Successe il finimondo.
Si avvicinava la festa del primo maggio.
Era il pomeriggio precedente.
Martina mi aveva cercata per chiedermi di uscire con lei.
Il programma era semplice: andare a spasso per Frascati e rincontrarci la mattina dopo per andare al concerto a San Giovanni.
Bello.
Un’esperienza del tutto nuova per me.
Non avevo mai partecipato ad un concerto.
Ho accettato con entusiasmo.
Non avevo fatto i conti con mia madre.
I cosi detti conti senza l’oste mi sono arrivati addosso come una valanga.
Martina non le era mai piaciuta, perciò non sarei dovuta uscire con lei. Semplice.
Il concerto del primo maggio non le era mai piaciuto; ci andavano solo i drogati, perciò non avrei dovuto andarci.
Semplice.
Non parlava mai al condizionale.
Per mia madre esistevano solo gli imperativi assoluti.
Le obiezioni non erano contemplate.
Difficile da accettare per una maggiorenne rinnegata.
Non ci sono stata.
Non accettavo simili imposizioni da bambina, figurarsi alla mia età.
Arrabbiata, offesa, sconcertata, mi sono dimostrata determinata quanto lei.
“Quando capirai che non sarai tu ad impormi le mie amicizie! Esco con chi mi pare a me! Con chi mi piace a me!”
“Tu scegli sempre il peggio! Ecco perchè devo intervenire io!”
“Si: il peggio per te! Peccato che io le reputi più che adatte a me!ma poi dimmi una cosa: te ti frega a te!? Non ti importa niente di me e allora di che ti impicci!”
“Perché sei una poco di buono e finché stai a casa mia devi fare come dico io!”
“Lasciami vivere la mia vita, scegliere le mie compagnie, fare le mie esperienze! Basta alla tua pretesa di poter selezionare e stabilire le mie amicizie, basta ai suoi continui no. Voglio essere libera di poter fare le esperienze che è giusto che faccia alla mia età!”
“Tu devi pensare solo a studiare! Non ti serve altro!”
“Non sono semplicemente un cervello da scolarizzare! Non sono un vaso vuoto da riempire! La mia vita sociale non ha lo stesso bisogno di essere garantita? Se non per te, va bene, ma per me, si!”
“Sei un imbecille, una stupida gattamorta, ecco cosa sei!”
“E sia! Ma non sono una sciocca piccola bambinetta che farà come tu comandi! Sono stufa delle tue pretese! Io adesso esco con Martina e domani andrò al concerto!”
“Tu non esci con quella ragazzaccia!”
“Perché è una ragazzaccia!?”
“Non mi piace per niente!”
“Perché non ti piace?”
“Perché è cosi!”
“Io avrei voluto portarla quì per fartela conoscere, e come lei, tante altre: solo tu non vuoi che venga nessuno a casa! Come puoi pretendere di conoscere una persona se mi impedisci di farlo! Le mie compagne possono venire solo nel caso in cui si deva fare qualche lavoro per scuola! Sei ridicola! Dovrei dare retta a una pazza come te?! Io devo stabilire chi mi piace e chi no, Martina è una mia amica perciò io ci esco!”
“Tu non esci da questa casa! Dovrai passare sul mio corpo!”.
Romantico.
Ridicolo.
Incredibile.
Mia madre ha sigillato la porta di casa dall’nterno.
Il mio primo tentativo di prenderle le chiavi di mano è andato male.
Con molta pazienza, fingendo di essere rassegnata, ho aspettato che si distraesse.
Solo il giorno seguente mia madre ha abbassato la guardia.
Ho aspettato che fosse impegnata in balcone ed in silenzio sono uscita di casa. Ha provato a rincorrermi per le scale.
Il vantaggio e la velocità mi hanno garantito il successo.
Mi ha chiamata sul cellulare.
Era infuriata. dannatamente infuriata.
“O torni indietro subito o non tornare mai più! Ti do dieci minuti, poi questa porta si chiuderà per sempre!”.
I dubbi mi hanno assalita.
La frase era stata più che chiara.
Sono sincera: mi sono cagata sotto.
La mia lotta, però, doveva essere portata avanti o non avrei mai ottenuto il benchè minimo briciolo di libertà con mia madre. Se fossi tornata indietro avrebbe vinto lei; niente sarebbe mai cambiato. Tutto sarebbe rimasto immutato. Ho deglutito, cercato di calmare il battito del mio cuore e ho proseguito per la mia strada.
Ho aspettato l’autobus per ore.
Ho iniziato a spazientirmi.
