109- la forza nella debolezza

Riflettevo.
Pensavo al fatto di non avere una patria.
Senso di non appartenza.
Colombiana?
Non lo ero più, non mi sono sentita più tale, da quando ero stata ceduta in adozione.
Italiana?
Non mi sono più sentita tale da quando avevo scoperto che i miei genitori non mi amano più.
La mia adozione mi aveva dato la nazionalità.
Legittimava la mia appartenenza al gruppo.
Legalmente non era cambiato nulla, eppure mi sentivo straniera non solo in casa mia ma in ogni luogo in cui mettessi i piedi.
Chiarito che la mia adozione era un totale fallimento, cosa mi rendeva italiana? Non lo sapevo.
Difficile dire che mi sentissi tale.
Più che altro mi riconoscevo come cittadina del mondo.
Genericamente tutto e niente.
Queste mie mancanze risultano essersi create da una lunga serie di coincidenze ed effetti di cause di cui non sono artefice io stessa: sono la vittima di un sistema avariato, corrotto.
Perché se ero da escludere tra le cause delle mie sfortune più grandi soffrivo così dannatamente?

Avevo perso il controllo a scuola.
Sentivo di aver commesso un errore.
Da quando mi sforzavo di non pensare più a Gianni mi ritrovavo a pensare a me stessa.
Non ascoltavo la lezione e mi ero persa tra mille pensieri.
Grosso errore.
Mi sono ritrovata a pensare alla mia famiglia.
Ho pensato agli anni passati, alle mille fatiche compiute quotidianamente e in lassi di tempi più lunghi.
Come era possibile che fossimo caduti così in basso?
Senza che me ne rendessi conto mi si sono riempiti gli occhi di lacrime.
Con stupore mi sono portata le mani agli occhi per coprirmi.
Mi hanno iniziato a tremare le mani.
Con orrore ho capito che stavo perdendo il controllo del mio corpo.
Non avevo più le forze, mi hanno iniziato a remare le gambe.
Mi sono aggrappata a Valentina.
Senza chiedere il permesso alla docente, senza alcuna spiegazione, lei mi ha portato in bagno.
La condizione sconvolta con la quale sono uscita dalla classe ha dimostrato chiaramente il mio malessere.
Un dolore, non fisico, ma tutto interno.
Arrivata in bagno mi sono lasciata cadere a terra e mi sono messa le mani sulla bocca.
A quel punto il mio pianto è uscito libero di esprimersi.
La forza e l’intensità delle mie lacrime hanno espresso tutta la mia sofferenza, la delusione, il mio tormento interno, una rabbia intensa.
La consapevolezza di vedere la mia famiglia distrutta per stupide e folli fantasie. Per incomprensione.
Ripudiata senza giuste ragioni.
Le braccia di Valentina mi hanno circondata e rassicurata.
Poco dopo è arrivata anche Mariangela.
Anche lei mi ha stretta a sé.
“Perché mi hanno adottato? Come hanno potuto farmi questo? Perché mi hanno portato qui per poi torturarmi in quasto modo? Perché Vale? Non sanno che io li ho amati dal primo istante che ho posato gli occhi su di loro? ”, domandavo tra i singhiozzi.
Lentamente il calore di quelle quattro braccia mi ha calmata.
Ho impiegato molto tempo a riprendermi.
Mi sono vergognata per aver perso il controllo.
Non avevo voglia di tornare in classe.
Se pure fossi uscita dalla scuola dove avrei potuto rifugiarmi?
Non vedevo sollievo in nessun luogo.
Ho pregato che mi si spegnesse il cervello.
Non accontentata ero costretta a subire il peso delle mie riflessioni.
Un pensiero ha lasciato il posto alla domanda più importante: se ora stavo iniziando a perdere il controllo in pubblico, dove avrei avuto il prossimo attacco?
Mi si è gelato il sangue al pensiero.
Se fosse capitato per strada in un momento nel quale fossi stata sola?
Di solito questi attacchi di pianto, dei veri e propri principi di attacchi di panico, questi temporanei momenti di abbandono mi capitano quando mi trovavo al sicuro in camera mia.
Che mi stava succedendo?
Perché invece di fortificarmi mi sentivo più fragile?
Già…prima a distrarmi e a darmi l’illusione di essere forte c’era Gianni e i sentimenti che provavo per lui.
Poi mi ero ritrovata priva di qualunque rifugio nel quale poter sentirmi un poco meglio.
Reale o illusorio che potesse essere.
Non avevo nulla da frapporre tra me e la tortura alla quale ero sottoposta.
Ne avevo avuto abbastanza però; basta così, avrei finito per ammalarmi.
Dovevo reagire.
Hanno distrutto parte della mia vita.
Vero.
Non gli avrei permesso, però, di distruggere la mia vita.
Basta.
Si doveva iniziare a reagire.
Si doveva reagire.

