87- la fuga

Successe il finimondo.
Si avvicinava la festa del primo maggio.
Era il pomeriggio precedente.
Martina mi aveva cercata per chiedermi di uscire con lei.
Il programma era semplice: andare a spasso per Frascati e rincontrarci la mattina dopo per andare al concerto a San Giovanni.
Bello.
Un’esperienza del tutto nuova per me.
Non avevo mai partecipato ad un concerto.
Ho accettato con entusiasmo.
Non avevo fatto i conti con mia madre.
I cosi detti conti senza l’oste mi sono arrivati addosso come una valanga.
Martina non le era mai piaciuta, perciò non sarei dovuta uscire con lei. Semplice.
Il concerto del primo maggio non le era mai piaciuto; ci andavano solo i drogati, perciò non avrei dovuto andarci.
Semplice.
Non parlava mai al condizionale.
Per mia madre esistevano solo gli imperativi assoluti.
Le obiezioni non erano contemplate.
Difficile da accettare per una maggiorenne rinnegata.
Non ci sono stata.
Non accettavo simili imposizioni da bambina, figurarsi alla mia età.
Arrabbiata, offesa, sconcertata, mi sono dimostrata determinata quanto lei.
“Quando capirai che non sarai tu ad impormi le mie amicizie! Esco con chi mi pare a me! Con chi mi piace a me!”
“Tu scegli sempre il peggio! Ecco perchè devo intervenire io!”
“Si: il peggio per te! Peccato che io le reputi più che adatte a me!ma poi dimmi una cosa: te ti frega a te!? Non ti importa niente di me e allora di che ti impicci!”
“Perché sei una poco di buono e finché stai a casa mia devi fare come dico io!”
“Lasciami vivere la mia vita, scegliere le mie compagnie, fare le mie esperienze! Basta alla tua pretesa di poter selezionare e stabilire le mie amicizie, basta ai suoi continui no. Voglio essere libera di poter fare le esperienze che è giusto che faccia alla mia età!”
“Tu devi pensare solo a studiare! Non ti serve altro!”
“Non sono semplicemente un cervello da scolarizzare! Non sono un vaso vuoto da riempire! La mia vita sociale non ha lo stesso bisogno di essere garantita? Se non per te, va bene, ma per me, si!”
“Sei un imbecille, una stupida gattamorta, ecco cosa sei!”
“E sia! Ma non sono una sciocca piccola bambinetta che farà come tu comandi! Sono stufa delle tue pretese! Io adesso esco con Martina e domani andrò al concerto!”
“Tu non esci con quella ragazzaccia!”
“Perché è una ragazzaccia!?”
“Non mi piace per niente!”
“Perché non ti piace?”
“Perché è cosi!”
“Io avrei voluto portarla quì per fartela conoscere, e come lei, tante altre: solo tu non vuoi che venga nessuno a casa! Come puoi pretendere di conoscere una persona se mi impedisci di farlo! Le mie compagne possono venire solo nel caso in cui si deva fare qualche lavoro per scuola! Sei ridicola! Dovrei dare retta a una pazza come te?! Io devo stabilire chi mi piace e chi no, Martina è una mia amica perciò io ci esco!”
“Tu non esci da questa casa! Dovrai passare sul mio corpo!”.
Romantico.
Ridicolo.
Incredibile.
Mia madre ha sigillato la porta di casa dall’nterno.
Il mio primo tentativo di prenderle le chiavi di mano è andato male.
Con molta pazienza, fingendo di essere rassegnata, ho aspettato che si distraesse.
Solo il giorno seguente mia madre ha abbassato la guardia.
Ho aspettato che fosse impegnata in balcone ed in silenzio sono uscita di casa. Ha provato a rincorrermi per le scale.
Il vantaggio e la velocità mi hanno garantito il successo.
Mi ha chiamata sul cellulare.
Era infuriata. dannatamente infuriata.
“O torni indietro subito o non tornare mai più! Ti do dieci minuti, poi questa porta si chiuderà per sempre!”.
I dubbi mi hanno assalita.
La frase era stata più che chiara.
Sono sincera: mi sono cagata sotto.
La mia lotta, però, doveva essere portata avanti o non avrei mai ottenuto il benchè minimo briciolo di libertà con mia madre. Se fossi tornata indietro avrebbe vinto lei; niente sarebbe mai cambiato. Tutto sarebbe rimasto immutato. Ho deglutito, cercato di calmare il battito del mio cuore e ho proseguito per la mia strada.

Ho aspettato l’autobus per ore.
Ho iniziato a spazientirmi.
Si è fermata una vecchia panda.
“Buongiorno! Oggi sarà difficile che i mezzi passino: é festa”, mi ha avvisato l’anziano alla guida.
Porca miseria! Non ci avevo pensato! Quanto avrei dovuto aspettare? Tutta la mattinata?
“Vuoi un passaggio?”.
L’ho guardato.
Un vecchio con il viso da Babbo Natale mi ha sorriso.
Il viso non metteva a disagio.
Gli occhi mi sono sembrati riflettere bontà.
Il mio grillo parlante è intervenuto istantaneamente dicendomi di non trasgredire una sacra santa regola: mai salire in macchina di completi sconosciuti.
Non mi era mai venuto in mente di fare l’autostop.
Era un’idea che non avevo mai contemplato.
Ora mi si presentava un passaggio inaspettato, che io non avevo cercato e che mi era offerto con molta gentilezza.
Si, d’accordo, però era pur sempre un uomo in macchina da solo.
“No grazie. Preferisco aspettare l’autobus”.
Ho ascoltato il mio buonsenso.
Gli ho sorriso per educazione e mi sono allontanata dal finestrino dell’automobile.
“Non dirmi che hai timore di un vecchietto come me! Mi sono fermato solo perché pensavo di poterti essere di aiuto. Mi farebbe piacere se qualcuno lo facesse con i miei nipoti se si trovassero nella tua stessa situazione. Possibile in questo mondo non ci sia più fiducia nel prossimo?”.
Già.
Si poteva avere paura di Babbonatale?
Ho deciso di dare fiducia a quel prossimo così deciso a venire in mio aiuto.
Sono salita in macchina con il cellulare tra le mani e ho aperto completamente il finestrino. mano pronta a scattare sulla serratura.
Va bene prendere il passaggio ma con prudenza.
Ho finto di chiamare Martina avvisandola che avevo trovato un passaggio.
I primi minuti sono trascorsi tranquillamente tra chiacchere banali e leggere. Mi sono tranquillizzata del tutto.
Ho comunque mantenuto il cellulare a portata di mano.
“Stai andando da qualche amica? Dove ti devo portare?”
“Si, abita a Rocca Di Papa”
“Conosco una scorciatoia che ci posterà li spediti”
“Nessuna scorciatoia. Preferisco si mantenga sull’Anagnina”.
Mi ha accontentata.
Ho iniziato a sentirmi a disagio.
Per fortuna c’era tanto traffico e si procedeva a passo d’uomo.
Non sarebbe stato affatto difficile aprire la portiera e scendere.
Mi sono maledetta per essere salita in macchina.
Cosa mi era saltato in mente?
Brutta scelta avevo fatto.
ho preso la decisione di non manifestare il mio disappunto per la cattiva decisione.
Far finta di niente.
Avrei dovuto manifestare solo determinazione nei gesti e nelle parole, sicurezza in me stessa.
Improvvisamente mi sono sentita una mano su una coscia.
Mi si è fermato il cuore.
“Senti come sei tosta! Sei tutta così bella tonica?”, troppo sbalordita per reagire, mi sono sentita stringere un seno.
Mi sono pentita amaramente di aver accettato il passaggio.
Al rimorso intinto nella paura si stava sostituendo repentinamente una rabbia esplosiva.
Ho messo la mano sulla portiera.
“Mettimi ancora una mano addosso, accenna un minimo di movimento nella mia direzione e io mi butto per strada all’istante e non lo farò in silenzio: urlerò come non ho mai fatto in vita mia!”, gli ho intimato con una freddezza nella mia voce che non conoscevo.
Ha tolto quella mano sudicia dal mio corpo immediatamente.
Mi ha sorpresa l’autorità che avevo espresso.
Quando ho guardato indietro e ho visto che, a poca distanza da noi, solo poche macchine indietro, ci seguiva un autobus del Cotral, ho imprecato.
Ecco una bella lezione dalla vita per Clara.
Sarei dovuta scendere?
“Scusa! Non lo farò più…Ho capito male io!…È solo che ci sono tante disposte a tutto per un po’ di soldi…Non ti farebbero piacere un paio di scarpe nuove, un paio di jeans?…Non ci mettiamo tanto: ci nascondiamo un attimo, mi fai quello che mi piace, io ti pago e tu ti compri quello che vuoi. Nessuna mi ha mai detto di no. Ti guadagni qualche soldino per così poco.”.
Non potevo credere alle mie orecchie.
Ero finita tra le mani di un vecchio maiale bastardo.
La mia rabbia esplose tutta insieme.
“Ma non ti vergogni? Non ti fai schifo nel dire queste cose? Provo pena per chi hai sfruttato, ma tu sei disgustoso! Ho tutto ciò di cui ho bisogno senza scendere a patti con nessuno! Non osare toccarmi ancora”.
“Che bambina decisa! Quanti anni potrai mai avere; quindici? Che caratterizzo esplosivo! Sicura di non volere un po’ di soldi facili?”.
Un mio gelido sguardo è stato la risposta.
Avrei vomitato se avessi potuto.
Davvero ci erano state altre che avevano ceduto a questo mostro?
Ho provato una tristezza indescrivibile.
Non volevo più aver alcuno scambio verbale con la bestia che avevo sottovalutato.
Inutile stare a dirgli che ero molto più grande; inutile innervosire un porco senza dignità.
Ho deciso di chiudermi nel silenzio.
La strada da fare era poca.
Non appena ho intravisto il paese, ho chiesto di poter scendere.
Meglio proseguire a piedi che in compagnia di un mostro.
“Non raccontare a nessuno quello che è successo. So essere molto cattivo…”
“Ma va fanculo porca bastardo!”.
Gli ho sbattuto in faccia la portiera quanto possibilmente forte prima che terminasse le sue intimidazioni.
Ho ringraziato mille volte il mio instancabile angelo custode.
Non sarebbe mia successo.
Mi era andata anche troppo bene.
Non avrei mai permesso che succedesse di nuovo.
Mai più nella mia vita, per nessun motivo, avrei accettato passaggi da sconosciuti.
Sulla mia pelle ho sperimentato la pericolosità dell’autostop.
Come diavolo mi era vento in mente di accettare?
Che sciocca ero stata!
Dimostrazione di quanto fossi ingenua rispetto al mondo.
Non ho avuto il coraggio di raccontare a Martina della mia stupidità.
Ho fatto semplicemente finta che non fosse successo niente.
Un po’ mi ha fatto rabbia il non correre a denunciarlo.
In base a cosa poi?..Non avevo targa, nome…A ciò si aggiungeva la decisione codarda di non voler aggiungere altri problemi ad un calderone già in ebollizione. Mi sono immaginata la scena:
“Buon giorno signor carabiniere; le riassumo in breve la vicenda: dopo aver preso la decisione di scappare di casa ho accettato un passaggio da un vecchio bastardo che mi ha promesso soldi in cambio di sesso: vorrei denunciarlo…”…Mmmm…Il bastardo non poteva essere più un mio problema.