Si è fermata una vecchia panda.
“Buongiorno! Oggi sarà difficile che i mezzi passino: é festa”, mi ha avvisato l’anziano alla guida.
Porca miseria! Non ci avevo pensato! Quanto avrei dovuto aspettare? Tutta la mattinata?
“Vuoi un passaggio?”.
L’ho guardato.
Un vecchio con il viso da Babbo Natale mi ha sorriso.
Il viso non metteva a disagio.
Gli occhi mi sono sembrati riflettere bontà.
Il mio grillo parlante è intervenuto istantaneamente dicendomi di non trasgredire una sacra santa regola: mai salire in macchina di completi sconosciuti.
Non mi era mai venuto in mente di fare l’autostop.
Era un’idea che non avevo mai contemplato.
Ora mi si presentava un passaggio inaspettato, che io non avevo cercato e che mi era offerto con molta gentilezza.
Si, d’accordo, però era pur sempre un uomo in macchina da solo.
“No grazie. Preferisco aspettare l’autobus”.
Ho ascoltato il mio buonsenso.
Gli ho sorriso per educazione e mi sono allontanata dal finestrino dell’automobile.
“Non dirmi che hai timore di un vecchietto come me! Mi sono fermato solo perché pensavo di poterti essere di aiuto. Mi farebbe piacere se qualcuno lo facesse con i miei nipoti se si trovassero nella tua stessa situazione. Possibile in questo mondo non ci sia più fiducia nel prossimo?”.
Già.
Si poteva avere paura di Babbonatale?
Ho deciso di dare fiducia a quel prossimo così deciso a venire in mio aiuto.
Sono salita in macchina con il cellulare tra le mani e ho aperto completamente il finestrino. mano pronta a scattare sulla serratura.
Va bene prendere il passaggio ma con prudenza.
Ho finto di chiamare Martina avvisandola che avevo trovato un passaggio.
I primi minuti sono trascorsi tranquillamente tra chiacchere banali e leggere. Mi sono tranquillizzata del tutto.
Ho comunque mantenuto il cellulare a portata di mano.
“Stai andando da qualche amica? Dove ti devo portare?”
“Si, abita a Rocca Di Papa”
“Conosco una scorciatoia che ci posterà li spediti”
“Nessuna scorciatoia. Preferisco si mantenga sull’Anagnina”.
Mi ha accontentata.
Ho iniziato a sentirmi a disagio.
Per fortuna c’era tanto traffico e si procedeva a passo d’uomo.
Non sarebbe stato affatto difficile aprire la portiera e scendere.
Mi sono maledetta per essere salita in macchina.
Cosa mi era saltato in mente?
Brutta scelta avevo fatto.
ho preso la decisione di non manifestare il mio disappunto per la cattiva decisione.
Far finta di niente.
Avrei dovuto manifestare solo determinazione nei gesti e nelle parole, sicurezza in me stessa.
Improvvisamente mi sono sentita una mano su una coscia.
Mi si è fermato il cuore.
“Senti come sei tosta! Sei tutta così bella tonica?”, troppo sbalordita per reagire, mi sono sentita stringere un seno.
Mi sono pentita amaramente di aver accettato il passaggio.
Al rimorso intinto nella paura si stava sostituendo repentinamente una rabbia esplosiva.
Ho messo la mano sulla portiera.
“Mettimi ancora una mano addosso, accenna un minimo di movimento nella mia direzione e io mi butto per strada all’istante e non lo farò in silenzio: urlerò come non ho mai fatto in vita mia!”, gli ho intimato con una freddezza nella mia voce che non conoscevo.
Ha tolto quella mano sudicia dal mio corpo immediatamente.
Mi ha sorpresa l’autorità che avevo espresso.
Quando ho guardato indietro e ho visto che, a poca distanza da noi, solo poche macchine indietro, ci seguiva un autobus del Cotral, ho imprecato.
Ecco una bella lezione dalla vita per Clara.
Sarei dovuta scendere?
“Scusa! Non lo farò più…Ho capito male io!…È solo che ci sono tante disposte a tutto per un po’ di soldi…Non ti farebbero piacere un paio di scarpe nuove, un paio di jeans?…Non ci mettiamo tanto: ci nascondiamo un attimo, mi fai quello che mi piace, io ti pago e tu ti compri quello che vuoi. Nessuna mi ha mai detto di no. Ti guadagni qualche soldino per così poco.”.
Non potevo credere alle mie orecchie.
Ero finita tra le mani di un vecchio maiale bastardo.
La mia rabbia esplose tutta insieme.
