Gianni.
Finalmente avevo il suo nome.
Avrei dovuto pensare ai miei problemi reali.
La verità è che non ne avevo la minima intenzione.
Come avrei potuto combattere contro il mio personale Golia se non stringevo nulla tra le mani?
Da codarda preferivo far finta di ignorare. Soffrire in silenzio.
Non reagire ne a Golia ne ai tre quattro Titani che mi portavo dentro.
Soffocare il tutto.
Far finta che non esistessero.
Distrarmi con altro.
“Voglio sognare. Posso sognare un pochino? Lui mi occupa in pensieri piacevoli. È un rifugio dolce”. Mi dicevo.
“Ti prego di non distruggermi. Non farmi male. La ripresa sarebbe così lenta…Non è poi difficile difendermi da te: basterà mantenere le distanze”.
Facile a dirsi ma non a farsi.
Ero come un satellite che lottava invano contro la forza di gravità di un pianeta che lo attirava a sé.
“Che posso fare se quest’attrazione mi piace così tanto?
Si. Amo le sensazioni che tu, Gianni, susciti in me”.
“Sono malata d’amore. Ne ho bisogno per vivere”.
Il mio bisogno primario.
Una necessità che mi imponeva di sforzarmi di aprire gli occhi ogni mattina.
Una necessità che era diventata il mio terrore più grande.
Amavo l’amore quanto lo temevo.
La mia mentale parabola amorosa è stata distratta dalle risate di qualche adulto.
Ennesima festa dei parenti in giardino.
Le loro risate arrivavano fino al terzo piano.
Avrei voluto essere insieme a loro.
Divertirmi insieme a zii e cugini.
Avrei voluto ricucire il rapporto che avevo spezzato con loro…per cosa poi mi ero allontanata dai miei parenti!? Avevo scelto di ignorarli per compiacere mia madre ed ecco come ero stata ricambiata: ripudiata io stessa.
Da una parte mi sarebbe piaciuto prendere e scendere tra di loro e farmi ritrovare li a far festa: sai come ne sarebbe stata felice la mia mamma?
Avrebbe rosicato in eterno.
Non lo facevo perché non era giusto farlo nei confronti di persone a cui non ho nemmeno rivolto il saluto nell’incrociarli per strada.
Accettavo le conseguenze del mio agire.
Mi limitavo ad ascoltare la loro allegria.
Le persiane di casa erano socchiuse; a fingere che non ci fosse nessuno al suo interno.
Era diventata una tradizione che durava da anni.
L’ennesima stupida messa in scena inventata da mia madre.
Io e mio fratello non avremmo avvicinato il viso alle finestre, non saremmo usciti di casa.
La novità erano i miei genitori.
Erano usciti la mattina presto.
Avevano un nuovo impegno: cercare la villa perfetta che sarebbe diventata la nuova dimora.
I fine settimana li impegnavano nell’estenuante ricerca.
Un fare il loro che finalmente mi permetteva di respirare un pochino.
Presto anche il nostro appartamento sarebbe stato messo in vendita.
Mia madre non vedeva l’ora di allontanarsi definitivamente da una palazzina che odiava con tutta se stessa.
Cosa ne pensavo io?
Sapevo che per me non sarebbe cambiato nulla.
Mura differenti non avrebbero di certo cambiato i sentimenti che regnavano sovrani nella nostra famiglia.
Tutti erano dei totali estranei: il mio strano lontano freddo fratello, il mio lontano invisibile padre, e lei, la strega maligna.
Non ero affatto felice di esprimermi in questi termini.
Che potevo farci se era la verità?
Una relativa verità?
Ok, era la mia verità.
Se non altro io ci mettevo un po’ di razionale riflessione nel formulare sentenze.
Chissà in quali battaglie interne erano impegnati i membri della mia sgangherata famiglia…Tristezza, sofferenza, solitudine, noia…Non sapevo nulla; non avevo idea di quali fossero le sensazioni nelle quali erano immersi.
Non conoscevo chi avevo vicino a me.
Solo una cosa ci univa: il reciproco silenzio.
Il: “Fatto compiti in classe? Interrogazioni? Voti?” lo avevo volutamente escluso dai tentativi di dialogo, perciò ci rimaneva solo il silenzio.