Molto era cambiato.
Tutto in peggio.
Pensavo proprio di aver raggiunto il fondo.
La mia unica consolazione era che non potesse esistere un peggio maggiore di quanto avevo visto accadere.
Ero stata con Fabio e l’avevo lasciato.
Era un ragazzo splendido: si meritava di molto meglio.
Odio le frasi fatte, ma esprimevano la semplice ed efficace verità.
Il mio desiderio di provare la mia prima vera esperienza amorosa era stata più forte della repulsione che avevo per le mie gambe.
Ho voluto, per la prima volta, non pensare a loro, ma alle mie necessità e mi sono lasciata andare.
I miei complessi, però, anche se momentaneamente soffocati nel mio subconscio, non ci hanno messo molto a venire fuori.
Tutto questo faceva parte del passato; ora ero sola…eppure non potevo fare a meno di non pensarci.
Sempre per non dover pensare ad altro.
Allora il mio cervello doveva necessariamente tenersi occupato per non essere lasciato libero di annegare nel buio freddo e nero che regnava dentro di me.
Quel breve, tenero, sottile passato mi era diventato rifugio.
Una volta ci eravamo trovati soli a casa sua perché la madre era dovuta uscire all’improvviso.
Fabio si era avvicinato e dopo avermi baciato delicatamente sulla bocca mi aveva chiesto:
“Vogliamo andare un po’ in camera mia?”.
Sono diventata paonazza dall’imbarazzo.
Il terrore ha bloccato ogni mio movimento.
Mai avevamo parlato di sesso vero e proprio.
Io avevo preferito non entrare nell’argomento per evitare situazioni spiacevoli.
Fabio non mi aveva mai chiesto nulla a riguardo.
Supponevo che lo avesse fatto per rispetto.
Per me era stato più facile rifugiarmi in un innoquo imbarazzo che non rivelargli la verità delle mie paure e del mio disagio.
Mi faceva sentire più sicura il fatto che lui non sapesse nulla.
Non volevo ferirlo rivelandogli la verità.
Non volevo essere ferita dovendogli rivelare la verità.
Non volevo proprio ammettere l’esistenza delle mie brutte ed estese cicatrici. Le ustioni e il fatto che il sesso fosse entrato troppo presto nella mia vita. Entrambe le cose mi facevano sentire terribilemente brutta.
Sporca.
Mi sono rifugiata in bugie: gli ho detto che avevo le mestruazioni e che ero vergine. Sapevo che queste falsità mi avrebbero protetta.
Da vile ho preferito omettere per mezzo di menzogne piuttosto che affrontare la realtà.
Per me era un’impresa impossibile fare una semplice ammissione:
“Non ho il coraggio di affrontare l’intimità con chiunque perchè sono troppo brutta per farlo…Perchè mi considero troppo brutta e sporca per farlo…”.
Il terrore per la deformità della pelle delle mie brutte cicatrici, e la vergogna del mio lontano passato erano emersi chiaramente e mi hanno condizionata.
Ecco chi era veramente Clara la puttana.
Ecco cosa smuoveva dentro di me mia madre quando mi definiva tale.
MI chiedevo cosa mi desse la forza di aprire gli occhi ogni mattina.
Lasciarlo prima che lui potesse vedere quanto fossi brutta era stata la scelta migliore.
L’idea mi era persino stata di conforto.
Meglio che mi figurasse stronza ma fisicamente ed emotivamente integra.
Pensiero confortante.
Meglio dover lottare contro la mia coscienza che dover lottare contro il ricordo crudele di occhi sbarrati bavanti alle mie ustioni.
Occhi pieni di pena.
Nessun amore non poteva non reagire davanti alla devastazione delle mie gambe.
Questo mi immaginavo.
Il mio precoce inizio al sesso mi turbava profondamente ma lo giustificavo attraverso un’ambiente insano e la mia ingenuità di bambina.
Paradossamente era una lettera scarlatta che mi pesava meno delle mie ustioni.
Mi era di conforto sapere che Fabio nei suoi pensieri mi avrebbe immaginata e ricordata come una ragazza perfetta.
Preferivo lasciargli il ricordo di ciò che non ero ma che avrei voluto essere.
Nel mio dolore, almeno potevo illudermi che sarei sempre normale nei suoi ricordi: integra.
Provavo rammarico per avegli chiesto una pausa di riflessione per mezzo di una telefonata.
Dopo quell’ultima chiamata non ho visto Fabio per mesi.
Tutti i miei conoscenti, in realtà, sapevano che avevamo rotto: ero stata io a rivelarlo…Solo lui non lo sapeva.
Per questo mi aveva chiamata: perché lo ha saputo da altri.
Io, per l’ennesima volta,non ho avuto il coraggio di dirgli la verità e giustificare il mio comportamento .
Lui piangeva per l’evoluzione degli eventi, per il dolore che lo corrodeva dentro.
Mi sono sentita il peggiore dei boia.
Poteva pure stare sicuro che non me la passavo meglio di lui: soffrivo come e più di lui.
Perchè lui, anche se tradito, un domani avrebbe potuto innamorarsi ed essere libero di amare.
Anche io mi sarei innamorata ma sarei stata costretta a fuggire, di nuovo, ancora e ancora di fronte alla fonte dei miei sentimenti perché le mie gambe e il mio passato erano orribili.
Sarei stata sempre prigioniera dei miei complessi.
Per questo non sarei mai stata pronta ad avere delle vere storie.
La breve relazione con Fabio mi ha fatta sognare per un po’.
Mi aveva, inoltre, riportata alla realtà della mia condizione.
Non ero libera di amare perché provavo ribbrezzo verso me stessa.
Le mie molteplici cicatrici non si potevano nascondere.
Poi tutto il resto.
Le mie gambe erano soltanto un fastidioso piccolo ciglio dentro un occhio in confronto alla morte che era regina del mio cuore e della mia anima.