108-novità

“E’ davvero straziante sapere che si è innocenti.
Svegliarsi ogni giorno e scoprire di essere ancora tra le sbarre della solita misera prigione.
Ti sussurri inutilmente: .
Ti aggrappi al freddo ferro e urli rabbiosamente con tutta la voce possibile: .
Però l’intero carcere è vuoto.
Nessuno è interessato a sentirti.
Le tue lamentele, per quanto forti, non possono essere ascoltate da nessun altro fuorché te stesso.
È così che mi sono ridotta.
Questa è l’immagine che ho di me.
A tutto questo segue un continuo e opprimente senso di nausea.
Vorrei scappare da questa brutta realtà.
Non sono disposta ad arrendermi.
Lotterò per costruire il mio futuro.
A costo del sangue e del sacrificio.
Voglio finalmente essere libera di sentirmi me stessa.
Libera di essere quello che sono.
Scrivere libera da occhi indiscreti.
Vivere la mia vita.
Con il giusto. Nel giusto”.

Trasferiti nella casa nuova.
Il sogno dei miei genitori.
Una bella villa nella quale poter stare lontani da tutto e da tutti. Nell’euforia del momento le attenzioni non erano su di me.
La cosa era positiva.
L’aria nuova mi dava l’impressione che i miei problemi fossero sfumati e un po’ più lontani da me.
Non mi facevo ingannare: sapevo che era un’illusione.
Presto sarebbero tornati i soliti tormenti.
Con Stefano andava tutto a gonfie vele.
Dopo un’ennesimo tentativo andato a male di conquistarmi finalmente ha accettato la mia amicizia.
Le nostre uscite erano diventate perfette.
Uscivo con lui sapendo che finalmente mi sarei sentita bene.
Non avevo più apprensioni dovute al fatto che lui avrebbe tentato di baciarmi e io mi sarei dovuta tirare indietro.
Niente mazzi di fiori.
Uscite tra pari per il piacere della reciproca compagnia.
Altra novità era rappresentata dalla scuola.
Ultimo anno di liceo.
Me lo stavo godendo tutto.
Con le mie compagne andava a gonfie vele.
Se negli anni precedenti ero rimasta ai margini e mi ero sempre curata solo di me stessa e delle mie amicizie più intime, ora mi stavo godendo tutto il gruppo classe.
Valentina era sempre la mia amica speciale.
Ho permesso finalmente anche alle altre di godere della mia compagnia.
Hanno così scoperto che ero compagnona e burlona.
Il gruppo mi cercavano molto spesso.
Scolasticamente parlando, né, periodo di vacche magre.
Non mi impegnavo per niente.
Concentrazione ed impegno erano concetti lontani da me.
Adoravo, tuttavia, imparare concetti sempre nuovi.
Diventavo più consapevole e allo stesso tempo più curiosa di fronte a tutto.
Mi sembrava di arricchirmi.
Nel mio arricchirmi, però, il mondo mi sembrava perdere di valore.
Tutto ciò che mi circondava mi appariva ipocrita, egoistico, superficiale.
Mi lamentavo di questo stato di cose quando io stessa ero fatta esattamente allo stesso modo.
La mia vita era stata un susseguirsi di brutte sorprese piuttosto che belle verità.
Scoprirlo a vent’anni ti invecchia dentro.
Allora che cosa avrei fatto?
Cosa avrei voluto fare dopo il liceo?
Non ne avevo idea.
Non sapevo che dovevo fare della mia vita.
Come altre volte: lasciavo tempo al tempo.
Le coincidenze avrebbero determinato le mie scelte.
In questo mondo pazzo mi sarei fatta guidare dal caso.