“Martina, devo confessarti una cosa: sono scappata di casa. Ho avuto problemi con quella sorta di stramba iperprotettiva di mia mamma…Sto lottando per avere i miei spazi…Se non mi fossi imposta in questo modo non sarei mai stata in grado di cambiare le cose…”,
“Fai bene. È un tuo diritto. Crescere è anche questo. Non sempre i genitori sanno essere dei bravi genitori. Tua madre, poi, è una tipa strana. Non ti offendere, ma le poche volte che l’ho vista mi ha fatto venire brividi freddi! Per fortuna mia madre non è così!”
“Per la mia esiste solo lo studio. Il resto non conta nulla. Come posso fare le mie esperienze se lei non mi concede la libertà per poterle affrontare? Alla mia età ancora spera di poter selezionare le mie compagnie…Magari poter parlare di amicizie: il poco spazio che mi concede non mi permette di poterle coltivare come vorrei…Mi sento come una gallina in gabbia…”
“Puoi stare da me. Devo solo avvisare casa. Non ci pensare più: godiamoci la giornata!”.

Il concerto del Primo Maggio è stato una delusione.
La folla non finiva mai.
Data la mia statura da hobbit non vedevo nemmeno il palco.
In realtà non vedevo alcuncchè: una fitta nebbia di fumo di sigarette e cannabis regnava sovrana intorno a me.
I ragazzi più belli erano in compagnia dei loro fidanzati gay.
Unica consolazione della giornata è stata una ciambella gigante fritta.
Me la sono goduta tutta.
Finito il mio dolce da record mi sono trovata a chiedermi che cavolo ci facessi in quella bolgia.
“Martina io mi sto annoiando…”
“Pure io…Non ti ho detto niente perché pensavo volessi rimanere fino a stasera!”,
“Non ci penso proprio! Scappiamo via di quì!”.
Grande lotta per una cocente delusione.
Ho cercato di sottolineare l’aspetto positivo della mia ribellione: non era un gesto che aveva la semplice finalitá di un misero concerto: io volevo il riconoscimento di una libertà che mi aspettava di diritto: la vita sociale appropriata ad una diciottenne.
Ho cenato a casa della nonna della mia amica.
Chiacchere per ore e ore prima di cadere nel sonno e poi a dormire.
E’stata la mia prima notte fuori casa.
Un tabù per mia madre: unico letto su cui dormire era quello tra le mura di casa nostra.
Mi aveva sempre impedito anche solo di chiedere di passare la notte da qualche amica.
Per lei era semplicemente intollerabile.
Andare a pranzo a casa di qualche compagna?
Non esisteva.
Tutt’al più potevano venire loro.
Se le fossero piaciute.
Quandi nessuno di mia conoscenza.
Nessuno al mondo, supponevo.
“Se non le fai venire a casa come puoi conoscerle?”. Inutile banale, sorda obiezione la mia.
Misteri di mia madre.
Lei valutava da tre aspetti basilari: voti a scuola, lavoro del padre e lavoro della madre.
Le tre virtù cardinali per la regina Barbara.
Come poteva dire di conoscere una persona basandosi su questo?
Secondo mistero.
Risultato: dalle elementari alle superiori non sono mai stata ospite di qualche mia compagna.
Nessuno è mai stato degno della mia famiglia.
Brutta frase, purtroppo vera, a detta di mia madre, per la quale neppure io ero degna di loro.
Non lo aveva mai detto, ma erano anni e anni che lo diceva sotto le righe.
Mia madre si fermava mai a riflettere?
Io avrei dovuto contare fino a dieci in ogni situazione.
Un breve lasso di tempo che spesso non mi garantiva la scelta più giusta, ma almeno facevo il tentativo di provarci.
Lei lo faceva mai?
Io mi mettevo in bubbio.
Lei lo faceva mai?
Dovevo arrivare a scappare di casa per imporle di ascoltarmi e farle capire che sbagliava a non lasciarmi il giusto spazio di piccole libertá?
Non discuteva mai con papà di queste cose?
Non riflettevano mai del loro modo di educarci?
Possibile la voce di mio padre fosse la stessa di mia madre?
Avevo l’impressione che non fosse così…Lui non faceva uscire affatto la sua opinione, per cui lei si trovava ad avere una carta bianca che legittimava a ciò che le dettavano i suoi pensieri personali.
Brutta cosa quando in famiglia a comandare era la meno ragionevole del gruppo. Era un po’ come abitare nel villaggio di un re folle…Ma poi che mi facevo a fare queste domande?..Oramai per mia amarre e mio padre contavo meno di zero.

Risultato del mio gesto ribelle è stato il fatto che il giorno dopo sono andata a scuola senza libri.
Mi sentivo sporca e in imbarazzo con la stessa biancheria del giorno prima.
Ho pensato che il pomeriggio avrei potuto chiamare mio fratello per farmi portare dei vestiti puliti e il materiale scolastico.
Sarebbe stato disposto ad aiutarmi?

A pranzo sono tornata a casa di Martina.
Sedevamo a tavola.
Io, la mia compagna di classe e sua madre.
Il cibo fuori di casa mia mi è sempre sembrato più buono.
“Clara io ieri sera ho chiamato tua madre per avvisarla che avresti passato la notte da noi. Mi ha richiamata questa mattina chiedendomi di convincerti a tornare a casa. Ci siamo date appuntamento a Frascati tra due ore. Ti verrà a prendere lei”, probabilmente ha letto paura sul mio sguardo, perché immediamente, la madre di Martina ha aggiunto: “Non ti preoccuare, non sarai nemmeno sgridata”.
Ci ho creduto poco.
Ho iniziato a immaginare mio padre e mia madre a schiaffeggiarmi a turno.
In realtà mio padre non mi aveva mai sfiorata…cosa poteva fermarlo adesso che ero la figlia di nessuno!?
Pazienza.
La vita sarebbe continuata.
Sarebbero state le conseguenze della mia lotta.
Mi sono sentita come Spartaco.
Un fantozziano Spartaco solitario nella sua ribellione.