“Ma non ti vergogni? Non ti fai schifo nel dire queste cose? Provo pena per chi hai sfruttato, ma tu sei disgustoso! Ho tutto ciò di cui ho bisogno senza scendere a patti con nessuno! Non osare toccarmi ancora”.
“Che bambina decisa! Quanti anni potrai mai avere; quindici? Che caratterizzo esplosivo! Sicura di non volere un po’ di soldi facili?”.
Un mio gelido sguardo è stato la risposta.
Avrei vomitato se avessi potuto.
Davvero ci erano state altre che avevano ceduto a questo mostro?
Ho provato una tristezza indescrivibile.
Non volevo più aver alcuno scambio verbale con la bestia che avevo sottovalutato.
Inutile stare a dirgli che ero molto più grande; inutile innervosire un porco senza dignità.
Ho deciso di chiudermi nel silenzio.
La strada da fare era poca.
Non appena ho intravisto il paese, ho chiesto di poter scendere.
Meglio proseguire a piedi che in compagnia di un mostro.
“Non raccontare a nessuno quello che è successo. So essere molto cattivo…”
“Ma va fanculo porca bastardo!”.
Gli ho sbattuto in faccia la portiera quanto possibilmente forte prima che terminasse le sue intimidazioni.
Ho ringraziato mille volte il mio instancabile angelo custode.
Non sarebbe mia successo.
Mi era andata anche troppo bene.
Non avrei mai permesso che succedesse di nuovo.
Mai più nella mia vita, per nessun motivo, avrei accettato passaggi da sconosciuti.
Sulla mia pelle ho sperimentato la pericolosità dell’autostop.
Come diavolo mi era vento in mente di accettare?
Che sciocca ero stata!
Dimostrazione di quanto fossi ingenua rispetto al mondo.
Non ho avuto il coraggio di raccontare a Martina della mia stupidità.
Ho fatto semplicemente finta che non fosse successo niente.
Un po’ mi ha fatto rabbia il non correre a denunciarlo.
In base a cosa poi?..Non avevo targa, nome…A ciò si aggiungeva la decisione codarda di non voler aggiungere altri problemi ad un calderone già in ebollizione. Mi sono immaginata la scena:
“Buon giorno signor carabiniere; le riassumo in breve la vicenda: dopo aver preso la decisione di scappare di casa ho accettato un passaggio da un vecchio bastardo che mi ha promesso soldi in cambio di sesso: vorrei denunciarlo…”…Mmmm…Il bastardo non poteva essere più un mio problema.
“Martina, devo confessarti una cosa: sono scappata di casa. Ho avuto problemi con quella sorta di stramba iperprotettiva di mia mamma…Sto lottando per avere i miei spazi…Se non mi fossi imposta in questo modo non sarei mai stata in grado di cambiare le cose…”,
“Fai bene. È un tuo diritto. Crescere è anche questo. Non sempre i genitori sanno essere dei bravi genitori. Tua madre, poi, è una tipa strana. Non ti offendere, ma le poche volte che l’ho vista mi ha fatto venire brividi freddi! Per fortuna mia madre non è così!”
“Per la mia esiste solo lo studio. Il resto non conta nulla. Come posso fare le mie esperienze se lei non mi concede la libertà per poterle affrontare? Alla mia età ancora spera di poter selezionare le mie compagnie…Magari poter parlare di amicizie: il poco spazio che mi concede non mi permette di poterle coltivare come vorrei…Mi sento come una gallina in gabbia…”
“Puoi stare da me. Devo solo avvisare casa. Non ci pensare più: godiamoci la giornata!”.
Il concerto del Primo Maggio è stato una delusione.
La folla non finiva mai.
Data la mia statura da hobbit non vedevo nemmeno il palco.
In realtà non vedevo alcuncchè: una fitta nebbia di fumo di sigarette e cannabis regnava sovrana intorno a me.
I ragazzi più belli erano in compagnia dei loro fidanzati gay.
Unica consolazione della giornata è stata una ciambella gigante fritta.
Me la sono goduta tutta.
Finito il mio dolce da record mi sono trovata a chiedermi che cavolo ci facessi in quella bolgia.
“Martina io mi sto annoiando…”
“Pure io…Non ti ho detto niente perché pensavo volessi rimanere fino a stasera!”,
“Non ci penso proprio! Scappiamo via di quì!”.
Grande lotta per una cocente delusione.
Ho cercato di sottolineare l’aspetto positivo della mia ribellione: non era un gesto che aveva la semplice finalitá di un misero concerto: io volevo il riconoscimento di una libertà che mi aspettava di diritto: la vita sociale appropriata ad una diciottenne.