107-meno di zero

Nulla era cambiato.
Solito lungo periodo di miseria.
Proprio nel momento in cui non avrei dovuto avere alcun pensiero in testa se non gli esami, l’eterna piaggia di cacca della mia vita sembrava aumentare di intensità.
Viste come stavano le cose, non mi importava più niente di nulla.
A quel punto mi sono lasciata andare in balìa degli eventi.
Non avevo nulla per cui combattere.
Me stessa?
Finché fossi stata tra le mura domestiche non avrei potuto farlo.
L’attività preferita di casa Roselli era spalare merda su di me.
Varcata la porta di casa ogni mia iniziativa perdeva la sua ragione di esistenza.
Mi hanno ferita troppo profondamente.
La mia ferita era troppo, troppo profonda.
Sono stata ripudiata dalla persona per la quale avrei dato la vita.
La persona che difende i figli persino quando sono assassini.
Dicevano che valevo meno di zero.
Ho deciso di offrire loro la possibilità di giustificare le loro parole.
Dicevano che mi inventavo sempre valide scuse per non impegnarmi nello studio.
Era un’ennesima offesa verso di me, ma questo era naturale, nel senso che era facile da immaginare; era un’offesa anche verso loro stessi, perché ciò significava che non comprendevano le conseguenze che le loro parole avevano su di me.
A loro giudizio io ero un fiasco totale e la causa del mio fallimento ero io stessa.
Perché avevano gli occhi tanto ciechi da non saper interpretare nel modo giusto i miei comportamenti?
Se stavo male è proprio perché li amavo.
Perché avevo bisogno del loro amore; perché il mio successo a scuola non faceva di me un indivio sano e intergro.
Loro, il loro supporto, il loro affetto fisico e morale: questo per me era fondamentale.
Fanculo la scuola!
Dovevo arrivare a quarant’anni con tre lauree, uno stipendio da favola e la mia integrità morale messa peggio di una coperta piena di tarme?
“Voi non avete bisogno di affetto. Vi abbiamo tirato fuori dalla merda per farvi studiare e darvi la possidilità di crearvi una posizione nella società”.
Come sono potute uscire dalla bocca di una madre queste frasi senza senso?
Come poteva un padre stare zitto nel momento in cui la moglie diceva queste stronzate!?
Perché diavolo ci avevano adottato!?
Me lo domandavo con rabbia.
Perché gli era stato permesso di adottarci?
Avevano mai detto queste frasi di fronte a quanti li avevano esaminati per giudicare se fossero adatti ad una adozione!?
Stavo iniziando ad avere repulsione verso i miei genitori.
Da mesi avevo smesso di cenare insieme a loro.
“Come potete mangiare insieme a me se pensate che le vostre accuse siano vere? Perché sedermi con voi se valgo tanto poco? Io non intendo dividere la tavola con persone che pensano così male di me”.
Hanno reagito con il silenzio alle mie parole.
Disinteresse totale.
Consumavano i loro pasti insieme a mio fratello e mi lasciavano il piatto a tavola.
Entravo in cucina quando loro ne erano usciti.
Mi preparavo la cena da sola.
Ignoravo ciò che mi avevano lasciato sul tavolo.
Hanno iniziato a non lasciarmi nulla. Evitavano così di dover buttare il cibo.
Ho smesso presto di cucinarmi.
Mi bevevo un bicchiere di latte o del succo.
Mi prendevo qualche biscotto.
Al mio corpo sembrava andare bene così.
Il cibo aveva perso qualunque attrattiva per me.
Mangiucchiavo qualcosa giusto per non dover cadere a terra.
Nemmeno questo è stato interpretato come ribellione: stavo facendo la vittima per attirare la loro attenzione; solo loro erano troppo furbi per cadere nei miei tranelli.
Giusto.
Il cibo aveva perso sapore in virtù dell’assenza dei loro sentimenti positivi nei miei riguardi e i loro occhi miopi vedevano solo la cospiratrice di inutili attenzioni.
In quali brutte mani ero caduta?

106-la fievole scintilla

“Ho perso due madri, due padri, che io sappia, un fratello (vista la mia fortuna, chissà quanti, in realtà)…Si dice che una vita difficile renda forti.
Sto pensando di diventare culturista”.