In macchina mia madre si è dimostrata insolitamente taciturna.
Non che io avessi qualcosa da dire.
Ho pregato con tutto il cuore affinchè nella mia vita si manisfassero dei cambiamenti positivi.
ne avevo disperatamente bisogno.

Mi dipingeva come il mio perfetto contrario.
Io non avevo alcun contratto con il demonio. Non avevo alcun quadro a rappresentare la corruzione della mia anima. Ero per tutto il misero Dorian Gray che apparivo. Avevo i difetti, l’arroganza, la stupidita di qualunque adolescente della mia età. Avevo la mia buona dose di complessi. Questi ultimi, molto sinceramente, frenavano tutto il mio slancio, il mio entusiasmo nell’affrontare la vita. A lei di questo non importava nulla. Vedeva solo il demone che immagina io fossi. Aveva di fronte a se il quadro che era stata lei stessa a dipingere. Non le importava se ciò fosse reale o frutto di un’errata fantasia. Il fatto che fosse stata a pensarlo o meglio a immaginarlo la convinceva della sua veridicità. Non sapevo come convincerla del suo errore. Le litigate, le parole che scrivevo…era cieca a qualunque mio tentativo. Era più forte la sua Clara fasulla che la vera me.

86- il mio autista

Vivevo la mia vita come priva di calore e colori.
Non avevo davvero appigli nei quali trovare un poco di conforto.
Scivolavo giù.
Dove stessi cadendo non lo sapevo.
Volevo soltanto fermare quella sensazione di lancio nel vuoto.
Mi sembrava che la vita stessa si fosse dimenticata di me.
Come se intorno a me tutti fossero immersi nella vita, impegnati in gioie o affanni e io fossi un triste Leopardi alla finestra.
Pessimismo cosmico.
Lo stavo vivendo.
Ogni giorno così mi avvicinava ad un nulla a cui non ero disposta a cedere.
Dovevo trovare una via d’uscita all’angoscia che stava per annientarmi.
Dovevo tenere occupato il cervello.
La mia ancora di salvezza mi è stata data dall’ incontro con una persona.
Un ragazzo.
Mi sarebbe piaciuto fosse così, in realtà era un uomo.
Un uomo che mi ha fatto provare sensazioni che mi erano sconosciute o sopite.
Pronte ad affiorare solo per uno sguardo.
Proprio per quello sguardo.
Per Fabio non avevo mai provato il trasporto che immediato ha preso vita non appena ho incrociato lo sguardo di quegli occhi color nocciola.
Non conoscevo il suo nome.
Non sapevo nulla di lui.
Solo che anche la sua voce mi è sembrata musica.
La sua risata una canzone che avrei ascoltato per giorni interi.
Nessuno mai mi aveva fatto un effetto tanto penetrante.
Ci siamo scambiati quattro parole, eppure ho capito che lui sarebbe stato l’estate di quelle mie giornate.
La sua disinvoltura, la sua allegria sono stati come una calamite per me.
Mi ha colpita il fatto che sembrasse essere il mio esatto opposto.
Chi vive nel freddo e nel grigio comincia a nutrire un amore particolare per il sole.
Questo estraneo a me è parso esattamento proprio questo: il sole.
Chi era costui?
Un autista.
A seguito di quel incontro fatale non sono più riuscita a togliermelo dalla testa.
Mi ubriacavo di fantasie dolci per farmi conforto da sola.
Rielaborazioni del cervello attivate per evadere in isole dolci nelle quali poter evadere dalla realtà.
Accantonavo i miei problemi reali rifugiandomi in qualcos’altro..Avrei preferito non doverlo ammettere…perciò non lo facevo.
Fantasia o no, durante ogni mia uscita di casa speravo di incontrarlo.
Non riuscivo a pensare ad altro.
Solo a lui.
Diventò questo il mio modo di ingannare la mia mente: pensare solo al mio autista.
Se il caso voleva che lo incontrassi passavo le giornate a rivivere quei momenti.
Facevo rivivere senza tregua gli scambi di parole, gli sguardi, i sorrisi.
Tutto questo mi faceva sentire meglio ma lontanamente bene.
La mia confusione era palese.
Cercavo disperatamente questa persona ma sapevo che che se fossi riuscita a trovarla ed a entrarci veramente in contatto sarei stata io stessa a scappare.
Mi stavo lacerando il cuore da sola.
Mi stavo costruendo un rifugio sulle sabbie mobili.
Ne ero consapevole, eppure non riuscivo a farne a meno.
Avevo adulatori.
Persone a cui non facevo caso.
Mi rifiutavo a tutti ma non a lui.
Volevo soltanto lui perché lo consideravo il più difficile da ottenere.
Era come se sapessi che di lui mi sarei potuta innamorare perchè non mi avrebbe mai ricambiata.
Avrei potuto amare senza dover concedere niente che non avessi voluto.
Mi era dolce quella difficoltà, perché mi tranquillizzava.
Non ero affatto felice di dovermi accontentare di questi amori unidirezionali, ne soffrivo, ma costituiva ciò che ero disposta ad concedermi.
Dentro di me fluiva un desiderio incommensurabile di amare, di essere amata, unito alla consapevolezza che non avrei potuto, ne voluto mai essere soddisfatta pienamente.
Senza saperlo ero terrorizzata.
Cercavo l’amore ma ne avevo una paura folle.
Da questo derivava il mio malessere.
Per soddisfare il mio narcistico ego talvolta mi guardavo intorno, catturavo l’attenzione di qualche preda e mi nutrivo dei miseri complimenti che leggevo negli occhi dei ragazzi che sembravano essere stati colpiti da me.
L’ennesima illusione senza controindicazioni che mi permetteva di volare un pochino.
Piccoli attimi di soddisfazione momentanea che mi regalavano la sensazione di essere normale.
Già.
Che novità: l’anatroccolo è diventato un cigno.
Almeno apparentemente.
Riuscivo ad attirare l’attenzione di molti e venivo giudicata bella.
A patto che non mi avessero vista in costume, o troppo scoperta.
Se mi avessero vista in quelle condizioni avrebbero provato pena, disprezzo, ribbrezzo…Non certo ammirazione.
Mi sentivo un truffatore.
Mi sembrava di ingannare chiunque mi adulasse.
Era come camminare portandomi addosso una croce fatta di bugie ed inganni.
Non era dignitoso prendere in giro nessuno.
Le fatue illusioni che mi concedevo mi procuravano un piacere effimero: al mio narcisismo faceva costantemente seguito un dispiacere che mi seccava la gola.
La soluzione era una soltanto: non illudere gli altri.
Smettere d’interpretare personaggi che non mi appartenevano.
Meglio illudere esclusivamente me stessa.
La verità era una soltanto: avevo un profondo bisogno di sentirmi amata.
Desideravo ardentemente ricevere e dare amore ma allo stesso tempo la cosa mi terrorizzava.
Desidervavo l’amore come la vita il sole ma da esso avevo ricevuto il più terribile dei tradimenti.
Non avevo più fiducia.
Non volevo ammetterlo a me stessa.
Avevo inizaito a non essere sincera con me stessa.
Ho attivato le prime censure per non dover impazzire.

