90-la mia personale impresa

Senso di vuoto.
Mi sentivo una..Come mi sentivo?…Come niente…Mi sentivo come il niente…Una sensazione terribile.
Mi sentivo senza cuore.
Solo un cuore arido come l’aria che mi circondava durante l’estate romana.
Ho pensato di chiamare Valentina.
Ma che cosa avrei ottenuto se non una poco soddisfacente telefonata a tre: io e la mia amica con mia madre attaccata ad un altro telefono a spiare la conversazione.
Non avevo neppure la libertà di parlare liberamente con una mia amica…Rimanevo capace di essere sincera solo con me stessa. Già. Perché era solo Clara a consigliarmi, a chiarirmi, a consolarmi. Ad essere il mio tutore.
Solo lei puteva farlo.
Solo lei sapeva tutto, perciò capire tutto.
Solo lei non mi avrebbe mai tradita.
Solo mi sentivo così vuota.

Ore. Giorni. Settimane. Mesi.
Il mio stato d’animo non era affatto cambiato.
Continuavo a sentirmi inesorabilmente vuota.
Senza niente.
Senza alcuna motivazione.
Senza un fine.
Ero davvero così mal messa?
Ero arrivata a raschiare soltanto il fondo?
Ammettere la verità che era dentro di me mi sarebbe costato.
Desideravo ignorare quella fievole luce che mi resisteva dentro per evitare che fosse annientata.
Era delicata come la fiammella di una candela.
Volevo custodirla, proteggerla anche dalla disillusa ciabbatta vecchia che stavo diventando.
Era come se avessi visto il viso di medusa e la mia trasformazione fosse doloramente lenta.
Stavo diventando di pietra.
Non lo desideravo, eppure, era il mio unico meccanismo di difesa.
Un difendermi che proprio non mi piaceva.
La mia fiammella lasciava viva una piccolissima parte del mio cuore.
Quella stessa minuzia mi faceva desiderare l’amore.
Il vero amore.
Un sogno lontano da me che desideravo quanto temevo.
Volevo così tanto qualcuno che mi scoprisse.
Qualcuno che lottasse per superare le mie barriere.
Esisterà qualcuno disposto a farlo?
Esisterà un ragazzo tanto altruista da desiderare questo?
Mi rendevo conto di cecare l’acqua nel deserto.
Avevo un’età nella quale qualunque ragazzo avessi incontrato avrebbe desiderato superare solo una barriera: le gambe chiuse.
Ero davvero di poco conforto per me stessa.
A tenermi in vita era la tenue speranza che fossi destinata a incontrare una persona che avrei amato con tutta me stessa.
Vivevo per trovare questo futuro amore.
Era la mia ragione di vita.
Che senzo avrebbe avuto, sennò, la mia presenza proprio qui?
Avrei voluto tornare a casa in un luogo dove mi sarei sentita la benvenuta, voluta. Amata. Rispettata. Un bacio, un abbraccio; tutto con il sorriso sul viso. Mangiare con lui a tv spenta, per aver la possibilità di parlare di qualunque cosa. Sedermi sul divano tra le sue braccia e rimanere così fino a notte fonda. Amata. Voluta. Rispettata. Protetta.
Ecco cosa mi avrebbe resa felice.
Ecco cosa desideravo in questo mondo di lupi.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e trovare una persona tanto forte e determinata da abbattere i miei incubi e le catene che mi imprigionavano.
Avrei dovuto cercare questa persona. Trovare la casa. Preparare quei piatti. Comprare il divano.
Si.
Sarebbe stata questa la mia ragione di vita.
Avrei dovuto lottare contro me stessa e contro il mondo per ottenere tutto ciò che prospettava il mio domani.
Ecco che qualcosa era finalmente cambiato: possedevo ciò di cui molti risultavano privi: avevo una meta.
Il mio fine, ma la bellezza era che costituiva anche un punto di partenza.
L’impresa della mia vita.
Questo avrei dovuto affrontare se davvero volevo vivere e non veder vivere.
Ero consapevole di quanto la cosa rappresentasse la mia personale scalata sul monte Everest: conoscevo fin troppo bene la forza dei miei complessi e dei miei terrori per non sapere che la mia sarebbe stata una battaglia molto facile da perdere. Ecco perchè nella mia testa esisteva solo il mio autista.
Il mio amore fantoccio ed unilaterale che mi regalava false illusioni.

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