Sentir piangere la mia amica è stato doloroso.
Sentirmi causa del suo dolore è stato straziante.
Mi sono sentita come il peggiore degli esseri umani.
Pensando più al suo affetto per me, Valentina ad ogni chiamata metteva da parte il vero e proprio terrore che aveva per mia madre e perseverava nel chiamarmi a casa.
Durante una delle nostre mille ricreazioni, mentre eravamo sedute nel cortile della scuola a chiacchierare, le ho chiesto di non cercarmi più a casa.
“Clara, io lo so come ti senti quando stai la dentro; anche se dovesse farsi gli affari miei, non ti preoccupare: non ho nulla da nascondere. L’essenziale è che tu non ti senta sola. Sento il bisogno di farti sentire che io ci sono per te”.
Quanto è stata bella questa frase.
Indimenticabile.
Un dolce stellato presentato su di una tavola fatta di cibo freddo ed insapore.
Una frase che mi ha salvata dalla solitudine.
Una luce meravigliosa nel buio che mi circondava.
Detta solo per me.
Ha promesso e così ha mantenuto.
Non per giorni: per anni.
La nostra amicizia, tuttavia, non aveva fatto i conti con l’odio di chi mi era capitata come madre.
Aveva risposto lei.
Era diventata un’abitudine che fosse lei a scattare allo squillare del telefono.
Mi ha portato il wireless e nel consegarmelo ha quasi urlato:
“Valentina: quella puttana ancora non ha capito che non deve chiamare in questa casa?”.
Mi sono sentita morire.
Impossibile che dall’altro capo non avessero sentito.
Ho avuto la conferma che avevo una madre completamente pazza.
Quando ho portato il telefono all’orecchio i miei timori hanno trovato fondamento.
Per quanto si sforzasse di resistere, la mia amica piangeva.
Abbiamo provato a portare avanti la conversazione.
Invano.
Il suo pianto diventava via via meno controllato.
Nessun discorso sembrava utile a distrarci.
“…Vale, mi dispiace così tanto…”
“Non ti preoccupare non è colpa tua…Solo ora mi riesce difficile parlare…Dai, ti richiamo più tardi…”
“…Mai avrei immaginato che avrebbe avuto la sfrontatezza di prendersela con te…Non so come scusarmi…Cosa dire…”
“…Ci sentiamo…Mi faccio sentire più tardi…Scusa Clara ma non ci riesco…”.
Mi ha lasciata mentre si sfogava in un pianto disperato.
Ho attaccato il telefono come se mi avessero dato una notizia di morte.
Mi sono sfogata sulla carta perchè ho pensato sarebbe stato più ragionevole.
Arrabbiarmi con una folle non sarebbe servito a nulla.
La mia voglia di prenderla a pizze mi faceva prudere le mani.
Ho deciso di ingoiare il boccone amaro della rabbia.
Non ho voluto darle la soddisfazione di reagire.
Ha voluto ferire la mia mia migliore amica proprio in virtù di quello che rappresentava per me.
Ha voluto fare del male a Valentina con la speranza di allontanarla da me?
Sarebbe stata questa strega a farmi rompere con la mia rospa?
Dalla sua cattiveria ormai avevo imparato ad aspettrmi di tutto.
Avevo promesso di non parlare più di mia madre tra le mie pagine…Volevo completamente escluderla da ciò che scrivevo; poter far finta che non esistesse per il tempo di buttare giù due parole su inchiostro…Come potevo farlo se aveva deciso di condizionare fino all’esasperazione la mia vita?
Era un’impresa impossibile.
Andarmene?
Si.
Dove?
Come?
Dio quanti problemi sapeva procurarmi!
Fino a quando avrebbe continuato a rovinare me e a colpire chi sentivo di amare?
Perché tutto questo?
A lei chi le aveva impedito di vivere?
Chi le aveva dato il diritto di farmi tutto questo?
Perché avrei dovuto continuare a sopportare?
Che avrei potuto fare?
Quale era la cosa più giusta da fare?
Non era possibile dover sopportare e soffrire in questo modo tra le mura della propria casa.
Non era giusto che una madre che mi aveva voluta, che aveva fatto quattordici ore di volo e mille peripezie per ottenermi, ora mi faccesse tutto questo.
Non era ragionevole.
Era come se volesse rendere la mia vita tanto insopportabile da costringermi a uscire da casa il prima possibile.
Torturarmi psicologicamente per allontanarmi quanto prima.
Questa era l’unica spiegazione che poteva giustificare la sua malignità.
Davanti ai miei libri scolastici non potevo non pensare al pianto della mia Valentina…Sarebbe cambiato qualcosa tra di noi?
Avrebbe vinto la strega?…In fin dei conti che guadagnava lei dall’essere la mia migliore amica?…Ero un bel pacchetto di complicazioni. l’avrei capita se avesse deciso di allontanassi da me…Ne avrei sofferto ma l’avrei compresa. Lontana da me sarebbe stata lontana da mia madre: questa era l’unica amara consolazione.
Non mi abbandonavo al lutto solo perché Vale era una ragazza troppo speciale e caparbia da abbandonare il campo di battaglia. Era stata ferita ma ciò l’avrebbe resa solo più determinata a farmi sentire il suo affetto e la sua vicinanza.
Era lei il mio tesoro. Il mio calore.
Il mio salvagente nella tempesta. Non risolveva i problemi ma ha certamente aiutato a restare a galla.
Da allora Valentina è un pezzo del mio cuore, presente in ogni battito.