parentesi

Fermo per un attimo il racconto della mia storia.
Mi prendo una pausa per valutare non il passato, bensì il presente.
Mi sembra di aver lanciato un sasso nelle acque di un lago e di essere rammaricata delle conseguenze del mio gesto.
Venire a conoscenza indiretta delle conseguenze del mio scrivere non è affatto piacevole.
Nell’età della vecchiaia; nel momento in cui godi e raccogli i prodotti degli sforzi di anni e anni e degli affetti, i miei genitori, si sono visti arrivare sassate addosso.
Non sassi ma veri e propri macigni.
Essere artefice di tanto dolore non mi rende felice, tuttavia non posso fermare le conseguenze di quelle che sono state le vostre scelte nel passato.
Non ho motivo di inventarmi nulla: non me ne viene niente.
Non scrivo “perché ha una ciste nel cervello”.
Io sono felice di quella che è la mia vita oggi.
Una vita che ho cominciato quando sono uscita di casa solo con due valigie, la morte nel cuore e per fortuna l’amore di chi è oggi è mio marito.
Negli anni ho sempre cercato un contatto, un rapporto diplomatico che potesse giustificare i pochi gli anni belli vissuti insieme.
Sforzi dovuti al fatto di non accettare la posizione di figlia buttata fuori casa.
“Ma noi ti abbiamo pagato l’affitto della tua camera”.
Come e per quanto tempo?
Questo voi lo sapete e lo sapranno quanti mi seguono.
Sapere anche perché scrivo?
Perché è inaccettabile essere rinnegati, ignorati, trattati come una persona infame…persino gli assassini continuano ad avere l’amore dei genitori…Quale bestia posso essere per meritare la vostra totale disattenzione?
Che male vi hanno fatto le vostre nipotine per meritare la vostra totale assenza?
Io il mio orgoglio l’ho messo da parte molte volte.
Come da parte ho messo il mio dolore ad ogni mio tentativo di connettermi di nuovo con voi.
Ogni chiamata fatta verso di voi aveva bisogno di preparazione fisica: dovevo controllare il respiro, controllare il panico che mi invadeva.
Ed ogni tentavo era una sconfitta, il rinnovarsi di un dolore che mi porto sempre dentro.
Un pianto disperato.
La rabbia dei miei nuovi affetti che non capendo mi dicevano:
“Perché continui a provarci!? Ti fai solo del male! Lasciali perdere!”
Costantemente ferita, irragionevolmente, io sapevo che ci averi riprovato, che avrei continuato a riprovarci.
Ho deciso di dare vita al mio blog quando ho accettato la sconfitta.
Gli ultimi anni con voi hanno significato assenza di amore, solitudine, smarrimento, la totale assenza di qualcuno a cui chiedere un consiglio o aiuto, la vostra continua ricerca di qualcosa che vi avrebbe permesso di buttarmi fuori di casa e non trovandolo avete pensato che pagarmi l’affitto sarebbe stato la soluzione….Mi sono sentita sola al mondo senza la presenza in esso di qualcuno per cui valessi qualcosa.
Mi avete fatta sentire come l’ultimo dei vermi. Meno importante della cacca che si schiaccia per terra.
Avete continuato a farlo fino a ieri.
Vi state sentendo oggi come io mi sono sentita a vent’anni.
E saperlo mi toglie l’appetito.
Ecco come sto reagendo alla consapevolezza del vostro malessere.
Una conseguenza, lo ripeto, di un passato che è un punto di vista, si, il mio punto di vista, di fatti, purtroppo reali.
Sapete perché in passato non ho chiesto aiuto alle autorità che avrebbero potuto tutelarmi?
Perché temevo di ferirvi.
Di farvi del male.
Perché andare contro di voi mi sembrava un atto contro natura.
Ho preferito tenere per me il dolore di figlia rinnegata.
Di vivere la mia vita senza dimenticare di voi perché l’amore che si nutre per un sogno avverato rimane. Anche se infranto.
Io non ho mai accetto la rottura del mio sogno.
Dove è finita la saggezza della vecchiaia?
Mi aspettavo che per la prima volta avreste preso il toro per le corna e avreste cercato il contatto con me.
La vostra reazione invece è stata quella di cercare disperatamente qualcuno che si schierasse dalla vostra parte e carichi di questo appoggio vi sareste fatti forti a puntarmi il dito contro e darmi della bugiarda, della malata, di colei che vuole la calunnia.
Indignati, avete attaccato chi mi ha dimostrato affetto, perché per voi chi ama me non ama voi.
Vi sentivate sicuri perché mi reputavate isolata da parenti e conoscenti. Vi sentivate sicuri della certezza che io fossi una mezza persona. una povera stupida destinata a nulla di buono.
Invece ecco a voi la mia dignità, la mia voce, il rispetto e l’amore che mi sono guadagnata. Sentimenti che non possono essere pretesi ma ricevuti nel tempo perché ritenuti degni di essi.
Vi sentivate al sicuro dal giudizio del mondo perché circondati da un isolamento che avete deciso per voi stessi. Re e regina dentro al loro castello.
Davvero teneramente e follemente ora mi sembravate i Don Chisciotte odierni.
Mi avete insegnato voi che le bugie hanno le gambe corte..Lo avevate dimenticato?
Paradosso di tutto e che io vi sono più vicino di tutti perché dopo aver fatto terra bruciata intorno a voi, meglio di chiunque altro so come vi sentiate.
Avete bisogno di aiuto.
Come molti anni fa io ho avuto bisogno di aiuto per non cadere in errori irreparabili (aiuto che per fortuna la vita stessa ha voluto regalarmi), oggi siete voi ad avere bisogno di aiuto.
Essere consapevoli del proprio malessere è il primo passo verso la guarigione.
Che ci crediate o no io sono preoccupata per voi.

85- il fondo

Molto era cambiato.
Tutto in peggio.
Pensavo proprio di aver raggiunto il fondo.
La mia unica consolazione era che non potesse esistere un peggio maggiore di quanto avevo visto accadere.
Ero stata con Fabio e l’avevo lasciato.
Era un ragazzo splendido: si meritava di molto meglio.
Odio le frasi fatte, ma esprimevano la semplice ed efficace verità.
Il mio desiderio di provare la mia prima vera esperienza amorosa era stata più forte della repulsione che avevo per le mie gambe.
Ho voluto, per la prima volta, non pensare a loro, ma alle mie necessità e mi sono lasciata andare.
I miei complessi, però, anche se momentaneamente soffocati nel mio subconscio, non ci hanno messo molto a venire fuori.
Tutto questo faceva parte del passato; ora ero sola…eppure non potevo fare a meno di non pensarci.
Sempre per non dover pensare ad altro.
Allora il mio cervello doveva necessariamente tenersi occupato per non essere lasciato libero di annegare nel buio freddo e nero che regnava dentro di me.
Quel breve, tenero, sottile passato mi era diventato rifugio.
Una volta ci eravamo trovati soli a casa sua perché la madre era dovuta uscire all’improvviso.
Fabio si era avvicinato e dopo avermi baciato delicatamente sulla bocca mi aveva chiesto:
“Vogliamo andare un po’ in camera mia?”.
Sono diventata paonazza dall’imbarazzo.
Il terrore ha bloccato ogni mio movimento.
Mai avevamo parlato di sesso vero e proprio.
Io avevo preferito non entrare nell’argomento per evitare situazioni spiacevoli.
Fabio non mi aveva mai chiesto nulla a riguardo.
Supponevo che lo avesse fatto per rispetto.
Per me era stato più facile rifugiarmi in un innoquo imbarazzo che non rivelargli la verità delle mie paure e del mio disagio.
Mi faceva sentire più sicura il fatto che lui non sapesse nulla.
Non volevo ferirlo rivelandogli la verità.
Non volevo essere ferita dovendogli rivelare la verità.
Non volevo proprio ammettere l’esistenza delle mie brutte ed estese cicatrici. Le ustioni e il fatto che il sesso fosse entrato troppo presto nella mia vita. Entrambe le cose mi facevano sentire terribilemente brutta.
Sporca.
Mi sono rifugiata in bugie: gli ho detto che avevo le mestruazioni e che ero vergine. Sapevo che queste falsità mi avrebbero protetta.
Da vile ho preferito omettere per mezzo di menzogne piuttosto che affrontare la realtà.
Per me era un’impresa impossibile fare una semplice ammissione:
“Non ho il coraggio di affrontare l’intimità con chiunque perchè sono troppo brutta per farlo…Perchè mi considero troppo brutta e sporca per farlo…”.
Il terrore per la deformità della pelle delle mie brutte cicatrici, e la vergogna del mio lontano passato erano emersi chiaramente e mi hanno condizionata.
Ecco chi era veramente Clara la puttana.
Ecco cosa smuoveva dentro di me mia madre quando mi definiva tale.
MI chiedevo cosa mi desse la forza di aprire gli occhi ogni mattina.
Lasciarlo prima che lui potesse vedere quanto fossi brutta era stata la scelta migliore.
L’idea mi era persino stata di conforto.
Meglio che mi figurasse stronza ma fisicamente ed emotivamente integra.
Pensiero confortante.
Meglio dover lottare contro la mia coscienza che dover lottare contro il ricordo crudele di occhi sbarrati bavanti alle mie ustioni.
Occhi pieni di pena.
Nessun amore non poteva non reagire davanti alla devastazione delle mie gambe.
Questo mi immaginavo.
Il mio precoce inizio al sesso mi turbava profondamente ma lo giustificavo attraverso un’ambiente insano e la mia ingenuità di bambina.
Paradossamente era una lettera scarlatta che mi pesava meno delle mie ustioni.
Mi era di conforto sapere che Fabio nei suoi pensieri mi avrebbe immaginata e ricordata come una ragazza perfetta.
Preferivo lasciargli il ricordo di ciò che non ero ma che avrei voluto essere.
Nel mio dolore, almeno potevo illudermi che sarei sempre normale nei suoi ricordi: integra.
Provavo rammarico per avegli chiesto una pausa di riflessione per mezzo di una telefonata.
Dopo quell’ultima chiamata non ho visto Fabio per mesi.
Tutti i miei conoscenti, in realtà, sapevano che avevamo rotto: ero stata io a rivelarlo…Solo lui non lo sapeva.
Per questo mi aveva chiamata: perché lo ha saputo da altri.
Io, per l’ennesima volta,non ho avuto il coraggio di dirgli la verità e giustificare il mio comportamento .
Lui piangeva per l’evoluzione degli eventi, per il dolore che lo corrodeva dentro.
Mi sono sentita il peggiore dei boia.
Poteva pure stare sicuro che non me la passavo meglio di lui: soffrivo come e più di lui.
Perchè lui, anche se tradito, un domani avrebbe potuto innamorarsi ed essere libero di amare.
Anche io mi sarei innamorata ma sarei stata costretta a fuggire, di nuovo, ancora e ancora di fronte alla fonte dei miei sentimenti perché le mie gambe e il mio passato erano orribili.
Sarei stata sempre prigioniera dei miei complessi.
Per questo non sarei mai stata pronta ad avere delle vere storie.
La breve relazione con Fabio mi ha fatta sognare per un po’.
Mi aveva, inoltre, riportata alla realtà della mia condizione.
Non ero libera di amare perché provavo ribbrezzo verso me stessa.
Le mie molteplici cicatrici non si potevano nascondere.
Poi tutto il resto.
Le mie gambe erano soltanto un fastidioso piccolo ciglio dentro un occhio in confronto alla morte che era regina del mio cuore e della mia anima.

