Avevo una storia.
Fabio.
Conosciuto alla festa di compleanno di Silvana.
Cosa era cambiato dentro di me?
Nulla.
I miei fantasmi e le mie catene erano sempre li prensenti, sempre gli stessi.
Non li combattevo: li lasciavo ai margini delle mie giornate.
Sapevo che la mia storia d’amore sarebbe durata esattamente il tempo in cui loro sarebbero rimasti a fare da cornice alla mia nuova esperienza.
Non appena avessi avuto il sentore del loro attacco mi sarei allontanata dal povero Fabio.
Era marzo.
Mi sembrava di poter avere un po’ di tempo per avere l’illusione di poter avere una storia d’amore.
Lui era bassino, grazioso e molto dolce; la persona più vicina alla normalità a cui sono potuta stare vicina.
Ha accettato la mia tempestosa vita famigliare: “Io voglio te non tua madre, tuo padre o tuo fratello”.
E’ stata una breve, romantica, bella storia d’amore.
Mia madre ha accettato la cosa.
Naturalmente zero privasy: ogni nostra chiamata al telefono fisso era ascoltata anche da lei, che senza vergogna si portava il modile all’orecchio per poter sentire tutto.
È diventata la prassi.
Chiunque mi chiamasse era costretto al questa fastidiosa conferenza.
Io chiedevo alle mie compagne e a Fabio di non cercarmi al numero di casa ma volentieri la risposta era:
“Non ho nulla da nascondere: ascoltasse pure!”.
La trasparenza con cui dimostrava tutto il suo attaccamento a me mi lasciava sbalordita.
Acqua e fango.
Lui e me.
Dispiaciuta mi davo della egoista a voler scoprire i miei limiti sulla pelle di un’altra persona.
Non mi piaceva il mio atteggiamento ma odiavo la mia solitudine.
Non ho avuto il coraggio di confidarmi, di aprire il mio cuore.
Ho fatto la parte della fidanzatina superficiale.
La verità è che mi piaceva essere amata.
Ricevere attenzioni.
Sentirmi importante per un’altro essere umano.
Avere la sensazione di essere accettata.
Scoprivo che era bellissimo rifugiarsi dentro il calore di un altro essere umano.
Mille complimenti, frasi d’amore.
Io non sono stata sicera.
Vero.
Ho usato quel povero ragazzo finchè i miei complessi lo hanno permesso.
A primavera inoltrata lui ha organizzato una giornata al mare.
Il mio campanello di allarme è suonato.
“Fabio ti chiedo una pausa di riflessione”.
Gli ho detto questo mentre dentro me stessa sapevo che la mia sarebbe stata una fuga dopo la quale non mi sarei mai fatta trovare.