Cena come tante.
Le domande ostinatamente le stesse:
“Come è andata a scuola? Sei stata interrogata? Hai fatto qualche compito in classe? Come è andato, quanto hai preso?”.
Ai soliti banali, noiosi e sterili interrogativi ho risposto senza alcun entusiasmo:
“Bene. No. No”.
Abbiamo ripreso l’ultimo pasto della giornata nel silenzio, con in sottofondo la solita voce artificiale del terso o quarto telegiornale che i miei si ascoltavano.
Persino il televisore sembrava avere più entusiasmo di noi.
Eravamo una famiglia noiosa; composta nel mangiare, nella quale nemmeno il cibo sapeva essere allettante. Se la cuoca non ama i fornelli lo si vede dai suoi piatti.
Per mia madre tre erano i fattori fondamentali in cucina: valori nutrizionali, una sana alternanza del ciboe infine semplicità e velocità nella preparazione.
Amava la pentola a pressione: buttava dentro gli ingredienti per poi delegare a lei ogni compito.
Una vera noia per il palato.
Questo era il mio stato d’animo quando lei ha tirato fuori un libretto.
“Mi spieghi cos’è questo?”.
Già, che cosa era?
Ho sfogliato incuriosita una lunga serie di donne nude che mi fissavano sicure nelle loro pose provocanti.
Più giravo le pagine più ero confusa.
Smetto di sfogliarlo per fissare mia madre.
“Ma che significa?”,
“Dimmelo tu. So che sono tuoi. Non ti vergoghi di portare a casa questo schifo?
Questo non è nemmeno stato il peggio.
Pazzesco.
Incredibile.
Dalla solita noia al disastro.
Ero talmente incazzata, incredula, che non ho potuto ribbattere.
Mi sono alzata da tavola e sono scappata nel bagno degli ospiti.
Era l’unico posto di casa fornito di chiave.
Talmente era profondo il bisogno di alienarmi da quella situazione surreale che ho lasciato la luce spenta.
Mi sono tappata la bocca con le mani per non darle la soddisfazione di sentire il mio pianto disperato.
Non sapevo se abbandonarmi al paradosso della situazione e ridere a squarcia gola o dare libero sfogo alla mia rabbia.
La soluzione mi è stata data dall’esterno, perchè dallo spazio tra legno della porta e piastrelle del pavimento ho visto passare dei fumetti.
Le stesse donne provocanti di prima.
“Tieni, così puoi divertirti chiusa li dentro. Per me puoi rimanerci a dormire. Tanto lo so che tutti i fumetti porno che ho trovato li hai comprati tu: ti conosco fin troppo bene. Ho capito chi sei già da tanto tempo: sei una svergognata; una gattamorta, una bagascia!”.
Ferita profondamenteho ripreso il mio pianto.
Davvero stava succedendo?
Ero finita all’inferno?
Cosa diavolo stava succedendo alla mia famiglia?
Non era tollerabile.
Non era sopportabile.
Sono diventata cieca dalle rabbia.
Ho urlato come una isterica:
“Tu sei pazza! E cosa ci sarebbe di alllettante per me in queste pagine!? A me piacciono i ragazzi! E poi con che soldi li avrei comprati se voi non ci passate una lira!? Ma siete diventati tutti scemi insieme!? Non ti è passato per la testa di chiedere a mio fratello!?”
“So che li hai comprati tu. Sono sicura che è così”.
Mi ha risposto con tranquillità.
Con semplicità.
Lei non aveva chiesto.
Si era già messa in testa la sua versione personale.
Perchè!?
Qualunque essere umano sensiente con due figli adolescenti avrebbe capito istantaneamente che i fumetti porno erano del maschio.
Per quale folle ragione mia madre aveva pensato a me!?
Perchè mai avrei dovuto comprare del materiale porno per mio fratello!?
Si poteva dire che ci parlavamo per sbaglio!
“Tu sei matta! Sei matta da legare! Da manicomio!”, le ho urlato con tutta la forza della mia rabbia,
“Tu sei una troia! Devi solo che vergognarti e stare zitta!”.