84- inizio della fine

Per un po’ di tempo non scrissi nulla.
Non volevo scrivere.
Poi ne ho sentito il bisogno.
D’altronde ero ancora in punizione per via del mio indimenticabile ritardo e la mia vita era casa-scuola.
Diciotto anni.
Diciotto anni in questo sporco mondo.
Delusa.
Trovai una definizione meglio azzeccata: illusa.
Sbagliato nuovamente: le mie illusioni stavano crepando tutte, una seguito dell’altra.
Dovevo ammetterlo in maniera definitiva: ero una diciottenne disillusa.
Il che era molto peggio del vivere dentro un’illusione; giacchè dalla mia misera vita mi trovavo a non aspettarmi proprio un bel niente.
Non mi sono sentita pronta ad affrontare l’accaduto.
Ho preferito dimenticare, far finta che non fosse avvenuto.
Mi concentravo su avvenimenti che potevano distrarmi.
Preferivo pensare a tutt’altro per distrarmi dal dover metabolizzare determinate parole.
Ho messo in atto un meccanismo di difesa che mi avrebbe permesso di non impazzire.
Meglio coprire pensieri da incubo con pensieri che mi apparivano meno peggio.
In mezzo alla mai confusione ho chiamato Stefania, mi sono confidata con Valeria, con Mariangela e Valentina e tutte mi hanno detto:
“Resisti. Finisci liceeo e università e poi scappa. Stringi i denti. Fai finta di non sentire. Chiuditi a chiave in camera tua”.
Fino ad allora non avevo avuto il privilegio di avere le chiavi della mia camera.
Mi rimaneva l’obbligo di far finta di nulla.
Far finta che non fosse successo.
Un’impresa.
Trovavo misero conforto solo nella lettura.
Un rifugio che tuttavia svaniva nel momento in cui chiudevo la copertina del volume di turno.
Usare lo studio come diversivo?
Non riuscivo e non volevo farlo.
Concentrarmi come dovuto quando avevo una tormenta violenta dentro al cuore per me era impossibile.
Sedare il mio cuore mi costringeva a sedare il mio cervello.
Dovevo trovare il modo di reagire.
Dovevo coprire il mio incubo rifugiandomi nelle mie paure.
Mi sono obbligata a pensare esclusivamente a Fabio.
Finalmente avevo la mia tanto attesa storia d’amore.
Peccato non riuscissi a viverla come sarebbe stato normale.
Avevo goduto e vissuto ogni giornata, ogni ora, ogni attimo come se dovesse essere l’ultimo.
Due mesi di puro amore romantico.
Sapevo fin dall’inizio che era un errore.
Mi sono trovata di fronte ad una situazione più grande della mia volontà.
Come già detto da qualcuno: “La carne è debole..”, il mio spirito lo era altrettanto.
Mi sono trovata di fronte a quel piccolo bel ragazzo che mi guardava adorante.
Che male mi avrebbe fatto uscire con lui per qualche volta?
Così ho fatto.
Ogni appuntamento risultava più bello.
Mi sono lasciata trascinare da una corrente che era troppo dolce per poter essere combattuta.
Mi ero ritrovata con il ragazzo.
I primi tempi sono sempre i più belli.
Passati i quali ho iniziato a sentire disagio.
Si stava avvicinando la bella stagione, Fabio cercava molto galantemente maggiore intimità con me.
Due fattori che proprio non avevo il coraggio di affrontare.
“Che ne dici di passare una giornata al mare?”
“Passi a trovarmi a casa?”
Domande che mi ghiacciavano il sangue.
Fabio conosceva solo la Clara bella, quella sicura in se stessa.
Delle mie zone in ombra, di quelle più buie non ne aveva idea.
La voglia di confidarmi con lui non c’era proprio.
Più trascorrevo il mio tempo insieme a lui più più una sensazione di claustrofobia si sviluppava.
In poco più di due mesi avevo raggiunto i limiti che non avevo il coraggio di sorpassare.
Sapevo che il mio legame con Fabio non sarebbe durato molto.
Era lui a non saperlo.
Non passava giorno in cui Fabio mi dichiarasse un amore profondo e sincero.
Quelle belle parole non mi facevano felice, mi trafiggevano il cuore perchè sapevo che lo stavo ingannando celandogli verità che avrei dovuto condividere con lui.
Il mio egoismo, i miei complessi, le mie paure sono sempre state più grandi del mio senso di rispetto per lui.
E dietro tutto questo c’era la mia situazione famigliare.
Mi sentivo uno zombie.
Mi cibavo di chi era vivo per avere la sensazione di essere viva io stessa.
Una situazione per me intollerabile.
Dovevo farla finita.
Smettere di prenderlo in giro.
Smettere di sfruttarlo.
Non lo meritava.
Mi sono decisa a lasciarlo, consapevole che avvenuto ciò non avrei avuto davvero nulla a cui agrapparmi,; consapevole che avrei perso l’unico velo con cui avevo coperto il totale abbandono della mia famiglia.
Solo le parole: “È finita”, non riuscivano ad uscire dalla bocca.
Volevo allontanarlo da me, eppure trovavo difficile mettere in atto i miei propositi.
Da codarda ho iniziato a cercarlo sempre meno.
Ad ogni mio passo indietro Fabio ne faceva uno nella mia direzione.
Siamo entrati in un circolo falso che mi opprimeva.
Se non fossi stata io a tranciare il nostro legame, lui non lo avrebbe mai fatto.
Gli ho chiesto una pausa.
Gli ho chiesto di cercarci solo dopo l’estate.
Fino alla fine non sono stata affatto sincera.
Dentro di me sapevo che il taglio con Fabio era netto eppure con lui ho potuto solo parlare di pausa di riflessione.
Non ero affatto fiera di me stessa.
Le mie bugie, le questioni sottaciute facevano di me una persona misera misera.
Guardarmi allo specchio è stato difficile per qualche tempo.
Mi sono dovuta arrendere a ciò che già sapevo: alla chiara evidenza che non ero pronta a legarmi con nessuno.
Non me lo potevo permettere.
I pro erano troppo pochi in confronto agli svantaggi: troppa sofferenza per me stessa e il doppio per chiunque si trovasse al mio fianco.
Per questo motivo mi ero costretta a lasciare Fabio e porre fine alla nostra relazione e non nella maniera più giusta.
Dannata la mia sfortuna!
Ma era meglio così.
Fabio iniziava a chiedere troppo da me.
Non perchè pretendesse, ma semplicemente perchè era la normale evoluzione di una qualunque relazione.
Io ero adatta solo all’amore romantico, all’innamoramento più giovane e più puro, un principio di amore di cui ci si stancava presto a quella mia età.
Lo capivo perché me lo sussurra il mio corpo.
Un corpo che aveva i suoi bisogni, un corpo che per me non era un alleato, ma il peggiore dei nemici.
Meglio non dare niente, che illudere di poter dare tutto.
Meglio non chiedere nulla, non avere pretese.
Meglio non dover trovarsi a ingannare chi impara a volerti bene.
Perché devo affrontare tutto questo da sola?…Quanto mi disprezzavo…E poi sotto tutto questo la solitudine più nera.
Il dolore che era un pozzo senza fondo.
La fredda solitudine.

