86- il mio autista

Vivevo la mia vita come priva di calore e colori.
Non avevo davvero appigli nei quali trovare un poco di conforto.
Scivolavo giù.
Dove stessi cadendo non lo sapevo.
Volevo soltanto fermare quella sensazione di lancio nel vuoto.
Mi sembrava che la vita stessa si fosse dimenticata di me.
Come se intorno a me tutti fossero immersi nella vita, impegnati in gioie o affanni e io fossi un triste Leopardi alla finestra.
Pessimismo cosmico.
Lo stavo vivendo.
Ogni giorno così mi avvicinava ad un nulla a cui non ero disposta a cedere.
Dovevo trovare una via d’uscita all’angoscia che stava per annientarmi.
Dovevo tenere occupato il cervello.
La mia ancora di salvezza mi è stata data dall’ incontro con una persona.
Un ragazzo.
Mi sarebbe piaciuto fosse così, in realtà era un uomo.
Un uomo che mi ha fatto provare sensazioni che mi erano sconosciute o sopite.
Pronte ad affiorare solo per uno sguardo.
Proprio per quello sguardo.
Per Fabio non avevo mai provato il trasporto che immediato ha preso vita non appena ho incrociato lo sguardo di quegli occhi color nocciola.
Non conoscevo il suo nome.
Non sapevo nulla di lui.
Solo che anche la sua voce mi è sembrata musica.
La sua risata una canzone che avrei ascoltato per giorni interi.
Nessuno mai mi aveva fatto un effetto tanto penetrante.
Ci siamo scambiati quattro parole, eppure ho capito che lui sarebbe stato l’estate di quelle mie giornate.
La sua disinvoltura, la sua allegria sono stati come una calamite per me.
Mi ha colpita il fatto che sembrasse essere il mio esatto opposto.
Chi vive nel freddo e nel grigio comincia a nutrire un amore particolare per il sole.
Questo estraneo a me è parso esattamento proprio questo: il sole.
Chi era costui?
Un autista.
A seguito di quel incontro fatale non sono più riuscita a togliermelo dalla testa.
Mi ubriacavo di fantasie dolci per farmi conforto da sola.
Rielaborazioni del cervello attivate per evadere in isole dolci nelle quali poter evadere dalla realtà.
Accantonavo i miei problemi reali rifugiandomi in qualcos’altro..Avrei preferito non doverlo ammettere…perciò non lo facevo.
Fantasia o no, durante ogni mia uscita di casa speravo di incontrarlo.
Non riuscivo a pensare ad altro.
Solo a lui.
Diventò questo il mio modo di ingannare la mia mente: pensare solo al mio autista.
Se il caso voleva che lo incontrassi passavo le giornate a rivivere quei momenti.
Facevo rivivere senza tregua gli scambi di parole, gli sguardi, i sorrisi.
Tutto questo mi faceva sentire meglio ma lontanamente bene.
La mia confusione era palese.
Cercavo disperatamente questa persona ma sapevo che che se fossi riuscita a trovarla ed a entrarci veramente in contatto sarei stata io stessa a scappare.
Mi stavo lacerando il cuore da sola.
Mi stavo costruendo un rifugio sulle sabbie mobili.
Ne ero consapevole, eppure non riuscivo a farne a meno.
Avevo adulatori.
Persone a cui non facevo caso.
Mi rifiutavo a tutti ma non a lui.
Volevo soltanto lui perché lo consideravo il più difficile da ottenere.
Era come se sapessi che di lui mi sarei potuta innamorare perchè non mi avrebbe mai ricambiata.
Avrei potuto amare senza dover concedere niente che non avessi voluto.
Mi era dolce quella difficoltà, perché mi tranquillizzava.
Non ero affatto felice di dovermi accontentare di questi amori unidirezionali, ne soffrivo, ma costituiva ciò che ero disposta ad concedermi.
Dentro di me fluiva un desiderio incommensurabile di amare, di essere amata, unito alla consapevolezza che non avrei potuto, ne voluto mai essere soddisfatta pienamente.
Senza saperlo ero terrorizzata.
Cercavo l’amore ma ne avevo una paura folle.
Da questo derivava il mio malessere.
Per soddisfare il mio narcistico ego talvolta mi guardavo intorno, catturavo l’attenzione di qualche preda e mi nutrivo dei miseri complimenti che leggevo negli occhi dei ragazzi che sembravano essere stati colpiti da me.
L’ennesima illusione senza controindicazioni che mi permetteva di volare un pochino.
Piccoli attimi di soddisfazione momentanea che mi regalavano la sensazione di essere normale.
Già.
Che novità: l’anatroccolo è diventato un cigno.
Almeno apparentemente.
Riuscivo ad attirare l’attenzione di molti e venivo giudicata bella.
A patto che non mi avessero vista in costume, o troppo scoperta.
Se mi avessero vista in quelle condizioni avrebbero provato pena, disprezzo, ribbrezzo…Non certo ammirazione.
Mi sentivo un truffatore.
Mi sembrava di ingannare chiunque mi adulasse.
Era come camminare portandomi addosso una croce fatta di bugie ed inganni.
Non era dignitoso prendere in giro nessuno.
Le fatue illusioni che mi concedevo mi procuravano un piacere effimero: al mio narcisismo faceva costantemente seguito un dispiacere che mi seccava la gola.
La soluzione era una soltanto: non illudere gli altri.
Smettere d’interpretare personaggi che non mi appartenevano.
Meglio illudere esclusivamente me stessa.
La verità era una soltanto: avevo un profondo bisogno di sentirmi amata.
Desideravo ardentemente ricevere e dare amore ma allo stesso tempo la cosa mi terrorizzava.
Desidervavo l’amore come la vita il sole ma da esso avevo ricevuto il più terribile dei tradimenti.
Non avevo più fiducia.
Non volevo ammetterlo a me stessa.
Avevo inizaito a non essere sincera con me stessa.
Ho attivato le prime censure per non dover impazzire.

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