Ho cenato a casa della nonna della mia amica.
Chiacchere per ore e ore prima di cadere nel sonno e poi a dormire.
E’stata la mia prima notte fuori casa.
Un tabù per mia madre: unico letto su cui dormire era quello tra le mura di casa nostra.
Mi aveva sempre impedito anche solo di chiedere di passare la notte da qualche amica.
Per lei era semplicemente intollerabile.
Andare a pranzo a casa di qualche compagna?
Non esisteva.
Tutt’al più potevano venire loro.
Se le fossero piaciute.
Quandi nessuno di mia conoscenza.
Nessuno al mondo, supponevo.
“Se non le fai venire a casa come puoi conoscerle?”. Inutile banale, sorda obiezione la mia.
Misteri di mia madre.
Lei valutava da tre aspetti basilari: voti a scuola, lavoro del padre e lavoro della madre.
Le tre virtù cardinali per la regina Barbara.
Come poteva dire di conoscere una persona basandosi su questo?
Secondo mistero.
Risultato: dalle elementari alle superiori non sono mai stata ospite di qualche mia compagna.
Nessuno è mai stato degno della mia famiglia.
Brutta frase, purtroppo vera, a detta di mia madre, per la quale neppure io ero degna di loro.
Non lo aveva mai detto, ma erano anni e anni che lo diceva sotto le righe.
Mia madre si fermava mai a riflettere?
Io avrei dovuto contare fino a dieci in ogni situazione.
Un breve lasso di tempo che spesso non mi garantiva la scelta più giusta, ma almeno facevo il tentativo di provarci.
Lei lo faceva mai?
Io mi mettevo in bubbio.
Lei lo faceva mai?
Dovevo arrivare a scappare di casa per imporle di ascoltarmi e farle capire che sbagliava a non lasciarmi il giusto spazio di piccole libertá?
Non discuteva mai con papà di queste cose?
Non riflettevano mai del loro modo di educarci?
Possibile la voce di mio padre fosse la stessa di mia madre?
Avevo l’impressione che non fosse così…Lui non faceva uscire affatto la sua opinione, per cui lei si trovava ad avere una carta bianca che legittimava a ciò che le dettavano i suoi pensieri personali.
Brutta cosa quando in famiglia a comandare era la meno ragionevole del gruppo. Era un po’ come abitare nel villaggio di un re folle…Ma poi che mi facevo a fare queste domande?..Oramai per mia amarre e mio padre contavo meno di zero.
Risultato del mio gesto ribelle è stato il fatto che il giorno dopo sono andata a scuola senza libri.
Mi sentivo sporca e in imbarazzo con la stessa biancheria del giorno prima.
Ho pensato che il pomeriggio avrei potuto chiamare mio fratello per farmi portare dei vestiti puliti e il materiale scolastico.
Sarebbe stato disposto ad aiutarmi?
A pranzo sono tornata a casa di Martina.
Sedevamo a tavola.
Io, la mia compagna di classe e sua madre.
Il cibo fuori di casa mia mi è sempre sembrato più buono.
“Clara io ieri sera ho chiamato tua madre per avvisarla che avresti passato la notte da noi. Mi ha richiamata questa mattina chiedendomi di convincerti a tornare a casa. Ci siamo date appuntamento a Frascati tra due ore. Ti verrà a prendere lei”, probabilmente ha letto paura sul mio sguardo, perché immediamente, la madre di Martina ha aggiunto: “Non ti preoccuare, non sarai nemmeno sgridata”.
Ci ho creduto poco.
Ho iniziato a immaginare mio padre e mia madre a schiaffeggiarmi a turno.
In realtà mio padre non mi aveva mai sfiorata…cosa poteva fermarlo adesso che ero la figlia di nessuno!?
Pazienza.
La vita sarebbe continuata.
Sarebbero state le conseguenze della mia lotta.
Mi sono sentita come Spartaco.
Un fantozziano Spartaco solitario nella sua ribellione.
In macchina mia madre si è dimostrata insolitamente taciturna.
Non che io avessi qualcosa da dire.
Ho pregato con tutto il cuore affinchè nella mia vita si manisfassero dei cambiamenti positivi.
ne avevo disperatamente bisogno.
Mi dipingeva come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio. Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima. Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo. Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età. Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita. A lei di questo non importava nulla. Vedeva solo il demone che immagina io fossi. Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere. Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia. Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità. Non sapevo come convincerla del suo errore. Le litigate, le parole che scrivevo…era cieca a qualunque mio tentativo. Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.