83-fine dell’illusione

Non ho fatto in tempo a sedermi a tavola che ho voluto togliermi ogni mio dubbio.
“Dimmi quando mai ti ho fatto credere che io ci stessi provando con te”, ho detto a mio padre guardandolo negli occhi davanti a tutta la mia famiglia.
Ha riso nervosamente.
Non ha aggiunto altro.
Non gli è uscita una parola.
Nulla.
Pensavo stesse riflettendo.
“Ti prego, fai qualcosa! Aiutami!”, ho pensato disperatamente dentro di me.
Tutto quel tempo per formulare un pensiero?
Per pronunciare le parole che avrebbero salvato la situazione prima che precipitasse?
Era questo il capofamiglia?
Il padre che il destino mi aveva assegnato?
Regnò solo il silenzio.
Mi si è stretta la gola.
Ho smesso di respirare mentre lui riprendeva a mangiare come se niente fosse.
Mi sarei strappata i capelli; non osavo crederci.
Stavo sognando.
Era solo un incubo.
Mia madre e mio fratello mi guardavano a bocca aperta.
Nessuno sentiva bisogno di una spiegazione?
Era un argomento che riguardava solo me?
Mi sono costretta a parlare, nonostante la mia unica voglia fosse quella di scappare il più lontano possibile.
Dovevo coprire quell’odiato terribile silenzio che mi stava lacerando il cuore.
“Mamma ha aspettato che fossimo sole per fare un certo discorso. Ho pensato che se anche tu avessi pensato lo stesso che mi ha rivelato lei me lo avreste detto insieme”.
Mia madre è diventata improvvisamente nervosa. Ha iniziato a mangiare agitatamente.
Per me il cibo era uno degli ultimi pensieri.
Mi faceva schifo pensare al cibo dopo quanto mi era successo quel pomeriggio.
Di nuovo quell’odiato silenzio.
Nessuna domanda circa l’accaduto da parte di mio fratello o di mio padre.
Mio fratello non mi stupiva.
A sconcertarmi era mio padre.
Persino il silenzio aveva più carattere di lui.
Possibile che non capisse che gli stavo chiedendo aiuto?
Si era dimenticato quanto lo avessi supportato quando mia madre pensava che lui la tradisse?
Si era dimenticato quanti stratagemmi avevo portato avanti affinchè si riapacificassero?
Unica occasione in cui io e mio fratello abbiamo collaborato per il benessere della famiglia.
Ecco il ringraziamento: solo e sempre silenzio.
“Tu hai frainteso le mie parole. Non hai capito cosa volevo dirti in realtà…”, ha blaterato senza convinsione mia madre.
“C’era poco da fraintendere nelle parole che mi hai sputato addosso. Dimmi cosa non avrei capito? Se vuoi lo ripeto. Correggimi se sbaglio”.
Ho ripetuto il suo discorso.
Difficile dimenticarlo.
Me lo porterò dietro per tutta la vita.
Di nuovo nessuno ha reagito.
Continuavano a mangiare come se niente fosse.
Faticavo a crederlo.
In quale manicomio ero mai finita?
Mia madre mi aveva rinnegata, mi aveva dato dell’animale in calore, e loro continuavano a mangiare!?
Che razza di uomo, padre di famiglia o fratello può fare una cosa del genere?
Quale mostruosità eravamo diventati?
Le lacrime mi salirono incontrollate agli occhi.
Addio sogni di famiglia.
Non lo saremo mai stati.
Non ebbi il coraggio di continuare a guardarli.
Mio fratello, finito di cenare, andò in camera sua a studiare.
Giusto: lo studio prima di tutto: per il nostro futuro…ma la violenza morale, lo stupro della mia anima non aveva alcun valore?
I miei sono rimasti a tavola come se niente fosse.
Il mio sogno era finito.
Come un vetro rotto era fatto solo di pezzi.
Crollato.
frantumato in parti troppo devastate perpoter essere aggiustato.
Mi schiantai davanti alla realtà con la stessa violenza con cui si perde la vita con un incidente automobilistico.
Per giorni e giorni ho ricostruito a ritroso la mia vita e mi è diventato chiaro che mia madre non mi soffriva già da molto tempo.
Aveva dovuto solo legittimare la sua repulsione nei miei confronti.
Finalmente aveva trovato il modo di farlo.
Nel suo cuore non c’era mai stato posto per me, non in maniera definitiva.
Ho perso quel privilegio quando ho smesso di essere bambina e sono diventata ragazzetta.
E non certo la ragazzetta che lei desiderava.
Lei non avrebbe accettato nessun ‘altra donna in famiglia.
Io ero un estranea che era diventata sua rivale.
Solo per pochissimo tempo sono stata una figlia per lei.
Ecco perchè da anni mancavano le carezze, gli abbracci, i baci, la voglia di vivere in armonia.
Lei non lo aveva mai voluto.
Se mio padre aveva pensato che il silenzio avrebbe sciolto da solo la situazione che si era creata, io aveva la convinzione che per mia madre non era finita: era appena cominciata la battagli finale. L’ultimo scontro, quello definitivo aveva preso vita.
Lei era follemente convinta delle sue affermazioni.
Il fatto che mio padre non avesse reagito avrebbe rappresentato una conferma per lei.
Non lo aveva detto.
Non sarebbe passato molto tempo prima che lo avesse fatto.
Io ne ero convinta.
Stavo annegando dentro una casa nella quale mi sentivo un’ospite indesiderato.

82-non più figlia

Per molto tempo  non ho parlato  tra le mie pagine dell’evento che ha fatto crollare il mio mondo.

Ricorderò per tutta la mia vita quel giorno: 15 aprile del 2003.

Come una codarda mi sono rifugiata in altri argomenti nella la precaria speranza di poter distrarmi dalle ferite della mia anima.

È stato peggio della sera in cui mi sono bruciata con  fuoco e benzina.

Il dolore fisico passa.

Quello interiore dura una vita intera.

Accampagna ogni respiro.

Mi è stata inflitta una tortura che mi porterò sulle spalle a ogni mio passo.

Le labbra di questa ferita non si chiuderanno mai.

Ho fatto finta che non fosse successo.

Che fosse l’ennesimo errore dovuto alla rabbia.

L’ennesima offesa verbale.

Poi ho capito che non era così.

Lei lo pensa davvero.

Ne era convinta.

Una è stata la goccia che ha fatto traboccare il suo vaso minuto.

Era lunedì.

Il primo giorno dopo la mia punizione eterna.

due giorni dopo che ero rientrata alle tre del mattino.

Quello che non sapevo era che mia madre non aveva ancora finito di parlarmi.

Quella domenica si era trattenuta.

Non mi aveva detto tutto quello che avrebbe voluto dirmi.

Aveva aspettato quel lunedì pomeriggio.

Eramo da sole a casa.

Papà al lavoro e mio fratello a fare gli allenamenti.

Io non meritavo di fare sport perché non ero brillante a scuola.

Nemmeno mio fratello lo era.

Lui, però, ne aveva bisogno per sfogarsi: era un uomo.

Giusto. Molto corretto. Democratico.

Mia madre mi ha raggiunta  in camera mia.

“Noi due dobbiamo parlare”.

Che bello.

In tutti quegli anni di convivenza non lo avevamo mai fatto per davvero.

Siamo sempre rimaste due estranee.

Che stesse per cambiare qualcosa?

Ho aspettato che aprisse bocca.

“Devo dirti solo due cose: quello che hai fatto sabato è stato troppo grave: per me non sei più mia figlia: io non provo niente per te. Seconda cosa: calma i tuoi ormoni bollenti. Sei un animale. Me ne sono accorta, non sono mica una stupida, so bene che tu ci stai provando con tuo padre. Ho tante prove: come ti trucchi: lasci la porta aperta e fai la provocante per farti vedere e poi ti ho spiata: ho fatto delle riprese e delle foto mentre ti tocchi”.

Telegrafica.

ha detto questo e mi ha guardata.

 Non ho ribattuto nulla.

Ho semplicemente risposto al suo sguardo.

Era come se fossi stata narcotizzata.

Come se il mio corpo si fosse anestetizzato per proteggersi da se stesso.

Ecco che cos’era il disagio che sentivo da qualche tempo, quel leggero presagio che galleggiava nell’aria come se avesse voluto prepararmi a non crollare di fronte a queste parole.

Finalmente  era chiarito il mio presentimento.

Sul momento non ho sofferto.

Non avevo ancora assimilato la concretezza di quelle frasi.