Mentre prendevo questo foglio e mi sedevo, gli occhi mi sono caduti su questa frase:
“Crearsi dei miti per continuare a vivere”.
Sarebbe stato bello.
Ero talmente ferita che avevo timore a crearli.
Se sono i tuoi stessi miti a ferirti?
In queata fase della mia vita ho scoperto che per me non esistono rifugi o miti che mi diano la gioia di vivere.
Gianni stesso era un falso rifugio, benché lo sapessi, non volevo privarmene.
Non provavo alcuna rassicurazione del dovermi svuotare di tutto.
Non provavo piacere nel essere totalmente disillusa.
Mi sentivo uno zombi.
Una scintilla di speranza mi è rimasta.
Viveva piccola e solitaria; protetta nel più profondo di me stessa.
Se quel piccolo granello non fosse esistito mi sarei suicidata.
La sua presenza era la mia salvezza.
Era il mio porto, benchè io fossi in balia di una tempesta nel lontano oceano. Sapere che esisteva mi permetteva di continuare a lottare.
Di tanto in tanto mi stancavo di lottare per respirare, ero costretta a bere spruzzi più o meno grandi di acqua salata.
Quel piccolo granello sarebbe potuto morire a causa di una tempesta troppo violenta.
Era resistente ma non eterno.
Se non avessi trovato il vero amore prima che ciò fosse accaduto io sarei morta annegata.
Non volevo morire.
Il mio granello di luce mi faceva desiderare la vita.
Avevo così tante cose da assaporare!
Io adoravo sentirmi viva!
Volevo continuare a guardare con occhi limpidi, volevo vedere, ancora e ancora e ancora questo mondo!
Volevo amare ed essere amata.
Volevo sentirmi viva.
Completamente.
Questo non era un mito.
Era qualcosa di più bello.
Era la vita stessa.
Era un bisogno del mio cuore.
Un bisogno di tutta me stessa.
Datemi qualcuno da amare.
Perché lo meritavo.
Perché ne avevo bisogno.
Mio Dio!
Era così desolante non poter stringere nulla quando si sente il necesstità di farlo!

105-l’illusione

Non ricordavo tutto con esattezza.
Ricordavo, però, che erano iniziati ad arrivare messaggi da una persona che mi cercava.
Mi cercava freneticamente.
Sapevo che c’era qualcuno che mi cercava intensamente, solo non avevo idea di chi fosse.
Ho desiderato che quella persona fosse Gianni.
Mi è arrivata una chiamata.
Era lui.
“Ciao tesoro, puoi uscire in mattinata? Mi manchi. Ho voglia di vederti”.
Non mi sembrava vero!
Mi si era bloccato il cuore in petto a causa di un improvviso ingorgo di gioia. Finalmente era tornato da me.
Ero finalmente diventata importante anche per lui.
Aveva scelto me.
Io stessa ero cambiata: finalmente mi sentivo libera di poter ricambiare i suoi desideri perché erano anche i miei e soprattutto perché finalmente ero intenzionata a svelargli e concedergli tutta me stessa.
Ero una Clara che non ero mai stata.
Ero un vulcano di sensazioni meravigliose.
Addio false illusioni, battaglie disastrose, inutili complessi: ecco l’amore che mi avrebbe dato tutto ciò di cui avevo bisogno.
Mai più mi sarei sentita l’ultima degli esseri umani.
Non avevo un padre e una madre?
Poco importava: avevo il mio autista.
Avevo il suo amore.
“Senti, anche il pomeriggio? Vorrei poter passare tutta la giornata insieme a te…”.
A quel punto mi sono svegilata di soprassalto.
Mi piangeva anche il cuore.
Mi sono messa il cuscino davanti alla bocca per rendere silenzioso il mio frenetico pianto.
Mi sembrava che ad ogni lacrima perdessi un goccio di vita.
Mi era sembrato tutto così vero!
Che brutta illusione!
Passare dalla felicità assoluta alla disperazione solitaria è stato terribile. La bellezza del mio sogno si era scontrata violentemente contro la realtà.
Ne sono uscita distrutta.
Tra le lacrime, al buio, dispiaciuta, illusa, chiusa nella mia stanza mi sono sentita abbandonatata da tutti.
Per poter aggrapparmi a qualcosa e non cadere ancora di più nella disperazione non ho potuto che sussurrare il suo nome:
“Gianni”.
I sentimenti di amore che mi legavano a lui mi hanno permesso di riscaldare il mio corpo gelato sotto le pesanti coperte del mio letto.

