Riflettevo.
Pensavo al fatto di non avere una patria.
Senso di non appartenza.
Colombiana?
Non lo ero più, non mi sono sentita più tale, da quando ero stata ceduta in adozione.
Italiana?
Non mi sono più sentita tale da quando avevo scoperto che i miei genitori non mi amano più.
La mia adozione mi aveva dato la nazionalità.
Legittimava la mia appartenenza al gruppo.
Legalmente non era cambiato nulla, eppure mi sentivo straniera non solo in casa mia ma in ogni luogo in cui mettessi i piedi.
Chiarito che la mia adozione era un totale fallimento, cosa mi rendeva italiana? Non lo sapevo.
Difficile dire che mi sentissi tale.
Più che altro mi riconoscevo come cittadina del mondo.
Genericamente tutto e niente.
Queste mie mancanze risultano essersi create da una lunga serie di coincidenze ed effetti di cause di cui non sono artefice io stessa: sono la vittima di un sistema avariato, corrotto.
Perché se ero da escludere tra le cause delle mie sfortune più grandi soffrivo così dannatamente?
Avevo perso il controllo a scuola.
Sentivo di aver commesso un errore.
Da quando mi sforzavo di non pensare più a Gianni mi ritrovavo a pensare a me stessa.
Non ascoltavo la lezione e mi ero persa tra mille pensieri.
Grosso errore.
Mi sono ritrovata a pensare alla mia famiglia.
Ho pensato agli anni passati, alle mille fatiche compiute quotidianamente e in lassi di tempi più lunghi.
Come era possibile che fossimo caduti così in basso?
Senza che me ne rendessi conto mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Con stupore mi sono portata le mani agli occhi per coprirmi.
Mi hanno iniziato a tremare le mani.
Con orrore ho capito che stavo perdendo il controllo del mio corpo.
Non avevo più le forze, mi hanno iniziato a remare le gambe.
Mi sono aggrappata a Valentina.
Senza chiedere il permesso alla docente, senza alcuna spiegazione, lei mi ha portato in bagno.
La condizione sconvolta con la quale sono uscita dalla classe ha dimostrato chiaramente il mio malessere.
Un dolore, non fisico, ma tutto interno.
Arrivata in bagno mi sono lasciata cadere a terra e mi sono messa le mani sulla bocca.
A quel punto il mio pianto è uscito libero di esprimersi.
La forza e l’intensità delle mie lacrime hanno espresso tutta la mia sofferenza, la delusione, il mio tormento interno, una rabbia intensa.
La consapevolezza di vedere la mia famiglia distrutta per stupide e folli fantasie. Per incomprensione.
Ripudiata senza giuste ragioni.
Le braccia di Valentina mi hanno circondata e rassicurata.
Poco dopo è arrivata anche Mariangela.
Anche lei mi ha stretta a sé.
“Perché mi hanno adottato? Come hanno potuto farmi questo? Perché mi hanno portato qui per poi torturarmi in quasto modo? Perché Vale? Non sanno che io li ho amati dal primo istante che ho posato gli occhi su di loro? ”, domandavo tra i singhiozzi.
Lentamente il calore di quelle quattro braccia mi ha calmata.
Ho impiegato molto tempo a riprendermi.
Mi sono vergognata per aver perso il controllo.
Non avevo voglia di tornare in classe.
Se pure fossi uscita dalla scuola dove avrei potuto rifugiarmi?
Non vedevo sollievo in nessun luogo.
Ho pregato che mi si spegnesse il cervello.
Non accontentata ero costretta a subire il peso delle mie riflessioni.
Un pensiero ha lasciato il posto alla domanda più importante: se ora stavo iniziando a perdere il controllo in pubblico, dove avrei avuto il prossimo attacco?
Mi si è gelato il sangue al pensiero.
Se fosse capitato per strada in un momento nel quale fossi stata sola?
Di solito questi attacchi di pianto, dei veri e propri principi di attacchi di panico, questi temporanei momenti di abbandono mi capitano quando mi trovavo al sicuro in camera mia.
Che mi stava succedendo?
Perché invece di fortificarmi mi sentivo più fragile?
Già…prima a distrarmi e a darmi l’illusione di essere forte c’era Gianni e i sentimenti che provavo per lui.
Poi mi ero ritrovata priva di qualunque rifugio nel quale poter sentirmi un poco meglio.
Reale o illusorio che potesse essere.
Non avevo nulla da frapporre tra me e la tortura alla quale ero sottoposta.
Ne avevo avuto abbastanza però; basta così, avrei finito per ammalarmi.
Dovevo reagire.
Hanno distrutto parte della mia vita.
Vero.
Non gli avrei permesso, però, di distruggere la mia vita.
Basta.
Si doveva iniziare a reagire.
Si doveva reagire.