Ci urlavamo contro tutto questo, in maniera sempre più selvaggia e avremo continuato in eterno se mio padre non le avesse urlato di ritornare in cucina.
Lei ha ubbidito.
Ora erano loro tre seduti a tavola: mamma, papà e mio fratello.
Parlavano tranquillamente.
La televisione era stata spenta.
Sentivo solo la voce di lei ma soltanto perchè ha sempre avuto in tono di voce molto alto.
Javier si sentiva a stento.
Disagio del colpevole.
Parlare sottovoce è un primo tentativo di chiedere scusa e riconoscere il proprio torto.
“Davvero sono tuoi? Guarda che non devi coprire tua sorella”.
Peggio di un mulo, porca miseria!
“Si, mà, sono miei! Non lo vedi che sono in inglese!? Li ho presi quando sono stato in Scozia…”,
“Il sesso non è quello descritto li sopra. Solo i malati di mente hanno bisogno di certe porcherie. Alcune scene sono da vomito, da pervertiti…Tutta quella violenza..”
Meno male.
Due dei suoi dieci neuroni si erano svegliati dal letargo…Che discorsi scemi le uscivano dalla bocca…Eppure non era quello a darmi un profondo fastidio…Qualcosa strideva.
C’era qualcosa di ancora più sbagliato in tutta quella situazione.
C’era qualcosa di profondamente ingiusto.
Ho notato la calma con la quale discutevano.
Inusuale per la nostra famiglia…Eppure non era quello a lasciarmi basita.
Qulacosa mi tormentava.
La rivelazione non è stata affatto piacevole.
La verità era uscita fuori ma nessuno mi aveva richiamata a tavola.
Nessuno mi aveva chiesto scusa.
Mi avevano semplicemente e completamente ignorata.
Delusa.
Ferita sempre più, sono uscita dal bagno e mi sono buttata dentro il mio letto.
Ho cercato di ignorare lo strano sentimento che mi stava lentamente riempendo.
Lo soffocavo per evitare che sgorgasse e mi invadesse tutta.
Sentivo solo un freddo e profondo buoi dentro di me.
Quella sera mi sono sentita troppo stranca, troppo debole per poterlo fronteggiare e mi sono lasciata annegare dentro di esso. Era come essere immersi nell’acqua gelida.
Coperta fino alla testa di sabbie mobili; ma non erano granelli di sabbia a circondarmi ma milioni e milioni di spille. Migliaia e migliaia di piccoli coltelli che producevano un dolore ispiegabile. Crudele.
Mi aspettavo che da un momento all’altro sarebbe scoppiata una bomba che avrebbe sconvolto il mio penoso mondo già fatto di ruderi.
Inquietudine, smarrimento, paura, quella strana forma di dolore che non è fisico eppure sa essere più profondo, più forte: il dolore che solo un arto fantasma può provocare, delusione, stordimento.
Tutto questo sentivo dentro di me.
Non avevo nulla a cui aggrapparmi.
Sapevo solo che le cose col tempo sarebbero peggiorate.
Una premonizione.
Una spiacevole certezza.
Sapevo che un terribile terremoto si sarebbe abbattuto dentro di me e nella mia famiglia.
Allora il disastro sarebbe stato totale e il dolore di questa sera sarebbe stato nulla in confronto.
Non sapevo come ne quando ma ero in attesa.
Si è fatto vivo mio fratello.
“Mi dispiace tanto”
“Anche a me e comunque sei un cretino”
“Pensavo di averli nascosti in un posto sicuro”
“Dove?”
“Un po’ sotto al letto, al centro e un po’ dentro la fodera del cuscino”
“Allora mi rimangio quello che ho detto, non sei un cretino: sei un cojone”
“Me ne sono accorto…Notte..:”
“Notte”.
Almeno lui ha avuto un minimo di rispetto per lo straccio che ero diventata.
Uno scambio di diplomatiche parole.
Non una carezza.
Non un abbraccio.
Neppure tra noi fratelli esisteva un minimo di contatto fisico.
Finalmente arrivava il sonno.
Amavo il giungere di quella temporanea incoscienza.
Dava la sensazione di non aver problemi.
Rimaneva solo il nulla.
E il nulla per me era stupendo.