104-l’instancabile romantica

Sentivo il bisogno di liberare il mio spirito e dare libero sfogo ciò che nel più profondo mi sembrava di percepire.
Li avevo desiderati.
Sognati per anni.
Amato dal primo istante.
Ricoprivano un ruolo di rilevanza fondamentale nel mondo interiore delle mie priorità.
Adottare non voleva dire solo soddisfare bisogni fisici primari ma soprattutto prendersi l’impegno di soddisfare bisogni emotivi.
Ogni bambino adottato ha una sola e prima necessità: sentirsi importante, sentirsi amato e coccolato.
Vuole le attenzioni di una padre e di una madre.
Chi si sente assetato della proprio brama di amore si apre a tutto.
Il vero amore si ha quando si ha la totale comprensione dell’altro.
Qualunque forma di resistenza si scioglierà davanti al desiderio puro di amare di un genitore adottivo.
Se voluto sarebbe capitato anche a me.
Da instancabile romantica scrivevo ancora nella speranza che mia madre si accorgesse dei suoi errori.
LO negavo a me stessa perché era pesante ammettere che le sue violazioni avessero una finalità positiva.
Non è stato facile lasciare che lei leggesse queste pagine.
In passato avevo smesso di scrivere proprio a causa delle sue incursioni inopportune.
Avevo smesso quando lei ha iniziato ad usare le mie stesse parole contro di me. Ero e sono di coccio.
Adesso scrivevo nella flebile speranza che lei imparasse a capire qual era la vera Clara.
Speravo queste parole ci avessero aiutate ad avvicinarci e a conoscerci.
Non ci credevo poi tanto, inutile avere troppe aspettative.
Erano tentativi dai quali non mi aspettavo grandi cambiamenti, ma non volevo rimorsi: volevo provarci e combattere ancora e ancora perché non accettavo la situazione nella quale mi trovavo.
Sapevo che erano veri e propri frontali.
Sapevo di non avere alcuna cintura a proteggermi dalla collisione, eppure, ostinatamente, continuavo a tentare per una ragione semplice: li amavo.
Stavo già soffrendo abbastanza.
Non volevo illusioni.
Era deludente essere costretti ad aver dei fogli bianchi come confidenti.
I miei coetanei mi apparivano impreparati ad affrontare i miei problemi.
Erano semplicemente troppo grandi.
Montagne alte e ripide per i miei compagni di tempo.
Valentina, Mariangela, Valeria hanno già un bel da fare nell’essere le mie amiche. Non volevo varcarle troppo con i miei affanni.
Gli abbracci, i baci, le carezze delle mie compagne erano degli antidolorici troppo poco duraturi. Il loro calore aveva vita troppo breve. Ammiravo la loro dedizione a me. Le ringraziavo perché ciò che facevano rappresentava il massimo che potevano darmi; tuttavia è troppo poco.
Lo sarebbe stato per chiunque.
Vivevo nella costante sensazione che mi mancasse l’ossigeno.
Come se fossi costretta a vivere sott’acqua.
Mi sembrava di passare le mie giornate nella continua sensazione di star morendo soffocata.
Avevo i sintomi dell’annegamento senza riuscire a morire mai.
Era una tortura che non aveva fine.
Mi stava scoppiando il cuore.
Quanto sarei riuscita a sopportare ancora?
Quanto sarebbe passato prima che avessi iniziato a somatizzare il mio dolore? In quale malata mi avrebbe trasformata il mio tormento dell’anima?
Gli amici di famglia, i miei famigliari, tutti erano distanti da me
Vivevo in una terra di nessuno invalicabile per chiunque.
Mi sembra di essere totalmente fuori dalla vita.
Poi avevo Gianni che mi dava la sensazione di essere viva e di non essere trasparente.
Un amore malato a coprire il più folle degli amori…Lo chiamavo amore…In realtà non sapevo proprio come avrei dovuto chiamare ciò che i miei genitori provavano per me.

