Ero confusa.
Non sapevo che fare.
Era il 31 ottobre, stavo festeggiando con qualche conoscente ad un pub, eravamo una tavolata di sole ragazze.
Mi sono trovata Gianni davanti.
Il cuore mi è collassato dalla gioia e dalla paura.
Era venuto insieme a Stefano, un collega a cui era molto affezionato.
Per fortuna era arrivato tardi.
Troppo tardi per gli orari che mi avevano imposto a casa.
Era arrivato in tempo solo per il saluto della buonanotte.
Alla mezza io sarei dovuta stare sotto il portone di casa in attesa che mi fosse aperto.
“Dai, resta ancora un pochino: ti accompagno a casa io”,
“Mi hanno insegnato a non prendere passaggi dagli sconoscuiti”,
“Come fai a non fidarti di me: sono il tuo autista!”.
Frase detta per paro caso, un capriccio della lingua.
Non aveva la minima percezione di quale fosse per me il valore della sua frase.
Era stata la sua immagine a salvarmi dai momenti più dolorosi della mia esistenza.
Era stato il mio vivere la mia attrazione verso di lui a permettermi di andare avanti.
Pensare a lui mi era servito a non impazzire.
Lui non poteva sapere nulla di tutto questo.
“Per me è stata una sorpresa che tu mi abbia cercato. Pensavo di esserti antipatico, mi salutavi una volta si e tre no. Sembrava quasi mi facessi un favore. Te la tiravi da morire”.
Vero.
Non volevo che si avvicinasse troppo.
Avevo chiesto il suo nome proprio a Stefano qualche tempo prima per via del suo sorriso simpatico e perché li avevo visti parlare spesso insieme.
Quando Stefano mi aveva chiesto nel primo pomeriggio dove avessimo intenzione di festeggiare la notte di Halloween, ho risposto con leggerezza, non avevo pensato che mi avrebbe portato Gianni.
“Hai visto che sorpresa che ti ho organizzato!? Poi non dire che Sfefano tuo non ti pensa!”, avrei risposto al suo sorriso dolce con il più generoso degli abbracci se non avesse aggiunto:
“‘Ndo stanno le amiche tue!? Fammi vedere se c’è qualcosa che mi piace!”, si è allontanato ma solo per far ritorno col menù e quello si è limitato ad esaminare dopo avermi regalato un occhietto.
Io e Gianni abbiamo avuto il tempo per una breve chiacchierata.
Ha dieci anni più di me.
Mi hanno tremato le gambe quando ho sentito pronunciare quel “ventinove anni”.
Un uomo.
Sarei scappata a gambe levate.
Peccato che non ci riuscissi.
Felicemente libero da qualche mese da una fidanzata storica.
Ascoltavo le sue parole come se avessi le orecchie tappate.
Dentro di me ero euforica e terrorizzata.
Dove mi stavo cacciando?
Ci siamo salutati dopo esserci scambiati il numero di cellulare.
“Domani ti chiamo”, mi ha promesso.
Quella sera ho chiuso gli occhi con un nuovo sentimento: l’attesa.
L’attesa felice di un evento che avrebbe portato il sole nelle mie giornate.
Ho fatto tacere i miei fantasmi.
Non volevo rovinare la conclusione di quella notte particolare.
Volevo crogiolarmi nel calore di quel mio dolce ed intenso innamoramento…Diavolo ma erano dieci anni più dei miei!…Era poi così importante uno stupido particolare anagrafico!?…Sti cavoli! Poco importa!
Lui mi stava cercando, era interessato a me: questo era rilevante!
Ho pregato alla notte di volare rapida e decisa e di lasciare spazio al giorno perché l’attesa sembrava essere troppa per una Clara assetata di attenzioni.