Avessi avuto dei nonni.
Avessi avuto una buona confidenza con qualcuno dei miei zii o zie.
Avessi avuto qualcuno veramente vicino a me avrei chiesto aiuto.
Avrei cercato aiuto.
Mi sarei rifugiata tra le loro braccia.
Mi sentivo in balia di una tempesta troppo grande per me.
In realtà non avevo nessuno.
Era stata così brava a isolarsi ed isolarci da tutti che avevamo solo terra bruciata intorno a noi.
Intorno a me.
Non avevo nessuno da cui rifugiarmi, nessuno a cui chiedere un consiglio.
Brutta cosa la solitudine totale.
Brutta cosa il sentirsi vecchi a nemmeno vent’anni.
Portavo avanti le mie giornate incolori come se fossi stata un automa.
Tornare a casa mi toglieva vitalità.
Mi sentivo come un fantasma.
Se venivo notata era per sparare qualche altra cattiveria.
Inutile dire quali fossero.
Erano sempre le stesse identiche volgarità.
Si stupiva del mio comportamento.
Della passività con cui affrontavo la quotidianità.
“Inutile che cerchi di attirare l’attenzione. Credi di farmi impietosire facendo la vittima!? Pensa a studiare e a sbrigarti ad andare via!”.
A detta di lei avrei dovuto fare finta di niente.
Avrei dovuto pensare solo alla scuola.
Io non ci riuscivo.
Mi era impossibile non pensare a ciò che era avvenuto in casa.
A ciò che avveniva in casa.
Mi era impossibile non pensare a quale fosse l’immagine che aveva di me la mia famiglia.
Come avrei potuto semplicemente ignorare?
Io non ci riuscivo.
Non ero capace.
Non riuscivo a non pensarci…Solo se avessi continuato a pensarci sarei impazzita.
Pensare non mi faceva bene.
Unico modo per regalarmi un poco di sollievo era pensare ad altro.
Coprire le mie stesse riflessioni con qualche palliativo.
Il mio autista diventò il padrone dei miei pensieri.
Per questo ho iniziato ad adorarlo.
Dimenticarlo?
Ignorarlo?
Ci provavo ma per me era diventato come aria.
Era paracetamolo per la mia anima ferita.
Mi distraeva dal mio dolore.
Mi serviva qualcuno attraverso il quale poter usare un cuore, perchè senza di lui sarebbe vissuto inutilizzato.
Provavo a concentrarmi sulle mie amicizie.
Poter abbandonarmi completamente in esse era un lusso che non mi era permesso.
In casa non mi concedevano la libertà di poterlo fare.
Solo bastoni tra le ruote.
Ecco quale era l’unico dono della donna che chiamavo madre.
Non avevo gli spazi giusti per dare libero sfogo al mio bisogno di affetto.
La persona a me più cara doveva stare lontana da casa mia.
Meglio non nominarla nel castello della regina, giacchè al solo pronunciare il suo nome lei si sentiva innervosire.
Le mie chiamate con Valentina erano continuamente intercettate da mia madre.
“Questa poco di buono ancora non ha capito che non deve chiamarti in questa casa?”, diceva a voce alta per farsi sentire da lei mentre mi lasciava il telefono,
“Mi serve il telefono! Basta con le vostre stronzate, fatti chiamare sul cellulare”, urlava a metà chiamata.
Ero terribilmente dispiaciuta per Valentina.
Trattata con cattiveria ingiustificata perchè la sua unica colpa era quella di essere la mia migliore amica.
Preferivo non cercarla quando ero in casa.
Era il mio modo per evitarle che fosse ferita.
Era il mio modo di proteggerla dalla lingua velenosa di mia madre.
A Vale non importava.
Lei continuava a cercarmi, a telefonarmi.
I suoi sentimenti per per erano più forti della malignità di mia madre.
Mi sentivo onorata di essere tanto importante per lei, il suo affetto per me era acqua nel deserto.
Avessi potuto avrei passato tutti i miei pomeriggi in sua compagnia e sarei tornata a casa solo al calare della notte, ma era impossibile: si usciva solo il sabato pomeriggio.
Sporadicamente ero riuscita a poter passare qualche pomeriggio insieme a lei a casa sua…Le volte si contavano sulle punte di una mano…Allora si che mi sembrava di poter respirare!
Come stavo bene in quei momenti!
Casa mia era diventata una gabbia rovente dalla quale non vedevo l’ora di poter allontanarmi.