103-mogia monotonia e disinteresse

Vigilia della vigilia.
Stessa identica mogia monotonia da qualche anno.
Non sentivo alcuna forma di entusiasmo.
Nemmeno la gioia di fare qualche regalo: i nostri pensierini non sono mai stati graditi; mia madre sembrava offendersi della nostra scelta; papà ci concedeva ancora il gusto di essere lieto dei nostri regali: sempre gli stessi: una cravatta e l’ultimo disco di Celentano che casualmente usciva sempre a ridosso del Natale.
Tutto era noia.
Eravamo tutti terribilmente noiosi.
Giornate ridotte add un rituale del tutto formale e senza sentimento.
Più si cresceva più questa festività perdeva di valore: bisognava essere bambini per vivere a fondo il senso del Natale.
Ingenuità.
Purezza.
Spensieratezza.
Strana magia.
Luci e colori.
Frenetica aspettativa.
Ne avremo avuto un bisogno estremo.
Allora si che si sarebbe potuto perecepire e condividere l’ebbrezza che invadeva i più piccoli.
Quanto avrei voluto poter tornare bambina e cristalizzarmi in quegli attimi.
Mi sembravano un sogno meraviglioso le festività passate con mio nonno e tutti gli altri parenti.
Mi mancavano da morire quelle abbondanti tavolate e il rumore chiassoso di quella vitalità che ci invadeva tutti.
Cosa era rimasto di quel passato?
Solo i ricordi.
Troppo lontani, opposti alla realtà di oggi per poterlo tollerare.
Il nostro Natale era ridotto alla miseria.
Noi quattro.
I miei genitori, me e mio fratello.
Love is in the air.
Che tristezza.
I vani ed inutili tentativi di mia madre di cucinare qualcosa di diverso e di buono.
L’attesa della mezzanotte davanti alla tv mentre ognuno di noi era immerso nei propri pensieri.
Mio padre che ci consegnava delle buste con dentro i soldi con i quali soddisfare i nostri piccoli desideri.
Io e Javier che gli diamo il solito regalo.
Il nulla per la regina. In principio avevamo pensato che facesse solo la preziosa. Vedere che si rifiutava persino di aprirli ci aveva ferito troppo per poter fare ulteriori tentativi.
Per fortuna le notti portavano a nuove giornate.
Io amavo le mattine delle vacanze natalizie.
Bastava un po’ di sole per riscaldare me e soprattutto il mio cuore.
Quel bel calore tiepido riusciva a distrarmi dalla noia e dal disinteresse reciproco che regnava in casa.
Il sole era il mio regalo di Natale.

102-chi sarà “il tempo futuro”

Devo essere sincera, benché abbia scritto poco di lui, ancora mi riusciva difficile toglierlo dalla testa.
Difficile dover rinunciare al mio personale scaccia pensieri.
Quanto riusciva ad essere incostante il mio cuore!
Dimenticarlo?
Davvero pensavo di poter prendere in giro te stessa?
Lo sapevo bene: lo cercavo ancora.
Lo cercavo con la stessa frenesia con cui bramavo in incontrarlo prima di sapere il suo nome.
Passavo ore intere seduta su una panchina in attesa di vederlo passare; allora il mio cuore inquieto si rilassava. Una una sorta di strana carica per il mio corpo freddo.
Vederlo e sentire battere il mio cuore come un tamburo mi faceva sentire viva.
Come avrei voluto sapere cosa gli diceva la sua bella testolina!
Gli avrei gettato le braccia al collo.
Era sempre bello il mio Gianni.
Mi scombussolava.
Mi stordiva.
Amavo sentire questi sentimenti dentro di me.
Mi struggevo, ma, in qualche modo, il fatto che mi restasse lontano mi soddisfaceva.
Vederlo falsamente indifferente a me, con i suoi meravigliosi occhi nocciola che lanciavano fiamme se incrociavano il mio sguardo mi bastava.
Come avrei potuto portare avanti una storia con lui?
In nessun modo.
Semplicemente sarebbe stato impossibile.
Quanto ero complicata!
Quanto era complicata la mia vita.
Desiderio.
Frenesia.
Stordimento.
Vero e proprio struggimento.
E contemporaneamente totale tranquillità.
Quasi felicità di non poter ottenerlo.
Come potevo volerlo a questo modo e gioire di non poter farlo mio?
Come potevo accettare contemporaneamente il si e il no?
L’avere e il non avere?
Come potevo accettare quaesta non decisione?
Non riuscivo a collocarlo definitivamente nel settore dei ricordi e viverlo come tale.
Lo volevo come prima.
In qualche maniera più profondamente di prima.
Era confusione che portava confusione che generava altra confusione.
Ha detto di essersi allontanato perché vuole rispettarmi.
“Perché sei un fiore raro”.
Nel fare il mio male ha fatto il mio bene.
Il fatto che abbia preposto me al suo pene me lo ha reso ancora più caro. Razionalmente sapevo che aveva fatto la cosa più giusta per me.
Lui ignorava le vere ragioni del perché avevo fatto tanti passi indietro con lui; io non volevo dare spiegazioni, mi stava bene che credesse alla cosa più facile. Meglio che mi ritenesse una candida verginella che non la Clara complessata che ero.
Solo, qualche volta, il mio cuore non lo accettava.
Avrei voluto tanto poterlo riavere e pregavo che mi stesse lontano.
Avevo pietà di me stessa.
Il tempo, il domani, mi avrebbe aiutata nel dare un po’ di ordine a questa mia confusine?
Chi sarà “il tempo futuro”?

