo a condividere la tavola e nel dormire sotto lo stesso tetto. Nient’altro.
Se non lo abbiamo fatto negli anni precedenti, ora mi sembrava solo utopico poter pensare che ci potesse essere dello sviluppo positivo nella nostra convivenza.
Li chiamavo madre e padre solo perché ero avvezza a definirli tali.
Non perchè li sentissi tali.
Provavo un dolore tremendo nell’ammetterlo. Un dolore tanto profondo ed intimo che mi si torcevano le budella al solo pensarci.
Per me loro avevano rappresentato tutto.
La mia prima necessità .
Il mio sogno di bambina ottenuto.
Il mio errore più grande era stato quello di non averglielo mai fatto capire veramente.
Oramai era troppo tardi.
Avevo sofferto così in profondità che diffidavo da loro.
Non ero disposta a condividere con loro le mie ferite per la terribile paura che ci sputassero sopra.
Non avrei potuto sopportarlo.
Mi stavo ancora sforzando a fortificarmi contro la mia terribile delusione genitoriale.
Non potevo permettere altri inutili tentativi.
La terra non mi appariva fertile per alcun tipo tentativo.
Io non ero forte abbastanza per provarci.