“Fammi vedere i video e le foto”.

Ho detto solo queste parole.

Sono rimasta seduta a guardarla.

Estremamente calma.

La calma coatta che deriva solo dai grandi traumi.

Sapevo bene che quanto aveva affermato era falso.

Che non mi amasse, era chiaro da molto tempo.

Quell’affermazione era vera.

Finalmente lo aveva ammesso.

Il resto costituiva la più crudele delle bugie.

Non era mai stata in grado di prendere una macchina fotografica in mano.

Figurarsi fare una ripresa.

Che mi avesse spiato. Si. Era vero.

Lei ha sempre amato farlo.

Con chiunque.

Non perdeva occasione per nascondersi dietro porte o persiane chiuse per impicciarsi di qualunque rumore.

Mi ero masturbata?

Non era credibile.

Mai fatto.

Un’educazione cattolica portata avanti per anni dalle suore in orfanotrofio e una madre rigida come lei avevano soffocato qualsiasi tipo di curiosità.

La masturbazione era un’argomento pressocchè inesistente per me.

Farlo mi avrebbe fatto sentire terribilmente sporca.

Se mi ero toccata era stato solo per prendere coscienza dei cambiamenti del mio corpo. Qualunque adolescente guarda con curiosità il proprio corpo davanti ad uno specchio.

Il fatto era che lo avevo fatto molti anni prima. Quando ero più piccola.

Una curiosità che non aveva nulla di erotico ma che era il normale stupore di una bambina di fronte al suo sviluppo.

Se c’era qualcuno che aveva violato qualcun’altro, era lei perchè aveva spiato la mia intimità.

Le parole non mi avevano turbata perchè non mi ero sentita colpevole.

Non ero io nel torto.

“Lo farò quando vorrò farlo”

“O non lo fai perché sai che non esistono?”

“Mi fai schifo. Sei una bestia in calore”, mi ha sputato contro e se ne è andata.

Rimasi immobile per ore.

Non ebbi la forza di muovermi.

Il corpo mi era diventato improvvisamente pesante.

Permisi alle prime lacrime di uscire.

In silenzio.

Era come se mi colasse dell’acido dalle guance.

Avevo sempre pensato che il nostro problema fosse l’incomunicabilità.

Non andavamo d’accordo.

Era una verità più che concreta.

Il mio amore per lei, tuttavia, era altrettanto reale.

La amavo.

A modo mio la amavo.

L’avevo sognata per troppo tempo perché non fosse così.

La avevo accettata come madre dal primo istante in cui l’avevo abbracciata e da allora lo era sempre stata.

Le ero corsa incontro frenaticamente prima ancora che i miei occhi si fossero posati sul suo viso.

La amavo già prima di incontrarla.

I nostri caratteri erano incompatibili; eravamo delle totali estranee perché incapaci di parlare l’una con l’altra.

Era mia madre, però.

Ora lei non si considerava più tale.

Non provava nulla per me.

Ho sentito il mio cuore lacerarsi.

Non mi reputavo una vittima.

Ero più diavolo che angelo tra le mura di casa.

Ho cercato sempre di rimanere sempre dentro i limiti imposti alla mia età e al mio ruolo. Cosa che lei non ha mai fatto.

Era davvero un così grave errore aver fatto tardi e non aver avvisato?

Questo mio errore valeva il mio diritto di essere figlia?

Mi è sembrato un prezzo troppo altro per uno sbaglio che fa qualunque adolescente. Nemmeno figli assassini ricevono un trattamento tanto crudele.

È stato…Non sapevo neppure come definirlo…Sentirsi dire queste parole da mia madre…Mi sono sentita come il fedele che scopre che il Dio nel quale serbava il suo più profondo amore incondizionato fosse solo un’illusione.

Non ho mai pensato a lei come una madre adottiva.

Era mia madre.

Tutto e semplicemente questo.

Cristo Santo!

Davvero era successo?

Di nuovo mi sono sentita come sotto sedativo.

Ogni mio sentimento sembrava sopito, sotto torpore.

Mi sentivo un guscio vuoto.

Sarei dovuta andare via?…E dove?

Avrei dovuto chiedere aiuto?…E a chi?

…Avevo solo terra bruciata intorno a me…

Sono rimasta seduta sul letto per tutto il pomeriggio.

Quale era la soluzione per poter convivere in ambiente famigliare nel quale non ero la benvenuta?

Diventare un guscio vuoto?

Privarmi di ogni gioia per escludere il dolore?

Avrei dovuto cessare di avere aspetttative nel mio prossimo per impedire qualunque tipo di delusione?

Se costretta a diffidare dei miei stessi genitori di chi avrei mai potuta fidarmi?

Se mia madre e mio padre non erano riusciti ad amarmi chi mai avrebbe potuto farlo?

Prima di esprimermi ulteriormente decisi di aspettare la sera, durante la cena avrei chiesto dei chiarimenti.

Davanti a tutta la famiglia.

La mia speranza più grande era quella di trovare il sostegno necessario per dimostrare a mia madre che il suo era un grande errore di valuzione.

Speravo tanto nel loro aiuto.

Mi sono sentita mancare l’aria.

Decisi di rifugiarmi in un dolce pensiero: il mio Fabio.

Il sollievo è stato  immediato.

Arrivarono le farfalle, non nello stomaco, bensì, dentro al cervello.

Sono scappata  in quella mia relazione adolescenziale per non dover affrontare pensieri torbidi come fango.

ripensare agli sguardi, alle parole, alle sue attenzioni, al suo amore trasparente mi ha fatta sentire subito meglio…Miseramente felice di essere importante alleno per lui.

81- la colpa imperdonabile

La mia prima storia d’amore segna la svolta della mia vita.
Le lacrime con cui Fabio mi ha dimostrato il suo dolore quando ha scoperto che la mia decisione era definitiva sono stati macigni sul cuore.
Mi sono ripromessa di evitare stupidi tentativi su persone innocenti.
Prima sarebbe stato giusto risolvere le mie questioni morali.
Solo il mio nodo di Gordio sembrava aumentare del suo intreccio, piuttosto che il contrario.
I miei problemi di fatto si erano centuplicati.
Il famoso Big One della mia vita era avvenuto.
La mia premonizione si era avverata.
Il disastro intorno a me era totale.
L’inizio del caos è stato determinato da un guaio che i miei hanno reputato imperdonabile.
Stavo passando la serata con Fabio e due mie conoscenti.
Entrambe accompagnate dai loro ragazzi.
Tre coppie.
In principio siamo stati in casa di Silvana; ci eravamo rifugiati nel garage, posto allestito a festa, più che deposito di un automobile.
Ci siamo fatti cullare dalla musica, ognuna tra le braccia dell’altro.
Poi ci siamo spostati in un’altra casa ma è avvenuto l’irreparabile: ci siamo addormentati.
Tutti quanti.
Abbiamo riaperto gli occhi che erano le tre del mattino.
Terrorizzati, siamo rimasti fermi a chiederci come affrontare la situazione.
Il mio coprifuoco sarebbe dovuto essere la mezza notte.
Sapevo che mio padre mi sarebbe dovuto venire a prendere per quell’ora proprio a casa di Silvana.
Il problemi era che io non ero li.
Questo tre ore prima.
Ero addormentata altrove.
Silvana era con me, persa quanto me nel sonno e nemmeno nel suo caso i genitori sapevano dove stesse perché nella cantina dove stavamo non prendeva il cellulare di nessuno.
Volevamo morire.
Imbarazzati l’uno più dell’altro abbiamo deciso che il ragazzo fornito di motorino mi avrebbe portata a casa per prima perché ero quella che abitava più distante.
Del tutto sprovvista ad un viaggio sulle due ruote mi sono morta di freddo. Mi sembrava che il motorino urlasse mentre la città intera sembrava addormentata.
Troppo silenzio.
Troppa quiete.
Più mi avvicinavo a casa più avevo voglia di morire.
Avrei potuto cercare di entrare in casa facendo il massimo dell’attenzione.
Il massimo silenzio.
Il problema era che non avevo più le chiavi di casa.
Mia madre me le aveva tolte da qualche tempo.
Aveva il tormento che le usassi per fare qualcosa di sbagliato.
Per proteggersi e proteggermi aveva deciso che era più saggio privarmi del libero ingresso in casa mia.
Ho premuto il citofono con la sensazione di aver messo il dito dentro un nido di vespe.
Il ronzio metallico della durata di qualche secondo mi è parso una bomba sganciata dal cielo.
Mi stavo cagando sotto.
Lo scatto che indicava l’apertura del cancello mi ha tolto il respiro.
Ho salutato il ragazzo che mi aveva riportata a casa come il morituro consapevole dell’avvento del boia.
Ho salito i gradini che mi portavano a casa aspettandomi il peggio.
Come cazzo avevo potuto addormentarmi!?
E quando mi avrebbero creduta!?
Difficile crederlo…Lo capivo…Era la verità, però…
Un bel ceffone mi ha accolto dietro la porta accostata.
“Con te facciamo i conti domani mattina”.
Già, troppo silenzio per le nostre discussioni.
Chi ha potuto dormire.
Sono andata in bagno e preparami al letto e con orrore ho scoperto di essermi macchiata.
Avevo le mestruazioni ed era troppo che non mi ero cambiata.
Mi sono infilata al letto.
Si è fatto giorno.
Troppo dannatamente presto.
Sapevo che sarei stata in punizione a vita.
La casa si è svegliata del tutto ma io tergiversavo ad alzarmi dal letto.
Mia madre mi ha stimolata prendendomi dai capelli e portandomi in cucina.
Prima ed ultima volta ce ho ha fatto.
Io ero troppo in torto per ribellarmi della cosa.
“Sei una svergognata! dove sei stata? Tuo padre e tuo fratello ti hanno cercata per due ore! siamo stati costretti a suonare in casa di Silvana per tentare di trovarti! dove cazzo stavi? abbiamo passato tutta la notte svegli!”,
“In casa di del ragazzo di Alessandra”
“E con chi cazzo stavi!?”
“Sai co chi stavo…Ci siamo addormentati…”.
E’ scoppiata a ridere.
“So bene cosa hai fatto: sei una porca: avevi persino i pantaloni sporchi di sangue! Sei una troia! In più sei tornata in casa in motorino! tutto quel baccano! Ti hanno sentita tutti! Non ti vergogni!? ma che può pensare la gente!?”
” Se avessi avuto le chiavi non sarei stata costretta a suonare…”
“E che pensi che le chiavi risolvano tutto!? Ho fatto bene a toglierti le chiavi: io orge in casa mia non le voglio!”.
Li ho smesso di ribattere.
Mia madre era sicura che quella sera io mi fossi abbandonata al sesso sfrenato e che le mie mestruazioni non fossero altro che il manifesto della mia sfrenatezza.
Mannaggia alla sfiga più nera!
Baci, strusciamenti c’erano stati con il mio ragazzo, avevo diciotto anni, d’altrove; ma nulla di più: ci eravamo dannatamente ed ingenuamente addormentati ciascuno al riparo dei propri abiti.
peccato nessuno fosse disposto a credermi.
Casa. Scuola. Nulla di più. A tempo indeterminato.
Mi potevo pure dimenticare l’esistenza del telefono: le mie amicizie balorde non erano più tollerate.
Ho accettato i giusti castighi.
solo il peggio stava per arrivare.