101-Scrivevo

Sono stata scorretta.
Mi sentivo così male al pensiero di aver ferito Stefano.
Era un uomo molto sensibile.
Egoisticamente avevo pensato che volesse stare in mia compagnia perché consapevole di quanto stessi male.
Pensavo volesse solo dimostrarsi di aiuto ad una ragazza disperata.
Il fatto che abbia provato a baciarmi mi ha lasciata di sasso.
Mi sono rifiutata.
Mi sono scostata.
Non riuscivo ad essere falsa.
Mi sarei aggrappa a chiunque.
Solo Stefano mi aveva fraintesa.
Ancora ero innamorata del suo migliore amico.
Le mie braccia erano ancora calde del ricordo del corpo di Gianni.
Lui non poteva non saperlo.
Potevo stare in sua compagnia solo perché lo vedevo come amico.
Peccato lui mi abbia detto che si è innamorato di me.
Perché peccato?
Perché io non ricambiavo i suoi sentimenti.
Che bizzarro triangolo avevamo formato.
Nessuno di noi due, né io, né Stefano possiamo avere chi realmente vogliamo.
“Ti prego, non costringermi ad allontanarmi da te”.
Tra le lacrime ho potuto dirgli solo questo.
Non gli ho dato spiegazioni.
Conosceva la mia situazione famigliare ma non gli uragani che mi sconquassavano dentro.
Vedeva il mio dolore ma non ne conosceva tutte le cause.
Mi ha abbracciata e mi ha chiesto perdono.
Sarebbe stato così dolce abbandonarmi all’amore di Stefano.
Sarebbe stata una sicura sciaruppa di salvataggio per il relitto di ragazza che ero diventata.
Solo lui non mi piaceva.
Gli volevo bene ma sapevo che di lui non mi sarei mai innamorata.
Stavo male.
Stavo davvero male.
Non c’era male peggiore del ferire una persona che proprio non lo meritava. Soffrivo intensamente al pensiero di aver procurato del diasagio a Stefano.
Se pure avessi scoperto di poter ricambiare i suoi sentimenti sarebbero sorti problemi insormontabili.
Come avrei potuto gestire la situazione?
Non avrebbe potuto funzionare per i miei catastrofici problemi famigliari: troppi e troppo determinanti nel condizionare la mia vita; per non parlare dei miei complessi.
L’esperienza con Fabio mi aveva reso chiaro che non potevo permettermi di lasciarmi amare da chicchesia.
Con Gianni era stato lo stesso.
Tutto sarebbe stato comunque contro di noi.
Ormai dentro casa era diventato un inferno.
Avevo perso del tutto l’illusione di poter sentirmi figlia.
Mi sentivo una palla al piede.
Una spina dentro al cuore dei miei genitori.
A detta loro colei che: “vuole distruggere l’armonia famigliare”.
Quando mai l’abbiamo avuta?
Che ridere!
La figlia che aveva mire sul padre.
Quella che pensava di fare la puttana per vivere.
Ormai ne avevo sentite talmente tante che avevo finito per diventare insensibile a qualunque loro forma di offesa.
Non sentivo più niente dentro al cuore.
Vivevo solo di sensazioni di disagio.
Il desiderio di non voler mai tornare dentro le terribili mura di casa.
Il mio entusiasmo che svaniva appena varcata la soglia di entrata.
Il non poter essere me stessa.
Il non poter esprimermi.
La voglia infinita di urlare la mia rabbia infinita e la mia frustrazione.
Mi sentivo un fantasma.
Per loro diventavo visibile solo quando volevano ferirmi.
Quando Stefano mi ha chiesto di poter uscire con me era stato come ricevere una botta di vita pura.
Ho goduto di ogni momento passato con lui come se fosse aria pura.Pulita.
Quando ha provato a baciarmi ha rovinato tutto.
Non riuscivo a fare niente di giusto.
Tutto di me si riduceva a diventare un errore.
Persino chi si avvicinava con l’intenzione di salvarmi era contagiato dalla mia negatività.
Ero la mia prigione e il mio rifugio.
Riuscirà mai qualcuno a impegnarsi a conoscermi, a svelarmi? O dovrò morire da perfetta sconosciuta per tutti?
La vita mi appariva solo terribile.
Per nulla bella.
Non riuscivo ad amarla.
Solo a odiarla.
Era tutto così dannatamente incomprensibile!
Vita.
Io non l’avevo chiesta.
Perché egoisticamente mi hanno dato in pasto a questa realtà?
Era stato amore?
Allora l’amore era un male.
Era stato il semplice desiderio carnale?
Allora il piacere era una condanna.
Non riuscivo più a credere in nulla.
Ero caduta da un nido di uccelli spazzini per finire in un nido di condor.
Loro hanno ben capito che non ero un loro frutto e ora si stavano cibando di me.
Non mi restava che cinquettare debolmente per testimoniare il mio strazio. Scrivevo.
Mi restava solo questo.
Un subdolo mezzo di comunicazione.
Un parlare muto.
Solo chi parla può avere una chanse di essere compreso.
Perché io mi ostinavo a continuare un dialogo che non poteva avere feedback?
Ancora non mi era chiara la ragione per cui continuavo a riempire questi fogli.
Forse un giorni ne avrei compreso la motivazione.

