Due cose mi mandavano fuori di testa: il fatto che in casa fosse come se nulla fosse stato detto e nulla fosse successo e il fatto che non sapessi a chi chiedere aiuto.
Sulla mia pelle ho constatato il bruciante effetto dell’essere ignorata.
Per il resto mia madre era stata così efficace nel far terra bruciata intorno a noi da non avere appigli a cui avevo il coraggio di aggrapparmi.
Non avevo parenti a cui chiedere aiuto o consigli. I legami romani non esistevano da anni; con quelli sardi era tutta altra storia. Non ho voluto provare con loro. Non ho voluto perché non volevo mettere la mia famiglia sotto cattiva luce. Preferivo la mia sofferenza ma l’immagine dei miei candida.
Lentamente ha iniziato a crescere dentro di me un nuovo e sempre più forte sentimento: l’odio di dover rientrare a casa.
Suonare il citofono, aspettare che venisse aperto e poi claustrofobia, assenza di ossigeno.
Uscire significava tornare a respirare.
Inesorabilmente lei continuava a dipingermi come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio.
Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima.
Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo.
Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età.
Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita.
A lei di questo non importava nulla.
Vedeva solo il demone che immagina io fossi.
Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere.
Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia.
Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità.
Non sapevo come convincerla del suo errore.
Le litigate, le parole che scrivevo…Era cieca a qualunque mio tentativo.
Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.
Facevo fatica a dare una collocazione ad una serie lunghissima di bei gesti.
Quante belle azioni mia madre aveva compiuto per il mio esclusivo tornaconto?
Come era possibile accostare quei bei ricordi con la strega con cui avevo a che fare?
Troppe contraddizioni senza alcuna logica.
Contraddizioni troppo grandi per il mio cervello.
Una dicotomia troppo netta per poter appartenere ai ricordi della stessa persona.
Al solo pensarci mi prendeva un incredibile mal di testa e un dolore che non avevo mai provato.
Avevo l’impressione di vivere in un mondo in cui solo io ero rimasta in bianco e nero mentre intorno a me era un arcobaleno sfavillante di colori.
Non tolleravo quello strano dolore che mi tormentava ad ogni risveglio e che riuscivo ad anestetizzare solo stando fuori casa.
Era stato come lo scoprire di un tradimento.
La conferma di anni e anni di silenziosi sospetti.
I miei genitori rappresentavano per me un legame più forte di quello del sangue.
L’orfano che ero stata, la lunga attesa mi avevano legato a loro con un collante che spesso un figlio naturale da per scontato.
Nulla per me era stato dato per scontato.
Non avevo mai negato la nostra incompatibilità, le nostre reciproche storie erano troppo complesse per poter essere affrontate con facilità. Non mi aspettavo le famose rose ma un filo d’erba mi avrebbe fatto piacere…Invece sale. Sale sulle mie ferite.
Solo un impegno maturo e consapevole avrebbe potuto aiutarci.
sfortunatamente nessun membro della mia sfasciata famiglia ne era stato fornito.
Siamo stati un tentativo fallito.
Un esperimento mal riuscito per cui lo scienziato non ha ben studiato le variabili innescando il procedimento per poi dimenticarsi totalmente di noi.
Ero disposta ad accettare il disaccordo.
Non tolleravo l’abbandono ed il rifiuto per motivazioni di pura invenzione che si riducevano solo a folli fantasticherie.
Mi sentivo un credente tradito.
Colui che scopre che quanto riteneva di più sacro in realtà è falso.
Le fondamenta stesse della mia vita hanno subito il più terribile degli tsunami.
Mi rimanevano le rovine. Un caos di strutture in bilico. ogni tanto ne continuava a cadere qualcuna e ne conseguiva un nuovo tormento.
mi impegnavo nella ricostruzione di ciò che realmente ero; rinforzavo dove era possibile; demolivo io stessa i casi più gravi per dedicarmi alla mia terza e definitiva rinascita.
Un lavoro dannatamente duro per la giovane che ero.