80- primo amore

Avevo una storia.
Fabio.
Conosciuto alla festa di compleanno di Silvana.
Cosa era cambiato dentro di me?
Nulla.
I miei fantasmi e le mie catene erano sempre li prensenti, sempre gli stessi.
Non li combattevo: li lasciavo ai margini delle mie giornate.
Sapevo che la mia storia d’amore sarebbe durata esattamente il tempo in cui loro sarebbero rimasti a fare da cornice alla mia nuova esperienza.
Non appena avessi avuto il sentore del loro attacco mi sarei allontanata dal povero Fabio.
Era marzo.
Mi sembrava di poter avere un po’ di tempo per avere l’illusione di poter avere una storia d’amore.
Lui era bassino, grazioso e molto dolce; la persona più vicina alla normalità a cui sono potuta stare vicina.
Ha accettato la mia tempestosa vita famigliare: “Io voglio te non tua madre, tuo padre o tuo fratello”.
E’ stata una breve, romantica, bella storia d’amore.
Mia madre ha accettato la cosa.
Naturalmente zero privasy: ogni nostra chiamata al telefono fisso era ascoltata anche da lei, che senza vergogna si portava il modile all’orecchio per poter sentire tutto.
È diventata la prassi.
Chiunque mi chiamasse era costretto al questa fastidiosa conferenza.
Io chiedevo alle mie compagne e a Fabio di non cercarmi al numero di casa ma volentieri la risposta era:
“Non ho nulla da nascondere: ascoltasse pure!”.
La trasparenza con cui dimostrava tutto il suo attaccamento a me mi lasciava sbalordita.
Acqua e fango.
Lui e me.
Dispiaciuta mi davo della egoista a voler scoprire i miei limiti sulla pelle di un’altra persona.
Non mi piaceva il mio atteggiamento ma odiavo la mia solitudine.
Non ho avuto il coraggio di confidarmi, di aprire il mio cuore.
Ho fatto la parte della fidanzatina superficiale.
La verità è che mi piaceva essere amata.
Ricevere attenzioni.
Sentirmi importante per un’altro essere umano.
Avere la sensazione di essere accettata.
Scoprivo che era bellissimo rifugiarsi dentro il calore di un altro essere umano.
Mille complimenti, frasi d’amore.
Io non sono stata sicera.
Vero.
Ho usato quel povero ragazzo finchè i miei complessi lo hanno permesso.
A primavera inoltrata lui ha organizzato una giornata al mare.
Il mio campanello di allarme è suonato.
“Fabio ti chiedo una pausa di riflessione”.
Gli ho detto questo mentre dentro me stessa sapevo che la mia sarebbe stata una fuga dopo la quale non mi sarei mai fatta trovare.

79-autolesionismo

Parlo spesso di egoismo.
Neppure io ne ero immune.
Ricostruendo gli anni del mio passato mi è venuto alla mente un’episodio del quale non trovo traccia tra le mie pagine.
Non lo trovo perchè l’episodio non riguardava me.
Riguardava mio fratello.
Non ricordo le ragioni dell’ennesima discussione se non che era lui a trovarsi nell’occhio del ciclone.
Io mangiavo in silenzio, grata di non trovarmi al suo posto.
Quante volte mi aveva dato fastidio il suo modo di ignorare le discussioni domestiche eppure io mi comportavo nello stesso identico modo.
Sono certa che il litigio fosse dovuto al qualche cattivo voto o compito.
La voce di mia madre sempre più alta ed isterica, Javier a rispondere, con voce più bassa ma con altrettanta rabbia.
Ho smesso di ascoltarli. Di seguirli. messi in modalità muto.
Io e mi mio padre continuavamo a mangiare.
Rumore improvviso di una sedia tirata indietro, tempo di girarmi e vedere mio fratello sbattere la testa addosso ad uno spigolo del muro della cucina.
La faceva con intenzione.
Con violenza.
Una. Due. Tre volte.
Avrebbe continuato se io e mio padre non lo avessimo bloccato.
Aveva la fronte scorticata.
Si vedeva il rosso di una piccola quantità di sangue.
Con le ginocchia tremolanti l’ho accompagnato in bagno.
mi ha fatto tenerezza, vedere la sua fragilità mi ha scossa.
Mio padre sgridava furibondo come non mai mia madre chiedendole quando l’avrebbe piantata di comportarsi come una pazza.
Li sentivo litigare dal bagno.
Lei era furiosa che papà le desse contro.
Incredibile.
“Loro sono diventati così per colpa tua! Non ti sei mai comportato da padre!”.
Si davano l’uno addosso all’altro.
Ho messo una pezza bagnata con acqua fredda sulla fonte di mio fratello.
Tremava.
L’ho accarezzato, baciato e stretto tra le mie braccia.
Mio padre è venuto a vedere come stesse.
E’ rimasto il tempo di accertarsi che fosse tutto a posto e che io lo stessi calmando mio fratello, poi si è andato a sedere in salone.
Da solo.
In silenzio.
Pian piano mio fratello ha smesso di tremare.
“Perchè lo hai fatto? Mi hai spaventata terribilmente”,
“Non volevo più sentirla parlare. Non riuscivo più a resistere. Dovevo farla smettere”,
“E per farlo hai dovuto sbattere la testa addosso al muro? Ti sembra normale?”,
“No. Ho agito d’impulso…Mi sono quasi ritrovato davanti al muro…Nemmeno sentivo dolore”,
“Io lo sentivo al posto tuo: è stato bruttissimo vederti fare una cosa del genere. Mai per niente e per nessuno al mondo devi arrivare a farti del male”,
“Hai ragione”.
In questo breve scambio di parole lei ha avuto il coraggio di venire in bagno per dire a mio fratello che era matto; io le ho chiuso la porta in faccia e lei non ha reagito alla cosa: è andata in cucina a sistemare, a buttare una cena che nessuno aveva la minima intenzione di terminare.