100-la pietra dello scandalo

Le nostre logoranti battaglie verbali si erano ridotte a essere sfoghi irragionevoli.
Mio padre era chiaro, non sapeva essere per nulla diplomtico.
Pensavo che i nostri stramazzi da arpie lo intimidissero.
Un po’ me ne dispiacevo, tuttavia, non ero io che dovevo insegnargli a diventare capofamiglia.
Si era ridotto a essere l’indivio che lavorava per portare i soldi a casa.
Avevo il dubbio che trovasse sollievo nella sua attività lavorativa.
Pensavo che uscire dalla porta di casa nostra per lui fosse una via di fuga.
Da qualche annetto era diventato pendolare.
Partiva il lunedì e tornava il venerdì.
Era diventato un estraneo ancor più di prima.
Mi veniva da ridere quando pensavo a quanto fosse stato difficile per mia madre accettare che il marito passasse le notti fuori dal suo stesso letto.
Per lei era stato un tormento.
L’avevo confortata.
Avevo dormito con lei.
Avevo sciugato le sue lacrime quando aveva pensato che mio padre avesse un’amante.
“Mamma, come puoi solo pensare una cosa del genere? Solo tu non vedi quanto tuo marito sia ancora innamorato di te? Lui non sarebbe mai in grado di farlo”.
Ero convinta di quanto dicevo.
Come sapevo che mi chiamavo Clara, così sapevo che mia padre era fedele a mia madre.
Il lavoro di mediazione mio e di mio fratello era stato lungo e faticoso.
Alla fine ha portato alla loro riappacificazione.
Perché ora mio padre non aiutava me come in precedenza io avevo fatto con lui?
Aveva semplicemente dimenticato?
Non era interessato a farlo?
Era sempre stato così mio padre.
Dall’esterno sembrava che gli scivolasse tutto di dosso.
Non potevo credere, tuttavia che fosse così.
Avrà pure pensato qualcosa dentro di sé.
Avrà una qualunque reazione che nascondeva dentro se stesso.
Dovevo crederlo.
Non poteva essere un automa.
La perdita della figlia aveva forse reso insensibile il suo cuore?
Perché adottarci, allora?…Proprio non lo capivo.
Non avevo comunque il coraggio di cercare di conoscerlo meglio.
Le accuse di mia madre mi hanno toccato troppo nel profondo.
Ora non riuscivo neppure a stare nella stessa stanza con lui.
Mi innervosiva vederlo.
Mi sembrava che mi mancasse l’ossigeno se ci trovavamo da soli nella stessa stanza.
Non sopportavo la mia presenza vicino a lui.
Sapevo benissimo cosa avevo sempre provato per lui: un legittimo amore di figlia.
Il pensiero che mia madre fosse convinta che io ci provassi con lui me lo aveva reso disgustoso.
Come disgusto mi aveva provato la sua passività.
Non riuscivo nemmeno a guardarlo.
Il fatto che lui non avesse reagito alla situazione mi sembrava paradossale. Come poteva non far niente quando era lui la pietra dello scandalo?
Cosa avevo mai fatto per essere arrivata a tutto questo?
Mi sentivo morire dentro.